Rosario, la recensione

Il cinema horror ha spesso trovato nelle religioni sincretiche e nei culti popolari un terreno fertile per raccontare storie di possessioni, maledizioni e presenze ultraterrene. Dal voodoo haitiano alla santería cubana, passando per riti esoterici e credenze ancestrali provenienti da ogni parte del mondo, il genere ha più volte trasformato il folklore in materia da incubo. Con Rosario, però, l’esordiente Felipe Vargas sceglie una strada decisamente meno battuta, portando sullo schermo il Palo, religione afro-cubana raramente rappresentata dal cinema e ricca di suggestioni visive, rituali e simbolismi. Un punto di partenza sicuramente intrigante per un horror che, pur senza reinventare il genere, riesce a distinguersi grazie alla forza del proprio immaginario.

Rosario è una donna di origini messicane trasferitasi da bambina a New York insieme alla famiglia. Ormai adulta, lavora come broker assicurativa a Wall Street e ha costruito una vita lontana dalle proprie radici. Una sera riceve però la notizia della morte della nonna. Il senso di colpa la travolge: poche ore prima l’anziana aveva provato più volte a contattarla telefonicamente, senza ottenere risposta. Raggiunto il vecchio appartamento della donna, Rosario rimane bloccata nell’edificio a causa di una violenta tempesta di neve. Costretta a vegliare il cadavere fino all’arrivo del padre, inizia a scoprire inquietanti segreti sul passato della nonna e sul misterioso culto religioso che aveva praticato per tutta la vita.

L’impianto narrativo di Rosario richiama inevitabilmente altri horror recenti come The Vigil e The Offering, entrambi costruiti attorno alla veglia funebre di un defunto destinata a trasformarsi in una lunga notte di terrore. Felipe Vargas riprende quella struttura ormai riconoscibile ma riesce a darle una personalità grazie all’introduzione dell’universo rituale del Palo, con il suo pantheon di divinità, i feticci, le pratiche magiche e il costante dialogo con il mondo dei morti. Più che inventare qualcosa di completamente nuovo, il regista dimostra intelligenza nell’innestare un immaginario poco conosciuto all’interno di un meccanismo horror già collaudato.

Il risultato convince soprattutto nella costruzione dell’atmosfera. Vargas sfrutta con efficacia gli spazi angusti dell’appartamento e dell’intero stabile, trasformando il condominio in una prigione dalla quale sembra impossibile fuggire, con il senso di isolamento amplificato dalla tempesta di neve che imperversa all’esterno.

Una delle qualità più interessanti del film è quella di non affidarsi esclusivamente ai jump scare. Certo, gli spaventi improvvisi non mancano e fanno parte del linguaggio dell’opera, ma Vargas preferisce lavorare sulla tensione e sul disagio, costruendo un clima sempre più malsano. Quando arriva il momento di mostrare l’orrore, inoltre, il regista non si tira indietro e punta con decisione sul disgusto fisico: fluidi corporei, deformazioni, materiali organici e immagini volutamente repellenti diventano strumenti per rendere tangibile la contaminazione soprannaturale.

Sul fronte interpretativo Emeraude Toubia, anche produttrice del progetto, sostiene quasi da sola il peso dell’intera narrazione. La sua prova non è sempre impeccabile, soprattutto nei momenti emotivamente più intensi, ma riesce comunque a trasmettere la progressiva discesa della protagonista nell’incubo e affronta un ruolo estremamente impegnativo dal punto di vista fisico. Tra i volti più riconoscibili compare anche David Dastmalchian, presenza ormai abituale del cinema di genere contemporaneo, che contribuisce ad arricchire un cast altrimenti composto da interpreti meno noti.

Dove Rosario mostra maggiormente i propri limiti è invece nello sviluppo della storia. L’idea di esplorare il culto del Palo è affascinante, ma la sceneggiatura finisce per utilizzare solo in parte le potenzialità di questo universo, preferendo seguire binari horror piuttosto convenzionali. Alcuni passaggi risultano prevedibili e il finale – che punta a un colpo di scena mediamente riuscito – lascia la sensazione che si sarebbe potuto osare di più proprio sul piano del folklore e della mitologia raccontata.

Pur senza rappresentare una piccola rivoluzione per il cinema horror, Rosario è comunque un esordio interessante, capace di distinguersi grazie a un immaginario poco frequentato e a un’atmosfera costruita con intelligenza. In Italia è arrivato direttamente in home video e sulle piattaforme streaming grazie a Blue Swan Entertainment.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Interessante utilizzo del culto afro-cubano del Palo.
  • Atmosfera claustrofobica costruita con efficacia.
  • Horror più basato sulla tensione che sui semplici jump scare.
  • Sceneggiatura piuttosto convenzionale nello sviluppo.
  • Il ricco folklore del Palo avrebbe meritato un approfondimento maggiore.
  • Interpretazione della protagonista discreta, ma non memorabile.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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