Scream 7, la recensione

Sono passati 30 anni da quando la studentessa Casey Becker rispose al telefono innescando la follia omicida dei Ghostface. Era il 1996, infatti, e Scream usciva al cinema rivoluzionando il modo di intendere il cinema horror-slasher, anche se in Italia avremmo dovuto aspettare metà 1997, quando il day-to-date delle uscite cinematografiche era per noi ancora un lontano traguardo da raggiungere.

Quella di Wes Craven è un’opera che ridefiniva radicalmente l’approccio al cinema horror, con presa di consapevolezza e una buona componente di (auto)ironia. Quasi un saggio critico su pellicola che lavorava su più livelli, lasciando comunque alla base una storia coinvolgente, personaggi ben caratterizzati e alcuni momenti da brivido che sono rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo.

Scream è oggi, giustamente, considerato un capolavoro, una di quelle opere sparti-acque che prevedono un prima e un dopo, e come spesso accade in questi casi, quando anche la risposta del pubblico è positiva, la serializzazione aspetta dietro l’angolo. Ma con la saga di Scream, soprattutto per il suo valore metacinematografico, la stessa esistenza di uno stuolo di sequel ha alimentato il suo lavoro metafilmico, continuando l’analisi del genere, carpendone le sfaccettature e i trend che il mercato stesso cavalca. Questo ha fatto sì che il livello qualitativo generale della saga rimanesse sempre piuttosto alto, con capitoli coerentemente legati tra loro, seguendo la crescita – non solo d’età anagrafica – dei personaggi, degli spettatori e del mercato cinematografico horror.

E così siamo arrivati a Scream 7, trent’anni precisi dopo quel primo urlo, e con una reinvenzione del franchise che aveva però portato ad allontanare il focus dai personaggi storici per dare spazio a una nuova generazione. Eppure, il fatto che la Sidney Prescott di Neve Campbell non fosse presente nel sesto film a qualcuno è sembrato un vero e proprio tradimento d’intenti: lei, la final girl più rappresentativa degli anni ’90, la scream queen onoraria dell’ultima decade del secolo che mette da parte il ruolo di vittima designata per affondare il coltello della sopravvissuta nella carne del mostro. Sidney non può mollare, Sidney non può vivere “tranquillamente” la sua maturità da moglie e madre. Sidney deve tornare!

E così, dopo il requel, il legacy sequel, rieccoci al punto di partenza: Sidney Prescott, oggi Sidney Evans, contro Ghostface. Di nuovo.

Trasferitasi a Pine Grove, dove gestisce una caffetteria, Sidney ha sposato lo sceriffo locale Mark Evans e ha avuto da lui tre figlie, la maggiore della quali, l’adolescente Tatum, ha con lei un rapporto decisamente conflittuale, da vera ribelle. Quando il telefono di Sidney squilla, sul display compare un numero anonimo, e la voce cavernosa di Ghostface la minaccia per l’ennesima volta: per la donna si riapre una ferita che pensava ormai rimarginata per sempre. Qualcuno l’ha trovata e la vuole riportare al centro dell’attenzione, minacciando in primis la sua famiglia, soprattutto Tatum. Qualcuno che sembra conoscerla molto bene.

Dopo l’uscita di scena del regista designato Christopher Landon, che ha fatto seguito al discutibile licenziamento di Melissa Barrera e all’auto-allontanamento anche di Jenna Ortega, i piani iniziali per Scream 7 sono radicalmente cambiati con l’esigenza di riscrivere da capo la sceneggiatura, stravolgendo il soggetto. E così si è optato per un vero e proprio ritorno alle origini, con l’entrata in scena di Kevin Williamson come regista. Williamson, proprio il creatore della saga negli anni ’90 insieme a Wes Craven, l’uomo che scrisse la sceneggiatura del primo mitico film e del secondo e quarto capitolo, ma anche sceneggiatore di So cosa hai fatto, The Faculty, Cursed, regista del piccolo cult oggi dimenticato Killing Mrs. Tingle, e creatore di quel fenomeno generazionale che risponde al titolo di Dawson’s Creek. Insomma, l’uomo giusto per riportare al centro della storia Sidney Prescott, la final girl originale.

Scream 7 si apre con una (bellissima) sequenza ambientata nella casa di Stu Macher, uno dei due killer del primo film – ripresa anche in Scream 3 (ricostruita in un set cinematografico) e teatro della mattanza finale in Scream 5 – qui adibita a stiloso bed & breakfast esperienziale per amanti del true crime. Un’apertura che sembra voler essere una dichiarazione d’intenti: la distruzione del passato, dato letteralmente alle fiamme, la negazione stessa dell’effetto nostalgia. Un paradosso, visto che un’istante dopo riviviamo, come in un remake filologico, una delle scene iconiche del primo Scream: stessa musica, stesse inquadrature, stessi dialoghi. Non vi nego che un brivido mi ha attraversato la schiena. E poi entra in scena lei, una splendida Neve Campbell, ovvero Sidney Prescott, che pensavamo ormai libera di godersi tranquillamente la “pensione”. Ma come Jamie Lee Curtis, aka Laurie Strode, ci insegna, una final girl lo è per sempre.

Ed è proprio su questo ruolo che Scream 7 riflette, perché abbandona il suo valore esplicitamente cinefilo (relegato alla sequenza inziale e a qualche battuta di Mindy Meeks-Martin) e ne guadagna uno implicitamente metacinematografico.

Il focus di tutta la storia è proprio Sidney Prescott, ma non la ex-ragazza di Woodsboro sopravvissuta più volte a un massacro che cerca di rifarsi una vita, quello è un dettaglio puramente narrativo. Piuttosto parliamo di Sidney come archetipo, il modello primordiale da cui partire per arrivare allo stereotipo. Quando nel 1992 Carol Jeanne Clover coniava il termine “final girl” nel libro Men, Women, and Chain Saws: Gender in the Modern Horror Film aveva inconsapevolmente in mente proprio Sidney Prescott, che non è altro che l’evoluzione delle varie Sally, Laurie, Alice, Nancy. Sidney è la ridefinizione stessa dell’archetipo, è la prima final girl da quando questo termine fa parte della cultura di massa.

In Scream 7 la riflessione si fa decisamente più sottile che in passato e Williamson gioca su almeno due livelli: quello più metaforico, che poi è parte integrante del franchise stesso, e quello di superficie. Il primo, quello “meta”, è di una finezza e coerenza da inchino, ma richiede una predisposizione dello spettatore all’analisi; il secondo non gli è all’altezza, pur mostrando una dignità che molti altri sequel e franchise possono invidiargli.

Concentriamoci, ora, sul livello più superficiale, ovvero la storia e il giallo che costruisce.

Scream 7, per certi aspetti, è un thriller/giallo molto classico, ma nel senso post-moderno del termine (passatemi il paradosso ossimorico). Ovvero non costruisce un whodunit alla Agatha Chirstie, non c’è un Poirot a cercare la logica nelle azioni dei personaggi, ma c’è piuttosto quella sfacciataggine di certo giallo all’italiana degli anni ’70, dove la suggestione e il plot twist avevo il sopravvento su tutto il resto. In questo differisce anche dagli Scream precedenti, soprattutto nello svelamento dell’identità di Ghostface. E se vi fermate solo alla superfice del film, questa scelta, il movente in particolare, potrebbe anche deludervi proprio perché richiede la sovrapposizione a quel livello più meta-narrativo di cui si parlava sopra. In fin dei conti, lo dicono proprio nel film che la soluzione più “semplice” sarebbe stata l’ammissione della resa.

Insomma, Williamson e il co-sceneggiatore Guy Busick hanno imbastito un’opera molto più elaborata di quanto possa apparentemente apparire.

Parliamo dei personaggi. Sidney Prescott, Gale Weathers e i fratelli Chad e Mindy li conosciamo già, poi ci sono una serie di cammei di personaggi storici (morti), ma non vi sveliamo il “come” e il “perché”; infine abbiamo le new entries. Per lo più inserite per alimentare il parco “vittime” e “sospettati” (tra loro anche i volti noti di McKenna Grace, Asa German e Joel McHale) ad eccezione di Tatum, la figlia di Sidney interpretata da Isabel May, potenziale vittima, potenziale carnefice, ma soprattutto figlia, appunto. Tatum è la nuova generazione direttamente collegata alla precedente, ma non come lo sono state Jill Roberts in Scream 4 o Sam Carpenter in Scream 5 e 6. Il conflitto generazionale è quello che può esserci realisticamente tra una figlia e una madre, dove la seconda vuole infrangere le ferree regole della prima per il semplice gusto di farlo, proprio perché sono regole. Ma Tatum non è solo un’adolescente ribelle, è anche una ragazza che sente troppa distanza dalla genitrice, le manca la complicità che potrebbe avere con una madre: molto banalmente, le manca il racconto dell’adolescenza di sua madre. Perché, come dice Sidney, il suo passato lo conoscono tutti grazie a film e libri, ma lei tende a negarlo, vorrebbe dimenticare il trauma, un trauma che invece può essere paradossalmente utile proprio a sua figlia per affrontare il presente, la sua adolescenza.

È molto bello e profondo il rapporto che hanno creato tra Sidney e Tatum e infatti il film stesso ci punta, giustamente, tantissimo portando avanti un discorso sull’eredità strettamente legato a tutto il discorso “meta” affrontato dal film.

Last but not least, Ghostface. In Scream 7 vediamo un Ghostface particolarmente sadico, che si esibisce in agguati, inseguimenti, combattimenti dall’anima chiaramente action, ma quando architetta gli omicidi ci va pesantissimo, fino ad arrivare al culmine di un’uccisione che sembra eseguita direttamente da Jason Voorhees in un capitolo di Venerdì 13, tanto è brutale e votata al sensazionalismo. Quando vedrete, capirete.

Quindi Kevin Williamson ha fatto sicuramente un buon lavoro, soprattutto giocando con i livelli di lettura di Scream 7, evitando con grande abilità tutti quei trabocchetti che questo capitolo avrebbe potuto offrire su un vassoio d’argento, anzi, in un paio di occasioni riesce perfino a farci dell’ironia. E arrivati al capitolo 7 di una saga così amata non era affatto scontato tenere alta la qualità, perfino saghe horror storiche, a cui Scream dichiaratamente si ispira, non sono arrivate “integre” a questo numero dopo il titolo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Nonostante l’ennesimo attacco di Ghostface a Sidney Prescott, il film trova un modo per non ripetersi.
  • Una giusta gestione dei personaggi principali.
  • Non inciampa nelle trappole “annunciate”, anzi ci ironizza su.
  • Una dose di sadismo davvero elevata.
  • L’intreccio giallo è meno forte che in passato.
  • È pur sempre il settimo capitolo di una saga, quindi se siete stanchi di certe dinamiche non perdete tempo con questo film, non fa per voi.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Valutazione: +4 (da 4 voti)
Scream 7, la recensione, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

2 Responses to Scream 7, la recensione

  1. Federico ha detto:

    Sono molto d’accordo con questa recensione. Io credo che alla base ci siano buone idee per innovare e non ripetersi ma che siano state realizzate maluccio. Ma il problema principale è lo svelamento finale. Anche questo però se visto “alla Scream”… Da rivedere però.

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    Valutazione: 4.0/5 (su un totale di 1 voto)
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    Valutazione: +1 (da 1 voto)
    • Fabio ha detto:

      Vero, peccato per il finale un’ po’ debole e troppo frettoloso perché il film in sé è buono, meglio degli ultimi due precedenti e soprattutto ho adorato il fatto che prende per i fondelli le teorie idiote dei fan nerd sfigati che per decadi hanno triturato gli zebedei con le loro scemenze. Detto questo credo che però sia ora di chiudere, ormai si sta un po’ raschiando il fondo del barile e credo che per una saga come questa 7 film sono sufficienti se non pure troppi.

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      Valutazione: 5.0/5 (su un totale di 1 voto)
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      Valutazione: +1 (da 1 voto)

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