Scuola di Seduzione, la recensione del film di Carlo Verdone
Nell’ultimo lustro (o poco più) la carriera di Carlo Verdone ha attraversato una fase di transizione piuttosto singolare, quasi specchio delle trasformazioni dell’intero sistema produttivo italiano. Dopo una lunga stagione cinematografica fatta di successi popolari e film entrati nell’immaginario collettivo, il regista romano ha visto il suo ultimo lavoro per il grande schermo, Si vive una volta sola, finire direttamente in streaming su Prime Video a causa della pandemia. Da lì è partita una nuova avventura seriale con Vita da Carlo, distribuita tra Prime e Paramount+, che in quattro stagioni ha raccontato in chiave autoironica il suo stesso universo artistico e umano. Un’esperienza fortunata, che però sembra aver influenzato anche il ritorno al lungometraggio con Scuola di seduzione, arrivato direttamente in streaming su Paramount+ dal 1° aprile, senza passare dalla sala, frutto anche di accordi distributivi precedenti.
Clemente (Carlo Verdone) è un musicista ormai in pensione in cerca di una relazione stabile, Giuliana (Vittoria Puccini) è schiava di un marito che pensa solo allo sport e ha instaurato con lei una relazione tossica basata sulla gelosia; Bruno (Lino Guanciale) è invece un insegnante che non riesce a trovare una donna, ostacolato dall’anziana madre, mentre Gaia (Euridice Axen) è la logorroica proprietaria di una libreria a tematica LGBTQ+ che porta letteralmente sfiga alle sue partner. Infine, abbiamo Emanuele (Romano Reggiani), ragazzo timido e introverso, che non è mai stato con una ragazza, e Adele (Beatrice Arnera) una influencer che di ragazzi ne ha a iosa, ma solo relazioni saltuarie. Quest’ultima ha un obiettivo: dimostrare ai suoi follower che la “scuola di seduzione” della love coach Ortensia (Karla Sofía Gascón) sia una bufala e per questo si iscrive al suo corso insieme a tutti gli altri…
Come spesso accade nel cinema di Verdone, anche Scuola di seduzione si configura come un racconto corale, un mosaico di storie intrecciate che ruotano attorno a un tema comune. In questo caso, l’amore e le sue derive contemporanee, filtrate attraverso un percorso di “terapia sentimentale” che richiama da vicino le dinamiche già viste in Ma che colpa abbiamo noi e, per struttura, anche Compagni di scuola. Il dispositivo narrativo è quello della seduta collettiva, ma qui declinata come una sorta di corso per imparare ad amare, o forse semplicemente a sopravvivere alle relazioni.
Nel ruolo della “guru” dell’amore, Ortensia, troviamo Karla Sofía Gascón, reduce dal successo internazionale di Emilia Pérez. È una presenza carismatica, perfettamente in parte, ma paradossalmente sacrificata da una sceneggiatura che preferisce concentrarsi sui suoi “pazienti”, pur lasciandole un minutaggio consistente. Una scelta che funziona solo a metà, perché il personaggio avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare il vero fulcro emotivo del film.
Le storie che si alternano sullo schermo sono diseguali. A emergere con chiarezza è quella interpretata dallo stesso Verdone, intrecciata con la giovane influencer di Beatrice Arnera: è il segmento più solido, quello in cui ritroviamo davvero la sua comicità fatta di nevrosi, goffaggine e improvvisi scarti malinconici. Qui il film respira maggiormente, trova ritmo, e concede anche un minimo di approfondimento emotivo ai personaggi. Meno incisive le altre linee narrative: il giovane complessato di Romano Reggiani resta piuttosto schematico, mentre i personaggi di Lino Guanciale e Vittoria Puccini si muovono dentro dinamiche relazionali già viste, tra dipendenze affettive e rapporti tossici. Più curiosa, almeno nelle intenzioni, la parentesi con Euridice Axen nei panni di una bibliotecaria lesbica “portasfortuna”, idea bizzarra che però non viene sviluppata fino in fondo.
Come sempre, Verdone dimostra una straordinaria capacità nella direzione degli attori: il cast è compatto, credibile, sempre performativo. È uno dei suoi marchi di fabbrica, e anche qui non viene meno. Il problema sta altrove. Scuola di seduzione soffre di una durata eccessiva e di un ritmo troppo compassato, che tradisce una certa “televisività” nella messa in scena. È come se il passaggio attraverso la serialità avesse lasciato un segno profondo: alcune dinamiche narrative sembrano pensate per episodi, dilatate, ripetute, senza però trovare nel formato cinematografico la giusta sintesi.
Il risultato è un film che scorre senza mai davvero decollare, che alterna momenti riusciti a lunghe fasi interlocutorie, e che alla fine lascia una sensazione di incompiutezza. Non è un brutto film in senso assoluto – e del resto Verdone raramente ha fallito completamente un’opera – ma è certamente uno dei più deboli della sua intra filmografia. Negli ultimi vent’anni, i titoli deludenti hanno probabilmente superato quelli memorabili, e Scuola di seduzione si piazza purtroppo in cima a questa lista.
C’è ancora il Verdone che conosciamo, quello capace di osservare le fragilità umane con affetto e ironia. Ma qui sembra appannato, intrappolato in una formula che non riesce più a rinnovarsi davvero.
Roberto Giacomelli
| PRO | CONTRO |
|
|













HorrorCult è tornato! Lo storico portale web dedicato al mondo del cinema horror. 























Da dieci, quindici anni a questa parte il cinema di Verdone è involuto, lento, prevedibile, televisivo, e questo film non fa eccezione. Chi, come me, ama il suo cinema esce sempre dalla sala con un solo pensiero:” se qualcuno di esterno al suo giro abituale di autori gli scrivesse finalmente una storia degna di questo nome, se avesse la forza di recitare un classico a teatro, se…se…se…”. E invece continuiamo a vedere prodotti di medio livello, se non basso, che non aggiungono nulla al suo mito, anzi lo scalfiscono ogni giorno di più