Stonewall, la recensione
Maggio 2016. “L’omosessualità è un crimine in 77 paesi del mondo”. Così si conclude Stonewall, l’ultima pellicola diretta da Roland Emmerich: questo non è in alcun modo uno spoiler perché basta andare su Wikipedia per scoprire che questo è solo un dato drammaticamente attuale.
1969, New York. Lo Stonewall Inn, locale in Christopher Street gestito dalla mafia, è uno dei pochi luoghi di ritrovo per persone omosessuali: l’omosessualità è considerata una malattia a tutti gli effetti, i gay vengono licenziati dai propri posti di lavoro e nelle scuole vengono proiettati video di propaganda per avvertire i giovani di questa malattia che si sta diffondendo. 47 anni fa, in questo bar corrotto, malsano e ricco di un’umanità dimenticata dal mondo intero, è successo qualcosa di imponente che ha cambiato la storia dei diritti civili. Alcuni ragazzi hanno avuto il coraggio di affermarsi in quanto individui: sono stati i primi uomini e le prime donne a fare “coming out”, nel senso letterale del termine, perché sono “venuti fuori” e hanno cominciato a lottare.
Emmerich decide di compiere un’operazione tanto affascinante quanto rischiosa come fondere fatti realmente accaduti a un protagonista inventato: Danny (Jeremy Irvine) è un ragazzo di provincia che, dopo essere stato cacciato di casa, si ritrova nella comunità gay newyorkese, scoprendo un mondo a lui completamente sconosciuto. Senza alcun filtro, vengono mostrati gli ambienti degradati di New York attraverso gli occhi di Danny che incarna con la sua vicenda personale una storia non reale ma autentica.

A sette anni da Milk di Gus Van Sant e due da Pride di Matthew Warchus, si torna a parlare di diritti civili degli omosessuali in un momento di apparente quiete americana, disordini europei e cristianesimo italiano, e per farlo si parte dalle origini, dalla prima pietra poggiata, o meglio, lanciata. Storicamente, i cosiddetti “moti di Stonewall” rappresentano il primo atto di ribellione degli omosessuali nei confronti delle ingiustizie delle leggi americane e dei soprusi della polizia. La storia ci insegna che, quando una minoranza vuole farsi sentire, ha bisogno di qualcosa di forte, di gesti eclatanti e non di semplici riunioni e volantini: questa affermazione, triste eppure vera, la ricorda anche il cinema in film come Suffragette o Selma (solo per citare i più recenti). E proprio i disordini nati fuori dallo Stonewall Inn, dove gay, lesbiche, drag queen e trans hanno tirato sassi e bottiglie contro la polizia, hanno portato ai primi movimenti per i diritti degli omosessuali. Il 28 giugno del 1970 venne organizzata la prima marcia di liberazione gay (quello che tutti noi oggi conosciamo come Gay Pride) per ricordare il primo anniversario dei moti di Stonewall.

Narrativamente, Stonewall riprende moltissimi aspetti dell’omonima pellicola del 1995 diretta dal regista inglese Nigel Finch e tenta di fare quello che era riuscito così sorprendentemente bene a Pride, ovvero, creare un film corale in cui si potesse percepire lo spirito e i problemi di una o più minoranze. Emmerich, però, vuole raccontare contemporaneamente il doloroso percorso di formazione di Danny (da manuale di sceneggiatura) e la situazione degli omosessuali americani. Tuttavia, basta notare la presenza di Danny in quasi tutte le scene del film per comprendere che la pellicola è molto intima e solo apparentemente collettiva. Di questo ne soffrono soprattutto i personaggi secondari che avrebbero potuto rendere la vicenda più articolata se avessero avuto i giusti spazi: ci riferiamo in particolar modo a Ray, interpretato brillantemente da Jonny Beauchamp, che porta sul grande schermo, insieme ai suoi amici, le Scare Queens, ragazzi effeminati che si truccavano e comportavano come delle donne, ma erano così poveri da non potersi permettere di travestirsi.

Il film non vuole rendere niente di edulcorato né la violenza né i gay stessi: non si è cercato di rendere i personaggi più belli, hollywoodiani, o meno effeminati perché è proprio questo che li rende interessanti.
In ultima analisi, il problema principale di Stonewall è di non riuscire a gestire i suoi numerosi desideri: fotografare il percorso di Danny, la situazione dei gay, l’attivismo nascente, la mafia, i sentimenti, gli amori non corrisposti e i cuori infranti … inevitabilmente qualcosa rimane compromesso. Questa confusione stilistica e narrativa riflette lo stile da blockbuster di Emmerich (formatosi tra Independence Day e Godzilla), ma risulta inappropriata per tratteggiare con riguardo un evento storico. In America, alcune comunità LGBT hanno chiesto di boicottare il film per falso storico; la contestazione nasce dal fatto che i veri protagonisti delle prime sommosse erano in prevalenza di colore, come la drag queen Marsha P. Johnson e la transgender Sylvia Rivera, presenti nei titoli di coda, ma rimaste sullo sfondo nel film.

Noi crediamo che si possa andare oltre questa critica per ritrovare la stessa voglia di collettività che il film ha in qualche modo smarrito. Non si sa con precisione il nome della prima persona che ha lanciato una bottiglia contro la polizia la sera del 28 giugno 1969, non si conosce la vera ragione (c’è chi dice per il caldo, e la leggenda vuole che c’entri qualcosa la morte dell’icona gay Judy Garland), ma sappiamo che quei giovani ragazzi, uniti ed insieme, stavano facendo la storia, anche se loro ancora non lo sapevano. Come succede spesso nelle grandi battaglie, i protagonisti sono eroi senza nome e senza un volto e il film è un omaggio imperfetto ma coraggioso alla loro memoria. E il coraggio, nel cinema come nella vita, deve essere sempre premiato. Coming out!
Matteo Illiano
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