Subservience, la recensione del thriller fantascientifico con Megan Fox e Michele Morrone

L’intelligenza artificiale è diventata ormai terreno fertile per il cinema di genere, e la sua declinazione più inquietante – quella della macchina che impara, desidera, si ribella – sembra vivere un nuovo momento d’oro. Negli ultimi mesi abbiamo visto una proliferazione di titoli che riflettono in chiave horror o fantascientifica i timori (più che mai attuali) legati all’evoluzione dell’AI: basti pensare a Companion, che porta il concetto di androide affettivo a livelli disturbanti (ma ribaltando la prospettiva), o a M3GAN 2.0, sequel del campione d’incassi che ha trasformato una bambola iper-tecnologica in una killer fashion icon. In questo contesto si inserisce anche Subservience, nuovo lavoro del regista S.K. Dale, che ritrova Megan Fox dopo Till Death (2021), per esplorare il lato più erotico e minaccioso dell’intelligenza artificiale al femminile.

La storia – che evitiamo di spoilerare nei suoi snodi più tesi – ruota attorno a un uomo, interpretato da Michele Morrone, che rimasto solo con due figli piccoli dopo il ricovero in ospedale della moglie per una grave patologia cardiaca, decide di acquistare un sofisticato androide da compagnia, progettato per essere una sorta di perfetta assistente personale. L’umanoide ha le sembianze di Megan Fox ed è programmato per essere docile, servizievole e assolutamente devota. Ma come ogni storia di AI ci ha insegnato, basta poco perché l’equilibrio si spezzi e il “prodotto” inizi a sviluppare consapevolezza, desideri, e – inevitabilmente – istinti di ribellione. Quello che inizia come un rapporto pragmatico e quasi terapeutico si trasforma gradualmente in un gioco pericoloso fatto di controllo, seduzione e vendetta.

La prima parte del film si muove con cautela, cercando una sua dimensione tra il thriller psicologico e il dramma famigliare. L’introduzione del protagonista, la sua situazione domestica, e il lento avvicinamento alla figura dell’androide – ribattezzato Alice – mostrano l’intento di costruire una narrazione stratificata, che scavi nel disagio dell’uomo e nelle implicazioni etiche della convivenza con un’intelligenza artificiale dotata di corpo e fascino. Tuttavia, queste ambizioni restano in gran parte sulla superficie. Le dinamiche family-drama prendono il sopravvento, la tensione psicologica è più suggerita che sviluppata, e la sceneggiatura fatica a dare spessore ai dialoghi e alle relazioni umane che dovrebbero essere alla base dell’empatia dello spettatore.

Ciò che invece funziona, e sorprende per efficacia, è l’aspetto erotico del film. Megan torna qui a sfruttare in modo consapevole la propria immagine di icona sensuale, ma lo fa con una vena disturbante che ricorda certe sfumature del cinema erotico sci-fi anni ’80. I momenti di tensione erotica, ben gestiti dal regista, sono carichi di ambiguità e creano un senso di disagio crescente che anticipa la svolta più esplicitamente horror della seconda metà.

È infatti nel suo terzo atto che Subservience abbandona ogni pretesa intimista e vira verso il genere puro: l’androide impazzisce, le situazioni degenerano, e il film si trasforma in una caccia all’uomo che non inventa nulla, ma funziona per ritmo, tensione e qualche buon momento di suspense. S.K. Dale dimostra ancora una volta di saper gestire l’azione e i tempi della paura, pur mantenendosi sempre su binari molto classici. Non c’è nulla di particolarmente sorprendente, ma almeno l’ultima parte del film riesce a offrire un intrattenimento lineare e godibile, molto più compatto rispetto alla prima metà.

Il cast si comporta in modo altalenante. Michele Morrone, sulla scia della sua popolarità recente (rilanciata anche da un’improbabile intervista cult a Belve), porta in scena un protagonista malinconico e in crisi, ma la sua prova resta piuttosto monocorde e priva di reale profondità. Molto meglio le due attrici: Madeline Zima, nel ruolo della moglie, offre una performance solida e credibile, mentre Megan Fox – come già detto – sorprende per controllo e presenza scenica. Il personaggio di Alice è ambiguo, gelido, sensuale e letale, e Fox riesce a renderlo credibile anche quando il copione la spinge verso territori esagerati. La sua collaborazione con Dale si conferma fortunata: il regista riesce a valorizzarne l’aura, trasformandola in un punto di forza narrativo.

In definitiva, Subservience è un film con molti limiti ma anche alcune intuizioni interessanti. Non riesce a sviluppare del tutto le sue premesse più ambiziose, soprattutto sul piano psicologico, ma si riscatta con un comparto estetico solido, una regia pulita e una Megan Fox in ottima forma. Non reinventa il genere, ma si inserisce bene nel filone contemporaneo di thriller fantascientifici sull’AI, proponendo un intrattenimento a tratti suggestivo e mai realmente noioso.

Il film, distribuito in Italia da Vertice360, è disponibile su Prime Video.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Megan Fox in grande forma.
  • Suggestioni erotiche ben dosate.
  • Terzo atto solido e coinvolgente.
  • Primo atto lento e poco incisivo.
  • Sviluppo tematico limitato.
  • Protagonista maschile poco incisivo.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Subservience, la recensione del thriller fantascientifico con Megan Fox e Michele Morrone, 6.0 out of 10 based on 1 rating

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