Supergirl (1984): la favola fantasy che nessuno voleva vedere

Ogni volta che un nuovo cinecomic arriva nelle sale, inevitabilmente si torna a guardare indietro. L’arrivo del nuovo Supergirl, diretto da Craig Gillespie e tratto dall’acclamata miniserie Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King e Bilquis Evely, segna il ritorno cinematografico da protagonista di Kara Zor-El dopo oltre quarant’anni. Un’occasione perfetta per riscoprire Supergirl – La ragazza d’acciaio, il lungometraggio diretto da Jeannot Szwarc nel 1984 che tentò di ritagliarsi uno spazio all’interno del franchise inaugurato da Superman di Richard Donner, finendo però rapidamente etichettato come un clamoroso fallimento.

Eppure, riguardandolo oggi, il film interpretato da Helen Slater racconta molto più del suo insuccesso commerciale. Perché forse il problema non era tanto quello che il film voleva essere, quanto ciò che il pubblico si aspettava di vedere.

La pesante eredità di Superman.

Quando i produttori Alexander e Ilya Salkind decidono di realizzare Supergirl, il loro universo cinematografico dedicato all’Uomo d’Acciaio è già in una fase delicata. Il primo Superman del 1978 aveva rivoluzionato il genere supereroistico dimostrando che un fumetto poteva essere trattato con grande spettacolarità e ambizione produttiva. Superman II aveva consolidato il successo, mentre Superman III aveva invece mostrato le prime crepe di una saga ormai alla ricerca di una nuova direzione.

Piuttosto che realizzare un quarto capitolo, i Salkind scelgono una strada che oggi definiremmo “espansione dell’universo narrativo”: raccontare la storia della cugina di Kal-El, aprendo il franchise a nuovi personaggi e nuovi mondi. Un’operazione che oggi appare normalissima, ma che all’epoca rappresentava un’idea decisamente innovativa.

Le ambizioni erano elevate. Helen Slater viene scelta dopo una lunghissima selezione che coinvolge centinaia di candidate e il progetto parte con un cast di assoluto prestigio: Peter O’Toole interpreta il saggio Zaltar, Faye Dunaway è la strega Selena, Peter Cook veste i panni del suo eccentrico aiutante/mentore Nigel, Brenda Vaccaro quelli dell’ambigua Bianca e per il breve ruolo della madre di Kara c’è Mia Farrow. Però Christopher Reeve decise di declinare l’offerta che gli era stata fatta di tornare per un cammeo nei panni di Superman, lasciando al solo Marc McClure, che tona a interpretare Jimmy Olsen, il compito di creare un legame con la saga madre.

Come accadeva spesso negli adattamenti degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, la fedeltà ai fumetti non rappresentava una priorità. Il film modifica in parte le origini della protagonista, soprattutto per quanto riguarda il motivo che la vede arrivare sulla Terra, e costruisce una storia completamente nuova.

Come nei fumetti, la Kara cinematografica proviene da Argo City, una comunità kryptoniana sopravvissuta alla distruzione del pianeta, ma il suo viaggio verso la Terra nasce dalla perdita dell’Omegahedron, una misteriosa fonte di energia che precipita accidentalmente sul nostro pianeta. Un espediente completamente inedito, così come sono originali personaggi come Zaltar, mentre la villain Selena viene recuperata da un vecchio episodio della serie televisiva Adventures of Superman degli anni Cinquanta per poi essere introdotta successivamente anche nella continuity fumettistica della DC Comics.

Curiosamente, il film esiste anche in più versioni. Quella distribuita nei cinema americani dura circa due ore, mentre negli anni è circolata una Director’s Cut sensibilmente più lunga, che recupera numerose sequenze dedicate soprattutto alla mitologia di Argo City e allo sviluppo dei personaggi.

Un fantasy travestito da cinecomic.

È probabilmente questo l’aspetto più interessante del film visto con gli occhi di oggi.

Per quarant’anni Supergirl è stato giudicato come un “Superman riuscito male”. In realtà non prova quasi mai a essere un altro Superman.

A differenza dei film con Reeve, Supergirl rinuncia quasi completamente alla dimensione pseudo-scientifica di Krypton per abbracciarne una apertamente fiabesca. È un mondo fatto di magia, incantesimi, amuleti e streghe, nel quale i superpoteri convivono con la fantasia più tradizionale. L’Omegahedron sembra un artefatto magico più che una tecnologia aliena, Zaltar assume i contorni di un vecchio mago, mentre Selena è una vera e propria strega che lancia incantesimi, evoca creature e combatte con forze oscure. Una scelta che allora spiazzò molti spettatori ma che oggi rende il film sorprendentemente riconoscibile.

Perfino il tono generale è distante dall’epica del suo predecessore. Il film preferisce la fiaba al racconto supereroistico, costruendo una storia di formazione in cui Kara scopre lentamente il mondo degli esseri umani con uno sguardo ingenuo e curioso.

Una scelta che nel 1984 disorientò parte del pubblico, ma che oggi rappresenta uno degli elementi che rendono l’opera così peculiare.

Se c’è un elemento che continua a funzionare senza particolari riserve è la protagonista.

Helen Slater non possiede il carisma monumentale di Christopher Reeve, né il film le chiede di averlo. La sua Kara è diversa: luminosa, spontanea, persino impacciata. È una ragazza che osserva la Terra con meraviglia, che impara a conoscere le persone prima ancora di diventare un’eroina.

La sua interpretazione riesce a trasmettere una dolcezza quasi disarmante, rendendo credibile un personaggio che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una copia femminile di Superman. Al contrario, Slater costruisce una protagonista con una propria identità, riuscendo ancora oggi a rappresentare uno degli aspetti più riusciti del film.

Anche Faye Dunaway sembra comprendere perfettamente il registro della pellicola. La sua Selena è volutamente sopra le righe, teatrale, ironica, quasi una strega uscita da una fiaba gotica. Una villain che non cerca mai il realismo e che proprio per questo contribuisce a definire il carattere originale del racconto.

Un film affascinante… e terribilmente confuso

Naturalmente i problemi non mancano.

La sceneggiatura procede spesso in maniera discontinua, alternando intuizioni molto interessanti a passaggi decisamente ingenui. Kara riesce a inserirsi in un college praticamente dal nulla, alcuni personaggi sembrano conoscere elementi della mitologia kryptoniana senza che venga mai spiegato come, mentre diversi snodi narrativi sembrano esistere soltanto per portare rapidamente la protagonista da una scena all’altra.

Anche il ritmo risente di questa costruzione, con una seconda parte che fatica a mantenere la compattezza della prima.

Eppure il film continua a possedere un fascino difficile da ignorare.

Jeannot Szwarc dirige con eleganza, evitando quasi sempre l’eccesso kitsch che avrebbe potuto compromettere il progetto. Gli effetti visivi, pur inevitabilmente datati, conservano ancora oggi una loro credibilità artigianale, mentre la fotografia mantiene quella tavolozza luminosa tipica del fantasy anni Ottanta.

A completare il quadro c’è una splendida colonna sonora di Jerry Goldsmith, che evita intelligentemente di inseguire il celebre tema di John Williams scegliendo invece una strada più romantica, lirica e fiabesca, perfettamente coerente con il tono dell’intero racconto.

Un film arrivato troppo presto… o troppo tardi?

Il fallimento commerciale di Supergirl ebbe conseguenze importanti.

L’incasso fu ben al di sotto delle aspettative (35 milioni di dollari di budget e un incasso di soli 14 milioni) e il progetto di espandere il franchise si interruppe rapidamente. I Salkind abbandonarono i diritti della saga, che passarono alla Cannon Films, responsabile del travagliato Superman IV – Alla ricerca della pace, destinato a chiudere definitivamente quella prima stagione cinematografica dedicata all’Uomo d’Acciaio.

Oggi, però, il film può essere osservato da una prospettiva diversa.

Il nuovo Supergirl di Craig Gillespie nasce infatti all’estremo opposto. Dove il film del 1984 reinventava quasi completamente il personaggio, quello del 2026 sceglie di adattare con grande fedeltà uno dei fumetti più apprezzati degli ultimi anni. È il segno di quanto sia cambiato il rapporto tra cinema e fumetto: negli anni Ottanta le tavole rappresentavano soprattutto un punto di partenza, mentre oggi costituiscono spesso un modello da seguire quasi pagina per pagina.

Più che un confronto tra due film, è il confronto tra due epoche del cinema supereroistico.

No, Supergirl – La ragazza d’acciaio non è un capolavoro incompreso. Anzi, i suoi limiti sono evidenti oggi come allora e la sceneggiatura fatica spesso a dare coesione al racconto.

Ma è anche molto più interessante della reputazione che si porta dietro da quarant’anni.

Perché è palesemente un esperimento, un cinecomic realizzato quando il genere non aveva ancora codificato il proprio linguaggio, libero di contaminarsi con il fantasy, con la fiaba e perfino con l’horror più leggero. Un’opera imperfetta, ingenua e a tratti confusa, ma anche sorprendentemente coraggiosa nel cercare una propria identità invece di limitarsi a replicare la formula che aveva reso celebre suo cugino.

Ed è forse proprio questa ostinata diversità a renderlo, oggi, molto più affascinante di quanto apparisse nel 1984.

Roberto Giacomelli

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