Supergirl, la recensione
Dopo anni di tentativi, ripensamenti e universi condivisi abortiti, la sfida di rifondare cinematograficamente i fumetti della DC è finalmente entrata nel vivo. L’impresa affidata a James Gunn e Peter Safran è di quelle che farebbero tremare chiunque: costruire un nuovo universo narrativo coerente, accessibile e soprattutto capace di conquistare il pubblico dopo le difficoltà del precedente corso cinematografico. Il primo passo è stato compiuto con Superman nel 2025, un film che ha saputo restituire al personaggio la sua dimensione più luminosa e ottimista. Il secondo tassello, però, era probabilmente ancora più complicato.
Supergirl si trova infatti nella posizione delicata di dover introdurre uno dei personaggi più importanti della mitologia DC a un pubblico che, al di fuori dei lettori di fumetti, non ha con lei una particolare familiarità. Sul grande schermo, Kara Zor-El era rimasta confinata al ricordo del non indimenticabile Supergirl – La ragazza d’acciaio (1984) di Jeannot Szwarc, mentre la sua incarnazione più popolare resta quella della serie tv Supergirl, andata avanti per sei stagioni. A ciò si aggiunge una fugace apparizione cinematografica in The Flash. Come se non bastasse, il film aveva anche il compito di adattare uno dei fumetti più amati degli ultimi anni, Supergirl: Woman of Tomorrow, e allo stesso tempo fungere da ponte tra Superman e il già annunciato Man of Tomorrow. Una missione tutt’altro che semplice.
Per festeggiare il suo ventitreesimo compleanno, Kara Zor-El decide di concedersi una pausa su un pianeta illuminato da un sole rosso, l’unico tipo di stella capace di annullare temporaneamente i poteri kryptoniani e permettere persino all’alcool di fare effetto sul suo organismo. Durante questa fuga all’insegna degli eccessi, la giovane kryptoniana incrocia il cammino di Ruthye Marye Knolle, una tredicenne determinata a rintracciare Krem delle Colline Gialle, il brigante responsabile del massacro della sua famiglia.
Quando un fortuito scontro con il criminale porta al ferimento di Krypto, il fedele cane di Kara, la situazione precipita rapidamente. Nel sangue dell’animale scorre infatti un veleno potentissimo di cui soltanto Krem possiede l’antidoto. Per salvare il suo compagno a quattro zampe, Kara è costretta a lanciarsi all’inseguimento del brigante attraverso la galassia, trascinando con sé la giovane Ruthye. Due viaggiatrici diversissime, unite da una missione comune ma soprattutto da ferite interiori che nessuna delle due ha ancora imparato a elaborare.
Scritto da Ana Nogueira e diretto da Craig Gillespie, già autore di Tonya e Crudelia, Supergirl è probabilmente uno degli adattamenti fumettistici più fedeli mai realizzati in ambito supereroistico.
Il fumetto Supergirl: Woman of Tomorrow, scritto da Tom King e illustrato da Bilquis Evely, è considerato una delle opere più significative dedicate al personaggio negli ultimi anni. Un racconto che mescolava fantascienza e western, utilizzando il viaggio interplanetario come occasione per riflettere sul dolore, sulla perdita e sulla ricerca della propria identità.
Il film conserva intatto questo impianto e, scelta ancora più interessante, non prova mai a imitare il tono di Superman. Se il film di Gunn era colorato, scanzonato e ricco di ironia, Supergirl imbocca una strada diversa. L’umorismo esiste, ma resta sullo sfondo. A dominare è una malinconia costante che accompagna il viaggio delle protagoniste.
Kara e Ruthye sono due personaggi speculari. Entrambe hanno perso la propria famiglia, entrambe cercano disperatamente un posto nell’universo e un motivo per andare avanti. L’avvelenamento di Krypto è soltanto il motore dell’azione, il classico espediente che mette in moto la storia. Il vero cuore del film è invece il percorso di crescita di Kara, chiamata a fare finalmente i conti con sé stessa.
Da sempre vissuta all’ombra del più celebre cugino, Kara è un personaggio molto più fragile e complesso di quanto possa apparire. Dietro l’atteggiamento spaccone e l’esuberanza da eterna adolescente si nascondono insicurezze, traumi e il peso di aspettative enormi.
In questo senso, Milly Alcock è una scelta praticamente perfetta. Dopo essersi fatta conoscere al grande pubblico grazie alla serie House of the Dragon, l’attrice conferisce a Kara una notevole presenza fisica senza mai rinunciare alla vulnerabilità che rende il personaggio così umano. Ancora più sorprendente è la prova della giovane Eve Ridley, che trasforma Ruthye nel vero cuore emotivo del racconto, come la sua controparte cartacea. Forte, determinata e coraggiosa, ma anche inevitabilmente limitata dalla sua età, la ragazza diventa il principale punto di contatto con lo spettatore.
Tra le novità introdotte dal film spicca senza dubbio Lobo, interpretato da Jason Momoa. Dopo anni di indiscrezioni e fan casting, l’attore abbandona Aquaman per vestire finalmente i panni del personaggio che molti lettori DC gli attribuivano da sempre. Il look è perfetto, l’atteggiamento pure, e Momoa possiede tutta la cazzimma necessaria per incarnare il mercenario spaziale. Tuttavia il personaggio finisce per apparire leggermente estraneo alla storia principale, quasi un ospite di lusso in attesa di future apparizioni.
Meno convincente risulta invece Krem delle Colline Gialle, interpretato da Matthias Schoenaerts. Già nel fumetto non rappresentava un antagonista memorabile e il film tenta di compensare enfatizzandone la crudeltà e l’aspetto repellente. Il risultato è dignitoso, ma non sufficiente a renderlo un villain davvero iconico. È uno di quei cattivi che svolgono correttamente il proprio compito senza lasciare un’impronta duratura, un po’ come nel Marvel Cinematic Universe hanno fatto Malekith, Ronan the Accuser o Kaecilius.
Sul piano visivo, invece, il film è una gioia per gli occhi. La quantità di mondi visitati è enorme e ciascuno possiede una precisa identità estetica. Pianeti illuminati da soli di colori differenti, prigioni, taverne spaziali, astronavi e avamposti sperduti compongono un universo che richiama apertamente certa fantascienza avventurosa alla Star Wars. Colpisce soprattutto il massiccio utilizzo di effetti pratici, costumi e creature analogiche, elementi che donano consistenza e personalità all’intero worldbuilding.
Supergirl è, dunque, una bella avventura fantascientifica che trova una propria identità senza limitarsi a essere l’ombra di Superman. Craig Gillespie realizza un film più intimo e riflessivo del previsto, sostenuto da due ottime protagoniste e da un comparto visivo di grande livello. Probabilmente incontrerà qualche resistenza presso il pubblico meno avvezzo ai fumetti, sia per la relativa scarsa notorietà dei personaggi sia per una struttura narrativa che conserva orgogliosamente il sapore della pagina disegnata.
Ma proprio questa fedeltà rappresenta anche il suo punto di forza più grande. In un panorama di cinecomic spesso preoccupati di semplificare tutto, Supergirl sceglie di restare sé stesso.
E alla fine funziona.
Piccola nota pratica: non ci sono scene dopo i titoli di coda. Potete tranquillamente alzarvi dalla poltrona e tornare a casa.
Roberto Giacomelli
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