Synchronic, la recensione
La parabola dei registi di Synchronic, Justin Benson e Aaron Scott Moorhead, è quanto mai esplicativa del panorama cinematografico statunitense e delle dinamiche creative e produttive connesse alla realizzazione di un lungometraggio. Il duo artistico, dopo aver autoprodotto con un budget irrisorio Resolution, Spring e The Endless, opere imperfette eppure brillanti per inventiva e capacità di scrittura, proseguono l’esplorazione del genere fantasy/horror con Synchronic. Presentato al Toronto International Film Festival del 2019, la pellicola può contare sulla partecipazione di interpreti del calibro di Anthony Mackie, pilastro dell’universo Marvel che ha raccolto l’eredità di Captain America, e Jamie Dornan, affermatosi nella trilogia di Cinquanta sfumature.
La sinossi del film, di cui Apple TV ha acquisito i diritti per la distribuzione digitale, segue Steve (Mackie) e Dennis (Dornan), amici da sempre che lavorano insieme come paramedici, affrontando ogni giorno le situazioni più cruente della città con un umorismo nero che li aiuta a reggere la pressione. Dennis è un padre di famiglia, mentre Steve è un impenitente dongiovanni con una forte inclinazione per l’alcol. Entrambi, però, finiscono per invidiare la vita dell’altro: Dornan si lascia spesso sopraffare dalle difficoltà familiari, mentre Mackie preferisce annegare i problemi nell’alcol, alimentando tensioni e fraintendimenti.
Synchronic si apre in medias res, catapultando lo spettatore in una tetra e allucinata atmosfera in cui i personaggi sono vittima di inquietanti visioni. Le sequenze iniziali delineano e racchiudono i pilastri tematici del racconto: il legame tra i due amici paramedici, l’elemento sci-fi/horror legato all’utilizzo del Synchronic, una potente droga sintetica, e la regia che oscilla tra momenti di intenso dramma umano e incursioni nel soprannaturale. Tuttavia ciò che stupisce è che l’equilibrio creato nei primi minuti viene meno durante il corso dell’opera: la fascinazione verso la suspense e l’angoscia calano drasticamente e l’opera si concentra, forse in maniera troppo esaustiva, sul rapporto tra la coppia di amici e i loro problemi familiari ed esistenziali.
Inoltre, l’alchimia tra i due protagonisti risulta poco convincente e non riesce mai a trasformarsi in una sintonia autentica, sia nelle sequenze più drammatiche che in quelle caratterizzate dal black humor. Questa mancata sinergia pesa ancora di più considerando l’ambizione del film di proporsi come un buddy-thriller, genere che vive proprio della chimica tra i suoi personaggi. Oltretutto, la dimensione sovrannaturale nel momento in cui emerge – tardivamente durante le indagini – rivela una reiterazione narrativa, che non riesce a imprimere al racconto la tensione desiderata.
Nel lungometraggio di Justin Benson e Aaron Scott Moorhead sembra quasi che due differenti anime convivano, in maniera poco uniforme, nello stesso progetto. Inoltre, la parte più drammatica, prolissa e priva di spunti, soffre di evidenti riferimenti ad Al di là della vita di Martin Scorsese, mentre l’aspetto sci-fi/horror è quasi residuale. Difatti, la pellicola si muove più dalle parti del cinema di avventura, con i viaggi temporali che raramente atterriscono e sorprendono lo spettatore. Mentre l’instabilità della sceneggiatura si riflette in una brusca virata del film, quando Steve inizia a registrare dei video per spiegare le proprie scoperte sovrannaturali: Synchronic si abbandona a un déjà-vu fin troppo debitore di Paranormal Activity, intraprendendo una deriva poco coerente con lo sviluppo complessivo dell’opera.
Il film assume il valore di una sineddoche del percorso produttivo che molti registi emergenti si trovano oggi ad affrontare: capaci di realizzare opere interessanti con budget contenuti, mostrano maggiori difficoltà quando si confrontano con progetti più ambiziosi e orientati a un pubblico mainstream, sostenuti da importanti piattaforme di streaming e dalla presenza di star hollywoodiane. Ed è proprio questo a rendere il risultato ancora più amaro, perché le idee alla base di Synchronic non mancavano, soprattutto nell’approccio al tema dei viaggi temporali, un filone ormai ampiamente esplorato. Tuttavia, la natura eterogenea dell’opera e un finale che cerca di risolversi attraverso una svolta emotivamente catartica finiscono per rendere il film un lavoro sottotono, soprattutto se confrontato con quanto già dimostrato in precedenza dai due registi.
Luca de Pascale
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