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The Long Walk, la recensione

È curioso pensare che Stephen King abbia scritto La lunga marcia nel lontano 1966, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ben prima di diventare il Re incontrastato dell’horror letterario. Eppure, già in quel primo romanzo, acerbo ma potentissimo, c’era tutto: la tensione, la costruzione dei personaggi, ma soprattutto una visione politica nerissima dell’America. Un Paese che cercava di rialzarsi ma trasformato in macchina di spettacolo e morte, dove l’intrattenimento coincide con il sacrificio umano. Un’idea che anticipa di decenni tanto il reality televisivo quanto una certa deriva culturale contemporanea. Non è un caso che oggi, in un momento storico particolarmente sensibile a questi temi, il romanzo trovi una nuova vita cinematografica con The Long Walk.

A portarlo sul grande schermo è Francis Lawrence, già avvezzo a distopie giovanili grazie alla saga di Hunger Games, su una sceneggiatura firmata da JT Mollner, talento emergente dietro l’ottimo Strange Darling. Le premesse sono solide, e il film lo dimostra fin dalle prime sequenze.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Alien: Romulus, la recensione

Quando sentiamo parlare di Alien ci si illuminano gli occhi perché, diciamolo senza remore, nel 1979 Ridley Scott ha realizzato un Capolavoro, un film unico nel suo genere, capace di ridefinire i topoi della fantascienza come prima di lui avevano fatto, con flessioni di genere differenti, Kubrick con 2001: Odissea nello spazio e Lucas con Guerre stellari. Ma se oggi la rivista Empire inserisce Alien al 33° posto dei 500 film più importanti della Storia del Cinema e nel 2002 il film di Scott è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, il mondo della critica cinematografica non è sempre stato così positivo e accondiscendente verso Alien.

Se andiamo a sfogliare le recensioni dell’epoca troviamo pesanti stroncature. Ad esempio, Michael Sragow scriveva sull’L.A. Herald “un b-movie esagerato, tecnicamente ben fatto ma troppo solenne e complicato da seguire come una messa recitata in latino”; Vincent Canby sul New York Times diceva che “i personaggi sono talmente piatti che sembrano scritti da un computer”. Su Film Illustrated ci andavano particolarmente pesanti definendo Alienun film orribile e studiato per risultare cattivo e c’è poco che il cast possa fare per alleviare il senso di manipolazione dell’orrore”, così come l’italiano Claudio Asciuti nel 1980 su Un’ambigua utopia n°7 stroncava senza pietà: “un pedestre prodotto di basso consumo, appeso ai fili di una produzione revivalistica e moraleggiante che muove ora per la maggiore affabulando antiche teratologie, idiote comparse e ammuffiti spettri orrorifici”.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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