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Umma, la recensione

Un vecchio adagio popolare recitava che “di mamma c’è n’è una sola”… e per fortuna! Si potrebbe aggiungere se riflettiamo sul valore che la figura materna può assumere nell’immaginario horror. Un ruolo che, come immaginato da tanti autori e scrittori del nostro amato genere, si è spogliato della sua veste rassicurante ed affettiva, per accogliere i propri cuccioli all’interno di un nido fatto di morte e violenza, sia psicologica che meramente fisica. Rivoluzione partita diversi decenni fa e che ha visto un cambiamento sostanziale anche all’interno dello stesso horror, di pari passo con l’avvento di una ben nota nuova generazione di registi che negli ultimi anni ha espresso una sfilza di titoli dalla forte vena autoriale. Se una volta, infatti, il prototipo della mamma perfida era Pamela Voorhees di Venerdì 13, negli ultimi anni la figura materna in versione malefica va ad inserirsi in un ambiente familiare complesso e falcidiato da rapporti controversi, sensi di colpa e lutti difficili da elaborare.

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