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Springsteen – Liberami dal nulla, la recensione

È il 1981. Bruce Springsteen – noto a molti con il soprannome The Boss – è reduce del River Tour, un’incredibile tournée durata quasi un anno e per un totale di 140 concerti. Springsteen è definito «il futuro del rock and roll», i suoi LP sono in vetta alle classifiche statunitensi e John Lennon definisce Hungry Heart «il miglior singolo di rock ‘n’ roll dai tempi dei Beatles». Un successo tale che spinge l’etichetta discografica di Springsteen a voler mettere in lavorazione subito un altro disco, qualcosa che possa portare avanti la leggenda di quel giovane cantautore del New Jersey.

Ma nonostante il successo, il talento e la fama, Bruce Springsteen cova dentro di sé un malessere a cui non sa dare forma e né voce. Viene quotidianamente soffocato da alcuni ricordi d’infanzia legati al padre alcolizzato e manesco ma, soprattutto, a farlo star male è quella spiacevole sensazione che lo mette nella condizione di non riuscire più a riconoscersi in nulla. Non sa cosa è diventato e nemmeno dove sta andando.

L’artista decide così di isolarsi dal mondo e dal successo, si chiude in casa sua e servendosi di un registratore semiprofessionale a quattro piste Tascam e del solo accompagnamento di chitarra e armonica a bocca inizia a registrare in solitaria (su cassetta rigorosamente senza custodia!) alcuni brani che escono dal suo cuore, privi di qualsiasi condizionamento commerciale. Canzoni sofferte e tormentate che sembrano riuscire a dare una sonorità a quella condizione esistenziale che lo sta divorando dall’interno. Springsteen ha trovato la melodia per il suo nuovo LP, Nebraska, ma la sua idea musicale non è esattamente ciò che sta cercando il suo agente, Jon Landau, e nemmeno la sua etichetta discografica.

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