The Electric State, la recensione
The Electric State è il nuovo film diretto dai Fratelli Russo (registi di Captain America: The Winter Soldier e Civil War e di Avengers: Infinity War ed Endgame), che dopo la loro esperienza fortunata ai Marvel Studios si sono buttati sullo streaming (Cherry per Apple TV e The Gray Man per Netflix), con risultati critici decisamente più discutibili. The Electric State è prodotto da Netflix ed è basato sull’omonimo libro illustrato dell’autore svedese Simon Stålenhag. Il budget di questa produzione è da capogiro (circa 300 milioni di dollari), ed è l’ultimo film dei Russo prima del loro ritorno in casa Marvel per i prossimi due Avengers, Doomsday e Secret Wars.
Siamo negli anni ’90, in una realtà distopica e futuristica. L’umanità ha combattuto una guerra contro i robot, un tempo servitori pacifici della nostra specie, che hanno preso coscienza ribellandosi e lottando per la libertà. La protagonista è Michelle, una ragazza orfana che ha perso i genitori e il fratellino Christopher in un incidente. Una sera, Michelle riceve la visita di Cosmo, un piccolo robot ispirato a un personaggio dei cartoni animati che guardava con Christopher. Con stupore, Michelle scopre che Cosmo è controllato proprio dal fratellino, ancora vivo da qualche parte. Determinata a ritrovarlo, parte per il sud-ovest americano insieme a Cosmo e si ritroverà ad allearsi con lo sregolato contrabbandiere Keats e il suo robot aiutante Herman. Nella Zona Interdetta, un deserto murato abitato da robot, troveranno un gruppo di alleati animatronici e scopriranno che le forze dietro la scomparsa di Christopher sono molto più oscure di quanto immaginassero.
I Russo, con The Electric State, decidono di allontanarsi dalle suggestioni cupe, apocalittiche e desolanti delle illustrazioni di Stålenhag, propendendo invece per un approccio molto più scanzonato, divertito e pop. Il risultato è un film che diverte e intrattiene per quasi tutta la sua durata, senza raggiungere picchi di eccellenza particolari.
Se la premessa iniziale può ricordare il recente The Creator di Gareth Edwards, la pellicola si propone come un road movie avventuroso dal sapore anni ‘80/’90, con echi dai film per ragazzi di Steven Spielberg (ma anche dal più recente Ready Player One) e da cult come Corto Circuito, Star Wars e la saga di Mad Max.
Il budget esorbitante si nota soprattutto nell’ottimo comparto visivo: gli effetti speciali sono molto ben curati e non si ha mai l’impressione che i personaggi immaginari della storia siano artificiali. I design dei robot protagonisti sono tutti molto creativi e gustosamente bizzarri, e ognuno di loro ha una personalità unica grazie alla quale si creano siparietti molto divertenti.
I personaggi, nella loro semplicità, funzionano e regalano allo spettatore più di un sorriso e anche qualche momento di commozione: Michelle è interpretata dall’ormai affermatissima Millie Bobby Brown (Stranger Things, Godzilla: King Of The Monsters), mentre Chris Pratt (Guardiani Della Galassia, Jurassic World) è sempre calzante quando si tratta di dare corpo a personaggi un po’ scapestrati ma dal cuore d’oro in stile Han Solo. E a proposito di anni ’80, nel cast è presente anche un attore simbolo di quel periodo cinematografico: il mitico Ke Huy Quan (I Goonies, Indiana Jones e il Tempio Maledetto), qui nei panni di un personaggio abbastanza monodimensionale, ma che col suo volto un po’ “nerd” da bambino mai cresciuto riesce sempre a trasmettere simpatia. Giancarlo Esposito e Stanley Tucci, quest’ultimo nei panni del villain, hanno sempre il loro carisma ma sono relegati a personaggi invischiati in un piano malefico un po’ troppo contorto e confusionario.
Le tematiche sono quelle tipiche di questo genere di film: la convivenza tra essere umani e tecnologia, le barbarie che la nostra specie è disposta a compiere pur di progredire a livello evolutivo, l’escapismo virtuale da una realtà che rende infelici a discapito di una connessione vera e tangibile (qui il maggior legame con Ready Player One).
Il problema maggiore di The Electric State è il suo ritmo, abbastanza discontinuo e, nella parte centrale, fin troppo statico e ripetitivo. Inoltre, è un film in cui si parla troppo. I personaggi chiacchierano e spiegano di continuo concetti, emozioni, piani diabolici inutilmente contorti. È uno di quei film che avrebbe funzionato maggiormente parlando più per immagini; invece, i Russo raramente concedono alla narrazione di “respirare” e i momenti di silenzio e introspezione sono davvero pochissimi.
Rimane inoltre il rimpianto di non aver visto un adattamento più fedele dell’opera di Stålenhag, decisamente più oscura, suggestiva e malinconica. Ma queste sono pure e semplici logiche di mercato, e il film resta comunque piacevole, nonostante la critica non sia stata particolarmente generosa.
Si spera che i Russo, con il loro ritorno alla Marvel, possano tornare a convincere di più!
Riccardo Farina
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