The Last of Us – Stagione 2: Il prezzo della vendetta, la fine dell’innocenza
La seconda stagione di The Last of Us si è conclusa con un finale che ha lasciato il pubblico con il fiato sospeso, lasciando Ellie in un momento cruciale e introducendo nuove prospettive attraverso gli occhi di Abby. In questo approfondimento, esploreremo l’adattamento del secondo amatissimo videogioco, l’accoglienza di critica e pubblico dopo le aspettative altissime lasciate dalla prima stagione, le polemiche emerse e le prospettive per la terza stagione.
Se non avete ancora visto la seconda stagione della serie, sappiate che in questo articolo ci sono alcuni spoiler.
Adattamento del videogame: fedeltà e innovazione.
La trasposizione televisiva di The Last of Us ha sempre cercato di rimanere fedele al materiale originale, pur adattandolo alle esigenze del piccolo schermo. La seconda stagione non fa eccezione. Sebbene segua la trama di The Last of Us: Part II, sono stati introdotti cambiamenti significativi per arricchire la narrazione e approfondire i personaggi.
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Struttura narrativa: convergenze e deviazioni
Nel videogioco The Last of Us: Part II, Naughty Dog utilizza una narrazione bifocale: dopo un primo atto devastante – la morte di Joel per mano di Abby – il giocatore assume il controllo di Ellie, spinta da un desiderio cieco di vendetta. A metà gioco, però, si cambia punto di vista: si gioca nei panni di Abby, riscrivendo il conflitto da un’altra angolazione. Questa scelta destabilizzante è parte integrante dell’esperienza ludica e dell’impatto emotivo dell’opera.
La seconda stagione della serie HBO, invece, adotta un approccio più lineare e modulato, dividendo inizialmente lo sguardo tra Ellie e Abby per concentrarsi poi esclusivamente sulla prima. Gli ideatori Craig Mazin e Neil Druckmann, consapevoli della differenza tra i linguaggi di gioco e cinema, hanno scelto di non replicare l’effetto “shock” del cambio di prospettiva (almeno per il momento), optando invece per una narrazione più stratificata. Questo rende il conflitto interno tra le due protagoniste più immediatamente comprensibile per lo spettatore; allo stesso tempo, però, si perde parte della potenza sperimentale del videogioco, che costringeva il giocatore a “diventare” Abby, chiedendogli di perdonare idealmente un personaggio fortemente repulsivo.
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L’uccisione di Joel: impatto, contesto e gestione
Nel gioco, la morte di Joel avviene nei primi momenti, senza preavviso. È brutale, scioccante, ed è il motore che innesca tutta la spirale discendente di Ellie. Nel gioco non c’è nessuna indulgenza visiva o musicale: è crudele perché dev’essere così.
Nella serie, l’uccisione di Joel mantiene l’intensità emotiva, in parte riesce anche ad amplificarla per via degli attori in carne ed ossa, ma è inserita in un contesto più costruito. Gli sceneggiatori dilatano il tempo, preparano il momento, e offrono maggiori indizi sull’identità di Abby e delle sue motivazioni prima dell’evento. È una morte comunque brutale, ma l’effetto sorpresa viene mitigato in nome della coerenza televisiva. L’evento resta traumatico, ma è vissuto in modo più “razionale” dallo spettatore rispetto al giocatore, che nel videogioco ha una relazione viscerale e attiva con Joel.
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Ellie e Abby: due protagoniste, due destini
Nel videogioco, Ellie si avvia verso un sentiero di disumanizzazione, progressiva e tragica, che culmina nella perdita di tutto ciò che ama. Abby, invece, percorre un cammino inverso: da carnefice a figura empatica e redenta, che trova nella cura di Lev un possibile riscatto.
La serie televisiva riprende questa dicotomia, ma umanizza Abby fin dall’inizio, esplorando il suo background, i suoi legami con il padre e con il gruppo dei WLF. Questa scelta ha una funzione fondamentale: rendere chiaro allo spettatore che non ci sono buoni o cattivi, solo persone spezzate che si muovono in un mondo crollato.
Bella Ramsey si conferma straordinaria nel ritrarre una Ellie lacerata, mentre Kaitlyn Dever porta in scena un’Abby fisicamente e psicologicamente credibile, lontana dalle semplificazioni maciste che qualcuno si aspettava. Entrambe le interpretazioni evitano le caricature e amplificano la dimensione tragica dell’opera.
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Il tema della vendetta: differenze di tono
Il fulcro tematico di The Last of Us: Part II è il fallimento della vendetta. Ellie, che parte con l’intenzione di uccidere Abby per vendicare Joel, finirà per distruggere se stessa. Abby, da parte sua, cerca vendetta per la morte del padre, ma si troverà a dover scegliere tra la vendetta e l’umanità.
Il videogioco è crudo, quasi spietato nella rappresentazione della spirale distruttiva. La serie mantiene questi elementi, ma li accompagna con un tono più riflessivo, concedendosi momenti di sospensione, dialoghi interiori, e scelte registiche più empatiche. Se il gioco ti mette una pistola in mano, la serie ti chiede di osservare con attenzione prima di sparare.
E qui può nascere una riflessione sulla gestione della violenza.
Nel videogioco, la violenza è uno strumento attivo: il giocatore compie atti violenti. È parte integrante della narrazione ludica. Nella serie, la violenza è mostrata – e molto – ma mai spettacolarizzata troppo. Le sequenze d’azione sono meno frequenti rispetto a uno show medio post-apocalittico, ma ogni volta che avviene qualcosa di violento, è sempre motivatamente doloroso, sembra che una parte dell’anima dei personaggi superstiti rimanga lacerata, come accade nel doppio, e praticamente involontario, omicidio che compie Ellie nell’ultimo episodio.
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Elementi tagliati, elementi nuovi
Come era lecito aspettarsi, la serie ha dovuto operare scelte di sintesi in confronto all’ampiezza narrativa del videogame, accorciando (per il momento) alcuni archi narrativi secondari (come quelli di Jesse, Dina o i WLF) per dare maggiore spazio ai due fulcri: Ellie e Abby. Anzi, per il momento possiamo dire solo a Ellie.
Tuttavia, sono stati introdotti anche nuovi momenti e dialoghi inediti, come flashback tra Joel ed Ellie non presenti nel gioco, o scene tra Abby e il suo gruppo che aiutano a comprendere la dinamica interna di quel mondo. In particolare, l’episodio 6, che ci immerge in più flashback legati ai compleanni di Ellie tornando a mostrarci il suo rapporto da figlia adottiva con Joel, compie una scelta molto audace. Nel videogame, il flusso di gioco era periodicamente interrotto dai ricordi (giocabili) di Ellie; nella serie si è scelto di mettere tutti insieme quei ricordi, creando di fatto un episodio filler che non porta avanti la narrazione ma ci aiuta a capire più a fondo il rapporto tra i due personaggi.
Uno degli episodi più toccanti di questa seconda stagione, inoltre, mostra in modo più esplicito l’affetto tra Ellie e Dina, ampliando l’aspetto queer della narrazione, già presente nel videogioco in maniera esplicita, ma qui trattato con maggiore apertura ed empatia.
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Fedeltà allo spirito dell’opera
La più grande fedeltà della serie al gioco non è nei dialoghi, nei costumi o nei dettagli grafici (che sono comunque incredibilmente fedeli), ma nella filosofia narrativa. The Last of Us è, prima di tutto, una storia su ciò che rimane quando l’umanità collassa: le scelte che compiamo, gli amori che ci spingono a uccidere, e i sensi di colpa che ci trascinano verso l’abisso.
La serie, pur scegliendo un ritmo e una grammatica visiva differenti, mantiene questo nucleo morale. Ed è per questo che funziona. In pratica, The Last of Us: Part II e la seconda stagione della serie HBO sono due modi diversi di raccontare la stessa tragedia. Il primo ti costringe a viverla con il controller in mano. Il secondo te la mostra, inesorabile.
Si tratta di due narrazioni complementari, non sostituibili. E se il videogioco ti lascia con le mani sporche di sangue, la serie ti lascia con gli occhi gonfi di lacrime e una domanda sospesa: quando tutto è perduto, cosa resta di noi?
Non ci sono eroi in questo mondo: The Last of Us e la fine della mitologia post-apocalittica.
Con l’uscita della seconda stagione di The Last of Us, HBO ha confermato ancora una volta la volontà di trasformare il linguaggio del videogioco in un’operazione seriale d’autore, facendo discutere, dividere e in certi casi anche spaccare pubblico e critica. Come era accaduto con The Last of Us: Part II nel 2020, anche l’adattamento televisivo ha polarizzato gli sguardi. Ma questa volta, forse, la frattura è meno generazionale e più ideologica.
Il plauso della coerenza
È opinione comune, anche delle testate internazionali più autorevoli, che questa seconda stagione è riuscita a tenere alti gli standard qualitativi posti dalla prima, mantenendo intatta la complessità morale del videogioco e riuscendo, al contempo, a plasmare una narrazione compatta e cinematografica. In particolare, va premiato il coraggio di non scendere a compromessi: la morte di Joel è stata messa in scena con una compostezza glaciale, priva della tipica enfasi hollywoodiane, e la decisione di dividere lo sguardo tra Ellie e Abby, dedicando questa stagione quasi esclusivamente alla prima, può essere letta come un’operazione che aiuta a curare il trauma emotivo ancor prima che possa esplodere.
C’è da dire, però, che in alcuni frangenti si denota una certa freddezza emotiva in questa stagione, perché The Last of Us 2 è un prodotto molto basato sulla scrittura, una scrittura analitica, quasi chirurgica, mirata ad evitare il manicheismo. L’effetto sorpresa della prima stagione, così centrato e devastante nei suoi momenti topici (pensiamo all’episodio con Bill e Frank, ad esempio), qui viene sostituito da una forma di narrazione molto controllata, chiaramente attenta a confrontarsi con uno degli apici del moderno panorama videoludico, verso il quale c’è un rispetto maniacale ma forse anche un latente senso di consapevole inferiorità. Tuttavia, troviamo in questa seconda stagione una grande maturità registica e di scrittura che mantiene una coerenza tematica rara nelle produzioni seriali contemporanee, dove spesso il fan service soffoca ogni tensione narrativa.
Bella Ramsey non vi deve niente: critica ai critici da tastiera
Ci sarebbe un discorso a parte relativo al pubblico di questa serie, soprattutto quello che ha l’ardire di farsi sentire sui social network ergendosi a voce di questa o quella rappresentanza. La questione non è nuova, ma qui si ripropone con un carico ancora maggiore di tossicità: come accaduto con The Last of Us: Part II, anche qui parte dell’audience ha reagito con rabbia all’introduzione di Abby e alla centralità sempre più marcata del personaggio di Ellie.
Bella Ramsey, già oggetto di commenti feroci nella prima stagione, è tornata nel mirino di una certa frangia estremamente rumorosa, che ha contestato la sua performance non su basi attoriali ma — diciamolo con chiarezza — su un pregiudizio tossico e misogino. Un atteggiamento figlio della mentalità incel e di un fandom che non riesce ad accettare personaggi femminili complessi, non sessualizzati e fuori dai canoni della “badass girl” da copertina. Fortunatamente, il backlash è stato largamente contrastato da una comunità di spettatori e critici maturi, capaci di riconoscere in Bella Ramsey un’interprete rigorosa, affilata, capace di reggere da sola il peso di una tragedia shakespeariana.
Aspettative per la terza stagione: tra nuovo orrore e la memoria dei vivi.
Con la seconda stagione che si è conclusa sul filo del trauma e della disillusione, le aspettative per la terza stagione sono alte, complesse, e forse persino pericolose. Perché da un lato c’è il desiderio, legittimo, di continuare un racconto che ormai è entrato a pieno titolo nel canone della serialità contemporanea; dall’altro c’è la consapevolezza che, dopo due stagioni così forti e divisive, ogni nuovo passo sarà un equilibrio sul filo del rasoio.
Al momento della stesura di questo articolo, Neil Druckmann e Craig Mazin hanno già confermato che la terza stagione coprirà solo una parte del materiale narrativo di The Last of Us: Part II (che, ricordiamo, è un gioco enorme, con un impianto narrativo che si estende su circa 30 ore di gameplay). Questo ci dice almeno due cose: primo, che la serie non ha intenzione di affrettare la chiusura; secondo, che ci troviamo di fronte a un universo che vuole prendersi tutto il tempo necessario per esplorare le rovine interiori dei personaggi sopravvissuti.
La storyline di Ellie è tutt’altro che chiusa: la sua parabola di autodistruzione, già messa in moto dalla vendetta e dalla perdita, promette nuove e dolorose ramificazioni. In particolare, la sua relazione con Dina, devastata dalla scelta finale di abbandonare tutto pur di portare a termine una vendetta inutile, è destinata a diventare il cuore emotivo della prossima stagione. C’è spazio per la redenzione? Per il perdono? Forse. Ma The Last of Us non è mai stata una storia su “lieto fine” o rivincite. È una storia sul sopravvivere, e sul prezzo da pagare per farlo.
Altrettanto centrale, anzi maggiormente centrale, sarà l’evoluzione di Abby, proiettata verso un cammino che nel gioco si muove verso le Fireflies, o ciò che ne resta. In questa seconda stagione abbiamo seguito il percorso di Ellie e la sua sete di vendetta; nella prossima seguiremo sicuramente la storia di Abby, chiaramente annunciata già nelle ultime immagini dell’episodio 7 che riporta l’azione indietro nel tempo, al Giorno 1. La terza stagione, quindi, probabilmente approfondirà il conflitto tra le fazioni di “lupi” e “iene”, cioè i WLF e i Serafiti, per ora lasciato accuratamente nel “fumo”, o forse verrà approfondito il relitto stesso di quell’ideale di “salvezza collettiva” che da sempre fa da contrappunto al cinismo del mondo post-pandemico. Le possibilità sono tante, ma ciò che conta è che il percorso di Abby, come nel gioco, sarà segnato da nuove perdite, nuove scelte, e una continua tensione tra il bisogno di espiazione e la volontà di vivere.
Ci auguriamo anche una maggiore attenzione all’elemento infetto, che nella seconda stagione è rimasto più sullo sfondo rispetto alla prima, con un’esplorazione di quelle minacce più subdole come le “spore” e i “cordyceps” solo introdotti in questa seconda parte.
Ma, al di là delle aspettative di spettacolo, c’è un elemento che la terza stagione dovrà assolutamente preservare: l’onestà narrativa. The Last of Us ha sempre avuto il coraggio di non compiacere il pubblico, di non cercare scorciatoie emotive, di mostrare la vulnerabilità dei suoi personaggi come unico antidoto a un mondo votato alla crudeltà. Continuare su questa linea sarà difficile, certo, ma è l’unico modo per non tradire l’essenza stessa dell’opera.
Perché il vero orrore di The Last of Us, più dei clicker e delle vendette, è l’idea che in fondo possiamo dimenticare chi eravamo. E la terza stagione, se sarà davvero fedele a questo spirito, non ci permetterà di dimenticare. Mai.
A cura di Roberto Giacomelli

















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