The Long Walk, la recensione

È curioso pensare che Stephen King abbia scritto La lunga marcia nel lontano 1966, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ben prima di diventare il Re incontrastato dell’horror letterario. Eppure, già in quel primo romanzo, acerbo ma potentissimo, c’era tutto: la tensione, la costruzione dei personaggi, ma soprattutto una visione politica nerissima dell’America. Un Paese che cercava di rialzarsi ma trasformato in macchina di spettacolo e morte, dove l’intrattenimento coincide con il sacrificio umano. Un’idea che anticipa di decenni tanto il reality televisivo quanto una certa deriva culturale contemporanea. Non è un caso che oggi, in un momento storico particolarmente sensibile a questi temi, il romanzo trovi una nuova vita cinematografica con The Long Walk.

A portarlo sul grande schermo è Francis Lawrence, già avvezzo a distopie giovanili grazie alla saga di Hunger Games, su una sceneggiatura firmata da JT Mollner, talento emergente dietro l’ottimo Strange Darling. Le premesse sono solide, e il film lo dimostra fin dalle prime sequenze.

In un’America distopica, cento ragazzi partecipano a una competizione chiamata “La Lunga Marcia”. Le regole sono poche e spietate: camminare senza mai scendere sotto una certa velocità. Chi rallenta riceve ammonizioni; al terzo richiamo, viene giustiziato sul posto. L’ultimo sopravvissuto vince tutto ciò che desidera per il resto della sua vita. Tra questi ragazzi seguiamo in particolare Ray Garraty (Cooper Hoffman) e Peter McVries (David Jonsson), le cui storie personali emergono poco a poco lungo il percorso, tra confessioni, paure e legami destinati inevitabilmente a spezzarsi.

 

Il film di Lawrence è, per sua natura, estremamente statico. Non potrebbe essere altrimenti: è una lunga camminata, un percorso lineare che diventa terreno di esplorazione psicologica prima che fisica. E qui sta uno dei suoi maggiori punti di forza. Con pochissimi elementi – una strada, dei corpi in movimento, il tempo che scorre – The Long Walk riesce a costruire una tensione costante, affidandosi quasi esclusivamente alla scrittura e alle interpretazioni.

JT Mollner lavora molto bene sui dialoghi, che diventano il vero motore del racconto. Attraverso le conversazioni tra i ragazzi emergono caratteri, fragilità, sogni e disperazioni. È proprio questo continuo scambio umano a creare coinvolgimento: lo spettatore si affeziona, sceglie i propri “favoriti”, e inevitabilmente soffre quando questi vengono eliminati. Perché la crudeltà del film non è solo nella violenza esplicita – comunque presente e spesso scioccante – ma nella consapevolezza che ogni morte è una perdita emotiva, la vita di un giovane stroncata prematuramente e ingiustamente.

Dal punto di vista registico, Francis Lawrence dimostra grande controllo. Non indulge mai in spettacolarizzazioni inutili e mantiene uno sguardo asciutto, quasi documentaristico, che amplifica il senso di realismo. Le esecuzioni, improvvise e brutali, arrivano come fendenti, speso senza enfasi, rendendo il tutto ancora più disturbante.

Ottimo il cast: Cooper Hoffman e David Jonsson reggono il film con grande naturalezza, costruendo un rapporto credibile e stratificato. Ma è impossibile non menzionare Mark Hamill, che nel ruolo del Maggiore incarna perfettamente l’autorità fredda e disumanizzante del sistema. Un villain silenzioso, quasi istituzionale, proprio per questo ancora più inquietante.

Se c’è un limite, è proprio nella struttura stessa del racconto che non è propriamente cinematografica: il meccanismo, per quanto efficace, tende a ripetersi. Alcune dinamiche – ammonizione, cedimento, esecuzione – finiscono per somigliarsi un po’ troppo, dando una sensazione di dejà vu che, a tratti, appesantisce il ritmo. Ma il vero punto critico è il finale. Senza entrare nei dettagli, JT Mollner opta per una soluzione più “cinematografica”, meno nichilista rispetto al romanzo. Una scelta comprensibile, ma che smorza in parte la potenza politica e il pessimismo radicale dell’opera originale.

Nonostante questo, The Long Walk resta un adattamento solido, coinvolgente e profondamente disturbante, capace di intrattenere e far riflettere con una semplicità disarmante. In un panorama saturo di distopie rumorose e sovraccariche (tra cui inseriamo anche il recentissimo The Running Man, sempre tratto da King), questo film sceglie la sottrazione e trova proprio lì la sua forza.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Scrittura solida e dialoghi coinvolgenti.
  • Ottime interpretazioni, soprattutto Hoffman e Jonsson.
  • Regia controllata e tensione costante.
  • Forte impatto emotivo e politico.
  • Struttura narrativa a tratti ripetitiva.
  • Finale meno incisivo rispetto al romanzo.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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The Long Walk, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

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