The Punisher: One Last Kill, la recensione dell’episodio speciale
È la prima volta che parlo di un prodotto Marvel da queste parti. La situazione si presta ad una premessa, trovo che in certi casi possa essere utile conoscere il punto di vista di chi scrive. E dato che parliamo di Marvel (o di cinecomic in generale), perdo qualche riga ad inquadrare la mia posizione, per quanto potrebbe non interessare a nessuno. Diciamo che non sono quello che si definirebbe un fan accanito, che però non vuol dire io sia un detrattore. Facciamo che sono un credente non praticante. I film targati Marvel prima o dopo li vedo tutti, laddove il ‘prima o dopo’ indica una mia tempistica un po’ differita.
Per dire, ho completato la Fase 3 del MCU durante la pandemia del 2020, nei sei anni successivi ho quasi completato la Fase 4, quel ‘quasi’ sta a ricordarmi che mi manca ancora Wakanda Forever. Prometto di non attendere una nuova pandemia per rimettermi in pari con le fasi successive, sebbene l’hantavirus sia lì a strizzarmi l’occhio. In sostanza, non mi procurano hype, ma allo stesso tempo stuzzicano comunque la mia curiosità. Anche perché, di fatto, sono film che si affidano al linguaggio di altri generi che seguo. Alcuni mi hanno divertito, qualcuno mi ha persino emozionato, molti mi hanno lasciato indifferente, altri ancora mi hanno deluso. Ma questo rientra nell’ordine delle cose, non è certo una mia prerogativa.
Ho menzionato l’universo cinematografico perché mi tocca confessare che sul versante televisivo sono invece fermo praticamente a zero. O meglio, ho visto al day one le due stagioni della serie del Punisher su Netflix (2017/2019). E prima ancora quella di Daredevil perché c’era il Punisher. Che al tempo non erano considerate canoniche, salvo virata più o meno parziale legata alla recente Daredevil: Rinascita, altra serie che ho recuperato – sulla spinta del cameo di Frank Castle, ma anche per quel contesto urban più congeniale ai miei gusti.
Sì, insomma, il Punisher è il mio personaggio fumettistico preferito, da lì un livello di attenzione nettamente differente nei confronti di ciò che lo riguarda. Il discorso che facevo sul mondo Marvel evidentemente non lo include. Del resto, lo stesso personaggio e le pubblicazioni che lo vedono coinvolto sono distanti dagli standard (quanto meno da quelli maggiormente mainstream) della Casa delle Idee. Ma non divaghiamo, almeno non troppo.
L’ho presa larga ma con un discorso che, tra Marvel, televisione e Punisher, ha un suo filo logico che porta all’argomento del giorno. Lo speciale televisivo (o Special Presentation) The Punisher: One Last Kill, disponibile su Disney+ a partire dallo scorso 13 maggio. Annunciato senza preavviso meno di due mesi fa, forse confondendo un po’ le idee a qualche spettatore meno attento convinto di dover attendere episodi successivi credendo si tratti di un prodotto seriale, almeno a giudicare da alcuni commenti random che mi è capitato di leggere in questi giorni.
Partiamo dalla sua collocazione. La vicenda si svolge ovviamente dopo ciò che avevamo visto nella serie Netflix e più o meno parallelamente al corso degli eventi della prima stagione del sopracitato Daredevil: Rinascita. Il look barbuto, oltre che scelta prima di tutto estetica, intende probabilmente suggerire il gancio temporale. Il terzo Marvel Special Presentation (dopo Werewolf by Night e The Guardians of the Galaxy: Holiday Special, entrambi del 2022) è un mediometraggio di circa 50 minuti che vuole offrire uno spaccato su Frank Castle e su come se la stia passando. E fare da ponte propedeutico verso l’imminente Spider-Man: Brand New Day, in cui a sorpresa comparirà proprio il caro vecchio Punitore – un film che per questo motivo è passato dall’avere la mia curiosità all’avere la mia attenzione. Un modo per riportare il Punisher nella mischia e tastare il terreno in vista di eventuali progetti futuri a lui dedicati, non a caso iniziano già a spuntare i primi rumour su una possibile nuova produzione col protagonista Jon Bernthal che si è già dichiarato disponibile a patto di essere coinvolto nel team creativo.
Si è detto che una delle principali ispirazioni di One Last Kill sia Welcome Back, Frank (Bentornato, Frank), controparte a fumetti scritta da Garth Ennis e disegnata da Steve Dillon tra il 2000 e il 2001. Ehm, secondo me no. Avrei potuto rispondere a memoria, ma ho utilizzato il dubbio come scusa per rileggere in questi stessi giorni un albo sempre gustoso. No, dicevo, almeno non troppo. Facciamo un nì, per la presenza di Ma Gnucci (che sullo schermo trova il volto di Judith Light) e della faccenda della taglia messa sul Punitore. Tra l’altro, alcuni elementi di quella storia erano stati utilizzati nel deludente The Punisher del 2004 (l’assortimento di vicini di casa, la lotta col Russo) e nell’ottimo Punisher: War Zone del 2008 (il detective Soap che aveva fatto il suo esordio proprio in quel volume). È chiaro che la nuova trasposizione non intende puntare soltanto agli eventi narrati, quanto al cuore concettuale. Un discorso nel quale è utile inquadrare il Punisher netflixiano per poi comprendere meglio questa nuova appendice. Non parlo di recap narrativo, mi riferisco proprio al tratteggio del personaggio. Considerando che One Last Kill non solo prende le sue caratteristiche peculiari ma le enfatizza, le spinge in maniera ancora più decisa, arriva quasi ad estremizzarle.
Se il riferimento principale vuole essere, appunto, il lavoro di quel Garth Ennis che ha firmato una delle ere più importanti del Punitore cartaceo, bisogna dire che questa nuova versione ne condivide la radice tematica scegliendo però di rappresentarla in maniera diversa. Il punto in comune è evidentemente il trauma e le sue conseguenze, la differenza sta nella strada scelta per raccontarlo.
Ennis presenta un Punisher quasi svuotato umanamente, insiste sull’idea che viva in uno stato di trauma permanente e che la guerra sia diventata la sua unica identità, un uomo consumato, interiormente devastato, pieno di fantasmi ed incapace di vivere normalmente. Emotivamente anestetizzato, controllato, inquietantemente lucido. Il linguaggio emotivo vede un Frank che non verbalizza quasi mai il dolore, che non piange apertamente, che elabora il trauma in violenza, isolamento e ossessione.
L’ultima versione sullo schermo ricorre invece ad una grammatica contemporanea a base di PTSD fatta di attacchi emotivi, dissociazione visibile, allucinazioni ripetute, crisi di pianto, richieste di aiuto, momenti in cui il nostro sembra desiderare il collasso. La base psicologica viene da Ennis, mentre l’espressione emozionale è la principale libertà autoriale di questa recente escursione televisiva. Il Castle del fumettista britannico è terrificante perché non crolla mai, ha trasformato il dolore in funzione operativa, la sofferenza emerge soltanto attraverso monologhi interni, silenzi, nichilismo. Quello interpretato da Jon Bernthal passa per frequenti breakdown, una esplicitazione del dolore ai limiti della resa, allucinazioni insistite, una vulnerabilità pesantemente esternalizzata. In sostanza, c’è una differenza che può spiazzare e/o non essere apprezzata da tutti, ma per fortuna non al punto da deragliare ‘fuori’ personaggio considerando che quel dolore è sempre stato centrale così come l’incapacità di elaborare il lutto o l’essere psicologicamente (ed irrimediabilmente) devastato.
Ho voluto spendere qualche parola in più su questo aspetto, che narrativamente impegna circa la metà di One Last Kill, perché è quella che si è rivelata la parte più divisiva tra chi l’ha lodata per il coinvolgimento emotivo e chi l’ha detestata per lo snaturamento troppo marcato. Diciamo che, come spesso succede, la verità sta nel mezzo. Effettivamente quella fragilità così esplicita ed insistita ad un certo punto stranisce, in particolare se si è abituati a conoscere il personaggio in un certo modo, ma se il finale dello special va interpretato come accettazione del proprio ruolo da parte di Castle (e quindi di un profilo più vicino anche al prototipo ennisiano) allora quella porzione di girato può essere considerata come un percorso diverso che intende giungere alla stessa destinazione attraverso un nuovo itinerario, che va letto come libertà creativa di chi vuole apportare il proprio contributo.
D’altronde la profilazione emotiva non è l’unica differenza proposta dalla versione televisiva, dall’aspetto fisico che vede un Bernthal sicuramente tirato e in ottima forma ma evidentemente meno imponente (anche in altezza) della fonte fumettistica, alla caratterizzazione vocale che vede l’attore ricorrere ad una parlata molto working class newyorkese (con influenze italo americane) nel ritmo e nelle consonanti ‘mangiate’, compressa e rabbiosa, nella voce roca, spezzata e gutturale, a differenza della serie Punisher MAX in cui Frank parla in maniera molto asciutta e controllata, quasi militare, spesso con frasi brevissime ed in una forma raramente emozionale e colloquiale. Così come l’utilizzo frequente di urla e grugniti che rendono il profilo del Frank televisivo ulteriormente animalesco.
Per dire, se ci addentriamo nell’ambito dei pareri personali non richiesti, il mio Punisher ideale resta quello del compianto Ray Stevenson, al momento (e per me, ovviamente) il migliore di sempre per una controparte cinematografica che sembra uscita direttamente dalle pagine del fumetto. Parlo proprio di trasposizione, interpretazione e aderenza del personaggio, al di là dei contesti ospitanti (film o serie) che possono piacere o meno. Ma – e qui c’è un grosso ed ottimistico ‘ma’ – quella di Bernthal è un’incarnazione che ho apprezzato comunque tanto. Il Punitore visto nella seconda stagione del Daredevil di Netflix rubava la scena a tutti al punto che il passo più naturale era dargliela tutta quella scena nelle due stagioni di una serie individuale notevole. In più ci metto il trasporto emotivo dell’interprete, che sullo schermo è tanto intenso quanto palese. Tormento interiore perpetuo ma anche concretezza corporea, Bernthal compensa in densità fisica, aggressività e postura quello che magari gli manca in centimetri e peso specifico.
Tutti elementi che rientrano nell’innamoramento da parte dell’attore nei confronti di un personaggio iconico, sentimento che non può non essere apprezzato dai fan e che viene testimoniato dal fatto che Jon sale a bordo di questo special anche come produttore e, per la prima volta in carriera, come sceneggiatore raccontando di aver scritto spesso all’alba e con la consulenza del marine raider Nick Kumalazzos. Oltre a reclutare sua figlia Addie che interpreta Lisa Castle, la figlia di Frank, nelle allucinazioni. Ci può stare che il coinvolgimento nella scrittura lo abbia portato a cercare territori in grado di valorizzare determinate capacità attoriali.
E ora veniamo al meglio. Se c’è una parte (di cui abbiamo ampiamente detto) di One Last Kill che può dividere, ce n’è un’altra che mette tutti d’accordo. E che da sola vale la visione e probabilmente anche qualche rewatch. Mi riferisco all’esplosione di violenza del secondo tempo. Assolutamente coerente allo stato di guerriglia urbana (scandita da una soundtrack adeguata) che fa da sfondo alla vicenda.
Frank si trasforma nel consueto one man army e mette in piedi il suo show omicidiario uno vs tutti, in cui quei tutti sono veramente tanti. Una strage ininterrotta ed itinerante che parte dalle fiamme di un appartamento, si sposta nei corridoi, tra la mobilia domestica, sui balconi, sui tetti, per strada. Armi di ogni tipo, uccisioni continue, violente, brutali. In un contesto coreografico sufficientemente elaborato, in cui stunt e cura dei dettagli forniscono un contributo prezioso, per un bodycount goduriosamente folle che secondo alcuni – che hanno avuto la pazienza di contare – sembrerebbe toccare le 73 vittime (72 umani ed un cane) di cui 67 attribuibili al Punisher. Che a quel punto non si capisce perché alcune morti siano lasciate al fuori campo, se ci troviamo a ballare la danza della cruenza allora facciamolo fino in fondo. Con l’unica piccola macchia rappresentata da un brevissimo volo in CGI decisamente bruttino che sta già facendo il giro del web, con una grafica sovrapposta che porta ad una resa spernacchiabile simile ad un vecchio videogame.
L’assedio al condominio dà vita ad una macrosequenza adrenalinica e voyeuristicamente appagante, che ci accompagna ad un epilogo che a quel punto non può essere definitivo. Considerando che ti lascia con quel bisogno di volerne ancora e ancora. Ecco, è forse questo il merito più grande di One Last Kill. Dura meno del dovuto ma sa piantare il seme dell’hype senza offrire certezze per il futuro. Un progetto probabilmente inferiore alla serie Netflix ma comunque valido e godibile, che non aggiunge tasselli narrativi ma cerca di approfondire (a volte un po’ troppo) aspetti di una fase delicata della vita del Punisher, per poi possibilmente (ed auspicabilmente) prepararsi e prepararci a quella successiva.
Francesco Chello
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Questa puntata del Punisher, è secondo me premonitoria per il nostro futuro reale.
La sciura che scappa in limousine lascia aperto a nuovi e sanguinanti epidosi!
Fan di tutti i film splatter 🙂