The Running Man, la recensione

Nel panorama distopico e della critica sociale, il romanzo The Running Man – L’uomo in fuga di Stephen King (pubblicato nel 1982 sotto lo pseudonimo Richard Bachman) occupa una posizione di rilievo. Ambientato in un 2025 immaginario, in cui l’America è precipitata in una crisi economica e morale profonda, il libro descrive un reality show mortale in cui i concorrenti devono fuggire per 30 giorni, braccati da assassini professionisti, per guadagnare la sopravvivenza e una vincita in denaro.

Nel 1987 il romanzo fu trasposto in pellicola con Arnold Schwarzenegger protagonista e un’impostazione action-gladiatoria intitolata anch’essa The Running Man (da noi diventato L’implacabile), diretta da Paul Michael Glaser, che però deviava fortemente dal testo originale.

Con questa nuova versione del 2025 (curiosamente proprio l’anno in cui si ambientava il libro!) affidata al talentuoso Edgar Wright e co-scritta da Wright insieme a Michael Bacall, l’intento è dichiaratamente quello di tornare al romanzo, riproporre il messaggio distopico originario, pur aggiornandolo al mezzo cinematografico contemporaneo.

In un futuro prossimo, l’America vive sotto la dominazione dei media corporativi e delle piattaforme televisive globali. Il programma televisivo più seguito al mondo è “The Running Man” e per la nuova stagione il concorrente di punta è Ben Richards, un uomo qualunque con profonde difficoltà economiche e una figlia gravemente malata, che accetta di partecipare allo show per salvare la sua famiglia. Ben, che ha anche evidenti difficoltà a controllare la rabbia, deve fuggire per trenta giorni, evitare i cacciatori professionisti, guadagnare consensi e sopravvivere a una persecuzione globale che coinvolge droni, telecamere e spettatori.

Wright e Bacall si mantengono abbastanza fedeli al romanzo, tuttavia, proprio questa fedeltà comporta un problema iniziale: nel 1982 il racconto distopico appariva anticipatore della realtà; nel 2025, invece, molte delle sue coordinate – reality show violenti, persone qualsiasi che diventano celebrità, massa spettatrice passiva – sono diventate più prevedibili, in alcuni casi poco sorprendenti perché sovrapponibili ai reali meccanismi degli show odierni (basti pensare a Hunted e Celebrity Hunted di Channel 4 e Endemol). Di conseguenza, The Running Man oggi risulta fuori tempo e legato a un immaginario un po’ demodé che non cerca alcun aggiornamento a suggestioni più contemporanee. Certo, quei richiami visivi espliciti agli anni 80/90 non sono casuali e danno perfino personalità al lavoro di Wright, ma bastava poco per proseguire davvero nel solco della distopia pensando magari a una versione distorta ed estrema delle moderne tecnologie applicate allo show.

Il protagonista, Ben Richards, appare fin dall’inizio poco simpatico: un uomo qualunque con motivazioni serie, ma lo sguardo da “marpione” di Glen Powell, la sua presenza fisica da eroe hollywoodiano, impediscono allo spettatore di empatizzare pienamente con il suo stato di vittima. In una storia che richiederebbe vulnerabilità, il protagonista appare troppo costruito per essere l’uomo braccato. Tuttavia, quando la macchina della caccia si mette in moto, Wright dimostra tutto il suo talento: le scene d’azione sono rese con un montaggio dinamico e inconfondibile, la combinazione di tagli veloci, inquadrature asimmetriche e ritmo serrato fanno di alcune sequenze veri momenti di pura adrenalina.

La durata complessiva di circa 133 minuti appare però eccessiva e ci sono sequenze che non portano a nulla, che rilassano la tensione o la diluiscono; ad esempio, la lunga parentesi con il personaggio un po’ svitato interpretato da Michael Cera si mostra come un intermezzo carino ma poco funzionale. In più ci sono personaggi poco focalizzati, mi sentirei di dire perfino inutili, come la ragazza presa in ostaggio nel finale, che ad un certo punto sembra importantissima ma non viene sfruttata come si potrebbe attendere.

Visivamente, il film ha grande appeal e Wright dipinge funzionalmente una televisione globale, pervasiva, che trasforma la caccia in intrattenimento planetario: droni sferici dotati di quel tipico occhio da “Grande Fratello”, schermi a 360 gradi, città-set di caccia. L’effetto è riuscito e il Network somiglia a un sistema totalitario liquido, in cui lo show è lo specchio e l’arma del potere, come il Dan Killian interpretato da Josh Brolin ha il fare carismatico e dispotico di un perfido capo di Stato.

Il finale però risulta confusionario e la fine della corsa di Ben sembra arrivare senza che la sceneggiatura abbia saputo guidare lo spettatore verso un climax forte come quello del libro, che terminava con un atto di sacrificio e distruzione totale. Wright ha deciso di cambiare l’epilogo e, sebbene abbia ottenuto l’approvazione di King, il risultato appare debole, un po’ ruffiano, troppo sbrigativo e lontano dalla catarsi attesa.

In definitiva, The Running Man di Edgar Wright è un film che funziona a mezzo servizio: mantiene la forma-azione, lo stile, la satira, ma non sempre la profondità. È un ibrido fra il puro blockbuster d’inseguimento e la critica sociale distopica che King aveva originariamente concepito. È godibile, ben diretto, con momenti brillanti e sicuramente migliore del precedente adattamento, ma manca di coesione narrativa e di quel mordente che trasformava l’idea in genio.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Montaggio e regia di Edgar Wright come sempre energici, visivi, capaci di trasformare il cinema d’azione in spettacolo autorevole.
  • Tentativo di tornare al romanzo di King, evitando la rilettura superficiale del 1987: un passo in avanti che va lodato.
  • Fedeltà al romanzo che diventa limite: la mancanza di aggiornamento tematico fa apparire il film al traino, non all’avanguardia.
  • Protagonista poco simpatico, personaggi secondari insufficientemente sviluppati e finale che perde in impatto emotivo.
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