The Soul Eater, la recensione
Nel mondo del cinema (e non solo) esistono tante carriere iniziate con le più rosee aspettative ma che, con l’andare del tempo, si sono rivelate deludenti: tra le motivazioni e le cause di tali percorsi vi sono scelte sbagliate, strade stilistiche non idonee e un mercato produttivo che facilmente può ingabbiare un autore e renderlo impersonale. Un caso da citare con grande rammarico è quello di Alexandre Bustillo e Julien Maury i quali sul finire del primo decennio dei Duemila, insieme a registi come Xavier Gens e Pascal Laugier, furono tra i protagonisti di quella nuova generazione di cineasti horror transalpini capaci di regalare titoli memorabili da far impallidire la scena americana.
Come dimenticare il bellissimo Inside – A L’interieur, giustamente eletto a cult dagli appassionati di horror? Dopo quel titolo, però, il duo francese è incappato nelle problematiche di cui sopra, in particolare la scelta di accaparrarsi una fetta di pubblico più ampia e mainstream, che hanno favorito un appiattimento del loro indubbio talento e gusto estetico. Titoli come Leatherace e La casa in fondo al lago, giusto per fare due esempi, sono la prova di un percorso artistico incanalato su binari stereotipati e sentieri già esplorati troppe volte dai quali sembrava trasparire sciatteria e un’approssimazione a tratti disarmante.
Una crisi artistica dalla quale i due autori stanno venendo fuori a fatica e un ulteriore passo verso la luce in fondo al tunnel arriva con il loro nuovo lavoro dal titolo The Soul Eater, opera nella quale Bustillo e Maury cercano di fondere atmosfere da folk horror con le dinamiche del thriller investigativo. Un mix nel complesso riuscito, dal momento che il film si rivela gradevole, coinvolgente e rappresenta una nuova evoluzione nella carriera dei due registi, i quali abbandonano le velleità americaneggianti degli ultimi lavori per ritornare alla loro Francia e ad ambientazioni rurali, semplici e per questo verosimili. Un lavoro senza fronzoli, diretto ed essenziale che cattura l’attenzione di chi guarda, pur senza nascondere alcune evidenti criticità.
Il villaggio alpino di Roquenoir viene sconvolto da due immani tragedie: la scomparsa di numerosi bambini e una serie di misteriosi omicidi-suicidi. Due casi delicati sui quali indagano rispettivamente il gendarme Franck de Rolan e il detective Elzabeth Guardiano, i quali ben presto capiranno che dietro l’aspetto di un paese tranquillo e ormai semi deserto si nascondono dinamiche che travalicano i confini del mondo reale, su tutte le antiche leggende che hanno come protagonista una creatura demoniaca: il Divoratore di anime.
Bustillo e Maury fondano la loro opera su una struttura basata sui dualismi e le contrapposizioni fra personaggi, realtà e sfere sensoriali del tutto diverse fra loro e ciò conferisce a The Soul Eater un’effervescenza e una vivacità che gli consente di mantenere ritmi pimpanti e non appiattirsi mai. La trama, infatti, vive di continui scontri tra il mondo rurale e quello più prettamente metropolitano e frenetico a cui appartiene la detective, i metodi diversi e poco conciliabili dei due protagonisti e, soprattutto, la dialettica tra la razionalità e l’irrazionalità. È il conflitto tra queste due realtà così antitetiche, però, a rappresentare il fulcro e il motore di una storia che per larghi tratti riesce a destreggiarsi con discreti risultati tra il folk horror e il thriller investigativo, regalando un plot dagli intrecci non banali e sporadiche sequenze horror sempre in linea con l’anima del film. Grande merito, inoltre, va ascritto agli sceneggiatori Annelyse Batrel, Ludovic Lefebvre e Alexis Laipsker che si rivelano abili nel tratteggiare i caratteri sia dei protagonisti che delle figure secondarie e, soprattutto, a disseminare indizi ed elementi utili a depistare lo spettatore e far crescere in chi guarda previsioni puntualmente disattese. Meriti che vanno distribuiti anche al comparto tecnico, tra cui spicca la fotografia di Simon Roca il cui pregio è quello di avvolgere le ambientazioni di colori freddi, tenui che concorrono a trasmettere il senso di marciume e inquietudine della storia e dei personaggi in ballo.
The Soul Eater da un lato rappresenta una necessaria e salvifica evoluzione per il duo francese, dall’altro lato, tuttavia, si configura come un taglio quasi netto col passato in quanto la componente horror, come detto, appare lieve e per certi versi deludente. La vena da folk horror, infatti, non viene sfruttata del tutto e la sensazione è quella di un’occasione persa in quanto la figura del “Divoratore di anime” doveva e poteva avere maggiore spazio per la sua aderenza al disagio infantile dei bambini protagonisti e la sua potenza evocativa, derivante dalle credenze religiose e superstizioni che offuscano le menti di un’intera comunità. Insomma, siamo difronte ad un film di svolta e rinascita per Bustillo e Maury, ma che potrebbe deludere e allontanare i loro fan della prima ora.
The Soul Eater, ad ogni modo, è un’opera scorrevole, che si lascia guardare con piacere, consigliata soprattutto a chi ha voglia di assistere ad un intreccio che si rifà alla tradizione dei romanzi investigativi con venature soprannaturali.
Vincenzo de Divitiis
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