Thrash – Furia dall’oceano, la recensione
Da un po’ di anni a questa parte, il cinema horror di sopravvivenza legato a catastrofi naturali e animali killer sta vivendo una nuova, inattesa epoca d’oro. E non è di certo un caso: questo ritorno è strettamente connesso alla crescente attenzione verso l’emergenza ambientale. Eventi come alluvioni, tsunami e l’avvicinamento di grandi predatori acquatici alle zone urbane trovano una loro plausibilità proprio nel contesto del cambiamento climatico e del surriscaldamento globale, fenomeni reali che stanno alterando gli ecosistemi e i comportamenti delle specie animali. In questo senso, il recente successo di Under Paris di Xavier Gens ha dimostrato quanto il pubblico sia ancora affamato di questo tipo di narrazione, capace di unire tensione e sottotesto contemporaneo. Ed è proprio su questa scia che si inserisce Thrash – Furia dall’oceano, shark-movie catastrofico diretto da Tommy Wirkola e prodotto da Sony Pictures, distribuito in esclusiva su Netflix.
Carolina del Sud. Un uragano di Forza 5 si abbatte su una cittadina costiera riversando l’oceano tra le strade, con la conseguente distruzione e allagamento di gran parte delle abitazioni. Come se non bastasse, un camion-cisterna contenente carne alimentare rimane bloccato al centro della città disperdendo nell’acqua la merce trasportata e attirando un branco di squali leuca affamati. La giovane newyorkese incinta Lisa (Phoebe Dynevor) rimane bloccata all’interno della sua auto vicino alla zona di caccia degli squali e solo Dakota (Whitney Peak), rintanata nella sua abitazione, può aiutarla. I fratelli orfani Ron (Stacy Clausen), Dee (Alyla Browne) e Will (Dante Ubaldi), chiusi in casa con i pessimi genitori affidatari, anche cercano di sopravvivere alla situazione e al patrigno viscido ed egoista (Matt Nable). Nel frattempo, il biologo marino Dale Edwards (Djimon Hounsou), zio di Dakota, sta cercando di raggiungere la città insieme a una troupe televisiva e scopre che un gigantesco squalo bianco da lui monitorato è in dirittura d’arrivo nella zona del disastro.
Quella di fondere disaster movie e creature feature non è certo una novità. Titoli come Shark 3D (2012) o il ben più riuscito Crawl – Intrappolati (2019) di Alexandre Aja hanno già esplorato queste dinamiche, senza dimenticare la deriva volutamente demenziale della saga di Sharknado. Ma Thrash, proprio come aveva fatto film di Aja con gli alligatori, tenta di riportare lo shark-movie a una dimensione più “seria”, restituendogli quella dignità che troppe volte negli ultimi anni sembrava smarrita.
Ambientato in Carolina del Sud, il film segue più linee narrative che finiscono progressivamente per convergere, costruendo un mosaico di sopravvivenza in cui l’elemento umano è funzionale più alla tensione che all’approfondimento psicologico. I personaggi sono infatti tratteggiati in maniera essenziale: poche caratteristiche, ben delineate fin da subito, e uno sviluppo che segue traiettorie piuttosto prevedibili. La sceneggiatura dello stesso Wirkola non sembra interessata a scavare troppo in profondità, preferendo puntare tutto sull’azione e sull’efficacia immediata della messa in scena.
Ed è proprio qui che Thrash colpisce nel segno. Dopo un’introduzione rapida, il film si getta senza esitazioni nel cuore dell’azione, mantenendo un ritmo serratissimo per tutta la sua durata – poco meno di novanta minuti – che rappresenta uno dei suoi punti di forza principali. Non c’è spazio per divagazioni inutili: ogni scena è costruita per aumentare la tensione, per mettere i personaggi in pericolo, per alimentare quella sensazione di assedio costante che è la linfa vitale di questo tipo di cinema.
Colpisce anche la scelta stilistica di Wirkola, che abbandona in gran parte il suo consueto gusto per il grottesco e l’eccesso – evidente in film come Dead Snow, Una notte violenta e silenziosa o The Trip – per adottare un tono sorprendentemente sobrio e serio. Per quanto l’assunto di base resti inevitabilmente sopra le righe, la regia cerca sempre di mantenere un certo realismo interno, evitando derive parodistiche e trattando la minaccia con il giusto peso.
Dal punto di vista tecnico, Thrash è una vera e propria dichiarazione d’amore per il cinema di genere fatto con mestiere. Al netto di alcune sequenze più spettacolari – come l’onda anomala iniziale – il film predilige effetti pratici: squali leuca animatronici, gore abbondante e una ricostruzione in studio della città allagata che risulta sorprendentemente credibile. L’utilizzo di set reali riempiti d’acqua, con un progressivo innalzamento del livello, dona concretezza alla messa in scena e amplifica il senso di claustrofobia.
Certo, non siamo di fronte a un film destinato a rivoluzionare il genere o a lasciare un segno indelebile come ha fatto Crawl, ma Thrash – Furia dall’oceano funziona esattamente per quello che vuole essere: un prodotto di puro intrattenimento, solido, diretto, senza fronzoli. Un film che dimostra come, anche all’interno di un filone spesso bistrattato, sia ancora possibile trovare idee, passione e competenza.
Roberto Giacomelli
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