TOHorror 2024. Saýara, la recensione
Presentato in concorso alla 24ª edizione del TOHorror Fantastic Film Festival, Saýara segue la disperata missione di vendetta di una ragazza turkmena che vive a Istanbul. La sorella di Saýara viene violentata e uccisa, i suoi aguzzini scarcerati per mancanza di prove. Can Evrenol, già regista di Baskin, inscena un brutale revegne movie che osa e non si risparmia mai cercando attraverso la rabbia e la violenza di Saýara di puntare il dito contro il maschilismo e la violenza sessuale.
Le premesse narrative sono semplici e immediate, Can Evrenol inscena un classico rape & revenge senza particolari pretese narrative e con le intenzioni chiare ed evidenti. La scrittura di Saýara è infatti al livello zero della narrazione: diretta, impostata, coesa. Questo tipo di scrittura serve ed è necessaria di fronte a un film del genere che dal primo momento in cui mostra la violenza non si ferma e non arretra mai. Un climax di violenza a cui lo spettatore è costretto ad assistere inerme.
Inerme è infatti l’aggettivo che più di tutti può descrivere l’esperienza dello spettatore davanti a questo film. Subire passivamente ogni singolo fotogramma di Saýara fa male. La spirale di aggressioni che porta allo stupro della sorella è solo la quiete prima della tempesta che sarà la vendetta della protagonista. Una tempesta inarrestabile di sangue e violenza pronta a uccidere chiunque si metta tra lei e il suo obbiettivo.
Le due violenze che vengono mostrate all’interno del film sembrano essere una la risposta dell’altra in un rapporto di scontro, ma la realtà profonda è molto più complessa: le due violenze sono estremamente simbiotiche. Le violenze sessuali e fisiche subite dalla sorella sono l’origine della violenza che Sayara riverserà su questi aguzzini e su tutte le persone coinvolte. Ed è proprio nella violenza verso quelli che possono essere visti come “innocenti” che il film rivela la sua vera natura. Saýara è un film capace di portare sul grande schermo una riflessione sulla violenza di genere e sull’assurdità che questa comporti. La violenza che Sayara infligge a certi personaggi all’apparenza non colpevoli lascia spiazzati, scossi. Destabilizzare lo spettatore è l’obiettivo di Evrenol, lo shock porta chi guarda a riflettere su cosa sia l’essenza stessa della violenza. La protagonista è il risultato di quella violenza, il prodotto assurdo di un comportamento spesso giustificato. Sayara è la rabbia che si prova vedendo stupratori impuniti; la rabbia di chi subisce, in silenzio, senza mai reagire.
Inserendosi all’interno di un certo filone di cinema d’azione composto da film come The Raid o John Wick, Saýara riesce a imporsi mantenendo una propria identità solida e coesa. Le ispirazioni sono evidenti ma genuine. Se le idee e gli stunt ricordano molto questi film, sono i toni e le ambientazioni e richiamare un qualcosa di altro. La Turchia di Evrenol è cupa, buia e desolata, una Turchia che sembra essere a metà tra la New York di Taxi Driver e la Toronto di Videodrome: umida, spettrale e viscerale, sembra essersi ormai abbandonata alla corruzione e al potere dei forti sui deboli.
La regia di Everol lavora a stretto contatto con il montaggio e la fotografia per consegnare al pubblico un thriller violento dal respiro ampissimo, quasi insostenibile. Piazza la camera mettendo sempre la violenza in primo piano, senza mai voltare lo sguardo e tagliando solo quando la violenza perde significato e diventa fine a se stessa. Un lavoro coeso e solido che ha chiaro dove vuole arrivare e fa lo stretto necessario per arrivarci, cosciente del mezzo e dei suoi strumenti.
In un mondo dove sempre più spesso si punta il dito contro chi accusa, arrivando pure a dubitare che le vittime siano tali, Can Evrenol firma una dichiarazione politica cinematografica chiare e limpida: “Dead men don’t rape”. Saýara fa del cinema una vocazione politica, cercando di fare delle proprie immagini un messaggio e riuscendoci in pieno senza mai dimenticare il mezzo attraverso cui si esprime: il cinema è politica, Evrenol lo sa e ce lo ricorda con un film eccellente, sia sul piano tematico che su quello cinematografico.
Emanuele Colombo
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