Tratto da una storia vera: i crimini reali che sono entrati nella Storia del Cinema
Prendiamo un dato di fatto che potremmo anche considerare scomodo: il cinema di finzione, quando vuole raccontare il crimine, non regge il confronto con la realtà. Non perché manchino sceneggiatori bravi, anzi, ma perché la realtà produce situazioni, personaggi e dinamiche che nessuno avrebbe il coraggio di inventare. Cosa succederebbe se uno sceneggiatore portasse in sala la storia di un uomo che per sei anni si spaccia per pilota, medico e avvocato incassando assegni falsi in dodici paesi? Potrebbe sembrare inverosimile. Eppure Frank Abagnale Jr. esiste davvero e la sua storia è finita nel curriculum di Steven Spielberg con Prova a prendermi.
La scritta “basato su una storia vera” non è un marchio di qualità automatico, ma film tratti da storie vere a tema criminale occupano da sempre uno spazio privilegiato nel pantheon dei capolavori proprio perché portano in sala qualcosa che lo spettatore non può sminuire a semplice intrattenimento: sono fatti accaduti, persone reali, conseguenze che non si chiudono con i titoli di coda.
Quando la realtà batte la fantasia.
C’è un paradosso strutturale in ogni thriller di finzione: deve essere credibile. Deve rispettare una certa verosimiglianza perché il pubblico non si alzi dalla poltrona prima del tempo. La realtà, invece, non ha questo problema. E il cinema lo sa da sempre, tanto che il fenomeno true crime non è un’invenzione di Netflix o dei podcast: è una delle ossessioni più antiche del pubblico cinematografico, ben prima che qualcuno gli desse un nome e ci costruisse sopra un algoritmo.
Quello che è cambiato negli ultimi vent’anni è la pervasività: oggi chiunque conosce i dettagli del caso Dahmer, sa cosa sono i mutui subprime e ha un’opinione sul Killer dello Zodiaco. Il pubblico arriva in sala già informato, il che dovrebbe essere un problema narrativo, ma i migliori film del genere lo trasformano in un punto di forza. Non è il finale a tenerti incollato allo schermo, ma il percorso, il modo in cui una persona ordinaria, o straordinariamente distorta, ci è arrivata. E la domanda che resta aperta quando si accendono le luci in sala, quella che continui a rigirarci su per giorni, è sempre la stessa: come è stato possibile?
Serial killer e casi irrisolti: il crimine che non smette di ossessionare
Il sottogenere più frequentato del true crime cinematografico è anche quello più difficile da gestire senza scivolare in glorificazione. I film sui serial killer reali che funzionano davvero sono quelli che rifiutano la soluzione facile: né il mostro “incomprensibile”, né la vittima da compiangere acriticamente.
I film da non perdere
Zodiac (David Fincher, 2007) è il caso limite: basato sul Killer dello Zodiaco, attivo nella baia di San Francisco tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70 e mai identificato con certezza, costruisce la sua tensione sull’assenza di una risposta. Fincher non ci dà il colpevole perché il colpevole non c’è, almeno non ufficialmente, e usa quel vuoto per raccontare qualcosa di più interessante: l’ossessione di chi indaga, che alla fine divorzia dalla moglie e perde il lavoro per un caso che non si chiuderà mai. Il vero mostro non è il killer, è la necessità umana di trovare un nome a tutti i costi.
Su un versante completamente diverso, Monster (Patty Jenkins, 2003) offre invece una certezza brutale: Aileen Wuornos esiste, ha ucciso sette uomini in Florida tra il 1989 e il 1990 ed è stata giustiziata nel 2002. Patty Jenkins non costruisce un’apologia, ma lavora sulla catena di violenze subite prima di quelle inflitte, e lascia allo spettatore il compito scomodo di tenere entrambe le cose in testa contemporaneamente. Charlize Theron vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista nel 2004, ma l’interpretazione è talmente radicale da far quasi dimenticare che si tratti di recitazione.
Più recente e più disturbante nel metodo, Ted Bundy – Fascino criminale (Joe Berlinger, 2019) sceglie di raccontare Ted Bundy dalla prospettiva della sua compagna, che per anni non ha voluto vedere quello che aveva davanti. Zac Efron funziona nel ruolo proprio perché non sembra un mostro, il che è esattamente il punto.
Frodi, truffe e identità rubate: i criminali più eleganti della storia
Non tutti i crimini lasciano sangue. Alcuni lasciano solo numeri su un conto, firme false su un assegno, un sistema finanziario che crolla su se stesso. E il cinema ha capito da tempo che i grandi truffatori hanno qualcosa di profondamente cinematografico: l’intelligenza come unica arma, la capacità di recitare come tecnica criminale. Sono, a modo loro, i villain più vicini agli spettatori, perché non usano la forza bruta ma il desiderio stesso di realizzarsi.
I film da non perdere
Prova a prendermi (Steven Spielberg, 2002) racconta la storia di Frank Abagnale Jr., che negli anni ’60 si spacciò per pilota di linea, medico e avvocato falsificando assegni per milioni di dollari prima che l’FBI lo fermasse. Il film funziona come un inseguimento elegante, ma quello che resta è un ritratto preciso di un’epoca in cui l’identità era ancora qualcosa che si costruiva carta e penna alla mano. Niente tracce digitali, niente sistemi di verifica, niente protocolli. Un mondo lontanissimo da quello attuale, in cui anche le transazioni nell’intrattenimento online passano per circuiti certificati: dai servizi di streaming ai casinò online che accettano Maestro, gli stessi standard antifrode che avrebbero reso impraticabili i raggiri di Abagnale fin dal primo assegno.
The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013) porta sullo schermo Jordan Belfort, broker che attraverso la società Stratton Oakmont truffò migliaia di investitori con schemi pump-and-dump tra la fine degli anni ’80 e i ’90. Scorsese sceglie la commedia nera e il grottesco, DiCaprio costruisce un personaggio che seduce prima ancora che convinca, e il film ha il coraggio di non inserire una scena di redenzione perché nella realtà non ce n’è stata nessuna.
La grande scommessa (Adam McKay, 2015) sposta il fuoco dalla singola figura criminale al sistema intero, raccontando la crisi dei mutui subprime del 2008 attraverso i pochi che avevano visto arrivare il crollo. È il più politico dei tre, e il più amareggiante: ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 2016, ma i colpevoli reali non hanno mai pagato davvero.
Mafia e criminalità organizzata: quando il crimine diventa epica
Se c’è un terreno su cui il cinema americano ha costruito la sua mitologia, è quello della criminalità organizzata. Ma la differenza tra un film di gangster inventato e uno basato su fatti reali è la stessa che passa tra un romanzo storico e un documento: nel secondo caso, la realtà impone dei vincoli che spesso rendono la storia più interessante.
I film da non perdere
Quei bravi ragazzi (Martin Scorsese, 1990) parte dal libro di Nicholas Pileggi su Henry Hill, associato alla famiglia Lucchese che decise di collaborare con l’FBI. Scorsese non mitifica nulla: mostra la mafia come un sistema di lavoro con gerarchie, premi e punizioni, dove la violenza è sbrigativa e quasi amministrativa, non cinematografica. Joe Pesci vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1991, per un Tommy DeVito che è rimasto nell’immaginario collettivo come uno dei villain più inquietanti della storia del cinema.
Donnie Brasco (Mike Newell, 1997) esplora il lato dell’infiltrazione, raccontando i sei anni in cui l’agente FBI Joe Pistone visse sotto copertura all’interno della famiglia Bonanno, una delle operazioni undercover più lunghe e rischiose della storia americana. Il film ha l’intelligenza di concentrarsi sul costo umano di quella doppia vita invece che sulle operazioni investigative, e Al Pacino fa il resto. Una nomination al BAFTA per la miglior sceneggiatura non originale che non rende piena giustizia a quanto il film sia sottovalutato ancora oggi.
Blow (Ted Demme, 2001) chiude il trittico con la parabola di George Jung, che negli anni ’70 e ’80 fu tra i principali fornitori del cartello di Medellín negli Stati Uniti: Johnny Depp lo ritrae come un uomo convinto di stare cogliendo un’opportunità di mercato, il che rende la sua caduta al tempo stesso inevitabile e, stranamente, malinconica.
I crimini veri che hanno vinto l’Oscar.
L’Academy Awards ha una relazione privilegiata con i film basati su fatti reali, e in modo particolare con quelli che raccontano crimini, abusi di potere e scandali. Non è sentimentalismo, queste storie arrivano in sala con un peso morale già incorporato, e l’Academy lo riconosce con una certa regolarità. Al di là dei titoli già citati in questo dossier, vale la pena segnalare altri casi in cui la realtà criminale è stata premiata dalla statuetta più ambita del cinema:
- Il caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015): Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale nel 2016. Racconta l’inchiesta del Boston Globe sugli abusi sessuali sistematici coperti dalla Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Non c’è un villain in primo piano, ma un sistema intero che ha scelto di non vedere, e il film non lo assolve.
- Argo (Ben Affleck, 2012): Oscar come miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio nel 2013. La storia vera dell’agente CIA Tony Mendez, che nel 1980 riuscì a far uscire dall’Iran sei diplomatici americani spacciandoli per una troupe cinematografica canadese. Una storia così inverosimile che, se fosse fiction, nessun produttore l’avrebbe comprata.
- BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018): Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 2019. La storia vera del detective afroamericano Ron Stallworth, che riuscì a infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Spike Lee non risparmia allo spettatore l’epilogo, né il collegamento con il presente.
- Tutti gli uomini del Presidente (Alan J. Pakula, 1976): Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 1977. Il Watergate raccontato attraverso gli occhi dei giornalisti del Washington Post Woodward e Bernstein, che portarono alla luce lo scandalo che costrinse Nixon alle dimissioni. Un film che ha definito il modello narrativo del giornalismo investigativo al cinema per i decenni successivi.
Fedeli ai fatti o no: dove finisce la storia e inizia il cinema.
C’è una domanda che torna ogni volta che esce un film basato su una storia vera: quanto è fedele ai fatti? La risposta onesta è: quasi mai del tutto, e spesso è meglio così. Il cinema non è un verbale di polizia. Usa la realtà come punto d’ingresso, non come gabbia, e la distanza tra i fatti documentati e la loro trasposizione sullo schermo è dove il regista rivela cosa gli interessa davvero raccontare.
Frank Abagnale Jr. ha dichiarato in più occasioni che diverse delle sue imprese, così come descritte nel libro autobiografico da cui è tratto il film di Spielberg, erano esagerate o direttamente inventate. Jordan Belfort ha smentito alcune scene di The Wolf of Wall Street. Henry Hill, prima di morire nel 2012, disse che Scorsese aveva romanzato certi episodi. Eppure questi rimangono tra i film criminali più potenti mai realizzati, perché la libertà narrativa non è stata usata per abbellire o giustificare, ma per mettere a fuoco qualcosa che i fatti nudi non avrebbero mostrato altrettanto chiaramente.
Il vero rischio non è la libertà narrativa in sé, ma il suo uso irresponsabile: glorificare senza interrogare, affascinare senza disturbare. I capolavori del genere evitano questa trappola perché lasciano allo spettatore qualcosa di fastidioso, una domanda che non trova risposta facile. Ed è lì, in quel disagio, che i film tratti da crimini reali diventano qualcosa di più di una serata al cinema.
La Redazione




















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