Tron: Ares, la recensione

Quando nel 1982 Steven Lisberger portò nelle sale Tron, la fantascienza cinematografica cambiò pelle. Per la prima volta, il cinema tentava di visualizzare il mondo dell’informatica, traducendolo in un universo estetico e concettuale di pura avanguardia. Tron non era solo una storia di computer e videogiochi, ma un manifesto visivo: il film che più di ogni altro anticipò l’era digitale, aprendo la strada alla rivoluzione dei visual effects. Quelle linee di luce al neon, quelle geometrie sintetiche e quei personaggi imprigionati in un mondo elettronico fecero scuola, trasformando un’idea astratta in un’esperienza sensoriale.

Ventotto anni dopo arrivò Tron: Legacy, che riuscì in un’impresa difficile: rispettare la mitologia originale modernizzandola con un’estetica più liscia e spettacolare. Il GRID diventava un mondo più pop e accessibile, il suono elettronico dei Daft Punk scandiva l’azione come un battito sintetico, e la regia di Joseph Kosinski restituiva eleganza e potenza visiva. Era un sequel profondamente coerente, che ribadiva la natura “digitale” di Tron come saga del confine tra uomo e macchina, realtà e simulazione.

Ed eccoci a Tron: Ares, terzo capitolo che segna un deciso cambio di rotta. Diretto dal norvegese Joachim Rønning (Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar, Maleficent – Signora del Male), il film si apre qualche anno dopo gli eventi di Legacy. La Encom è ora nelle mani di Eve Kim, una brillante programmatrice informatica che ha rilevato l’azienda insieme a sua sorella Tess dopo l’abbandono da parte di Sam Flynn. Ma in seguito alla morte di Tess, Eve si è isolata portando avanti la dirigenza da un luogo remoto e delegando ai suoi colleghi ogni rapporto con il pubblico.

Nel frattempo, la Dillinger, azienda rivale della Encom fin dai primi anni ’80, è passata in mano all’avido Julian, che tramite l’utilizzo di una potente AI, sta provando a trasferire nel mondo reale i programmi sviluppati per popolare il GRID. La sua ricerca lo porta a dare letteralmente vita a Ares, un avanzato programma di sicurezza (Master Control) che è il prototipo del super-soldato: ubbidiente, letale e immortale (perché replicabile all’infinito) che potrà essere impiegato nelle più pericolose operazioni belliche. Il problema è che i programmi trasportati dal GRID al mondo reale hanno solo 29 minuti di autonomia, dopo di che si polverizzano. Dalla sua postazione di ricerca, però, Eve Kim è riuscita a perfezionare un software del genio scomparso nel 1989 Kevin Flynn che dà la possibilità di rendere permanente la presenza dei programmi del mondo reale.

Venuto a conoscenza della scoperta, Julian Dillinger scatena il suo Ares alla ricerca di Eve Kim per rubarle il progetto, ma a mano a mano che Ares si rigenera inizia a sviluppare una propria coscienza.

La prima sorpresa di Tron: Ares è che, salvo un paio di brevi sequenze ambientate nel GRID, quasi tutto il film si svolge nel mondo reale. Una scelta radicale che ribalta completamente il concept della saga. Se i due film precedenti ci portavano dentro il computer, qui è il computer – o meglio, i programmi – a uscire dal suo dominio. È un’inversione di prospettiva interessante, ma che inevitabilmente tradisce le aspettative dei fan: lo spettacolo digitale e la dimensione virtuale, marchi di fabbrica della saga, lasciano spazio a un thriller di spionaggio con derive fantascientifiche.

Non si parla più di videogiochi o di identità digitale: Tron: Ares è un film che riflette sul potere dell’AI e sull’applicazione militare della tecnologia. Una parabola coerente con i tempi che viviamo, ma che spoglia il franchise della sua anima ludica, preferendo il terreno più serioso della guerra tecnologica e del capitalismo iper-digitale. Infatti, alcuni dei momenti più impattanti del film vanno in direzione del cinema catastrofico, come se un’invasione aliena mettesse a ferro e fuoco la metropoli che fa da sfondo alla vicenda.

Fortunatamente, l’aspetto visivo e sonoro rimane di altissimo livello. Le coreografie d’azione sono stilose, le scene di combattimento tra sintetici e droni sono dirette con precisione e c’è un gusto estetico che fonde neon, metallo, bit e carne. La colonna sonora dei Nine Inch Nails è un’esperienza ipnotica, tesa e perfettamente integrata all’immaginario visivo: una coltre elettronica che, come quella dei Daft Punk in Legacy, diventa parte integrante della narrazione.

La scelta di rendere protagonista un programma e non un essere umano si rivela vincente: Ares non è un eroe tradizionale, ma una coscienza artificiale che scopre lentamente emozioni e contraddizioni. Jared Leto riesce a calibrare la performance trovando un equilibrio tra freddezza sintetica e umanità emergente. Il suo Ares è un ibrido tra il T-800 di Terminator e la sua evoluzione in T2: macchina letale che impara a provare, osservare, scegliere.

Più deboli i personaggi secondari: il villain di Evan Peters è tratteggiato con l’accetta, poco più di una caricatura del capitalista psicopatico, mentre Gillian Anderson appare sottoutilizzata in un ruolo che avrebbe meritato maggiore spessore.

Pur con questi limiti, Tron: Ares funziona come film d’azione visivamente sontuoso e come tentativo di rilanciare il franchise per un nuovo pubblico. È chiaro che la Disney punti a una nuova generazione di spettatori, e in quest’ottica l’opera di Rønning è coerente, anche se rischia di alienare i fan storici. La sequenza ambientata nel vecchio GRID anni ’80, inserita quasi come sogno o ricordo digitale, è la più suggestiva: un ritorno all’origine, nostalgico e malinconico, che riconnette l’universo di Tron alle sue radici.

Tron: Ares è, in definitiva, un film di transizione: ambizioso, spettacolare, a tratti emozionante, ma anche lontano dallo spirito visionario che aveva reso unico il film del 1982. È il tentativo, riuscito solo a metà, di fondere il mito con la contemporaneità, l’idea romantica del digitale con la brutalità dell’intelligenza artificiale.

Una scena bonus vi aspetta a metà dei titoli di coda.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Estetica straordinaria: fotografia, design e CGI di altissimo livello.
  • Colonna sonora potente: i Nine Inch Nails costruiscono un tappeto elettronico magistrale.
  • Protagonista interessante: Jared Leto sorprende in un ruolo difficile, conferendo ad Ares spessore e ambiguità.
  • L’azione nel mondo reale priva il film del fascino “digitale” dei capitoli precedenti.
  • Personaggi secondari deboli: cattivi stereotipati e figure di contorno sprecate.

 

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