Tu Yaa Main, la recensione del film indiano con i coccodrilli assassini
Ricordate il film The Pool? Un valido croc movie thailandese del 2018 diretto da Ping Lumpraploeng, che vede una coppia intrappolata in una piscina senza possibilità di uscire, con un famelico coccodrillo a minacciare la loro sopravvivenza.
Ebbene, recentemente è approdato su Netflix un remake indiano, intitolato Tu Yaa Main, che tradotto in italiano significa “tu o io”. Diretto da Bejoy Nambiar, il film rivisita il film originale in lingua hindi, con una storia ben più diluita e dotata di una spiccata componente romantica.
La trama vede Maruti “Aala Flowpara” Kadam (Adarsh Gourav), un rapper emergente proveniente dai sobborghi popolari di Nalasopara, che cerca di sfondare nel mondo dei social. Maruti è un fan di Avani Shah (Shanaya Kapoor), una ricca e celebre influencer di South Mumbai, nota sui social come “Ms Vanity”. Maruti, durante un’esibizione, attira l’attenzione di Avani, che si ritrova incuriosita dal carisma del ragazzo. Tra i due scatta la scintilla e si innamorano, nonostante le differenze culturali e sociali. Quando lei rimane incinta, decidono di allontanarsi qualche giorno per capire il da farsi e stare lontani dai giudizi delle rispettive famiglie. A causa di un malfunzionamento del motorino di Maruti, i due sono costretti a fermarsi nei pressi di una villa isolata e aspettare che passi il mal tempo.
La situazione peggiora quando la coppia si ritrova intrappolata in una piscina vuota e profonda, senza scale o vie d’uscita facili. E non sono soli: due grossi e famelici coccodrilli riescono ad entrare nella piscina, e iniziano a braccarli. Maruti e Avani dovranno quindi mettere da parte le divergenze riaffiorate nelle ultime ore e affrontare insieme la minaccia.
“Non è cane, non è lupo. Sa soltanto quello che non è”. Ricorderete questa frase pronunciata dall’oca Boris nel film d’animazione Balto, resa molto popolare da Internet negli ultimi anni? Ecco, questo concetto può essere applicato anche a Tu Yaa Main. Un film che, nelle sue esagerate e ingiustificate 2 ore e 20 di durata, fatica a prendere una direzione ben precisa e a dare allo spettatore ciò che promette.
Fin dal poster e dal prologo si presenta come un monster movie vero e proprio; invece i coccodrilli sono paradossalmente marginali e si palesano dopo oltre un’ora di film. La prima parte (noiosetta, c’è da dirlo) è impegnata nel costruire un dramma romantico piuttosto stereotipato tra i due protagonisti, che risultano incolori e incapaci di creare un vero senso di empatia, nonostante la bravura degli attori. Maruti è il classico “sfigatello” con tante ambizioni che si innamora di una musa apparentemente irraggiungibile, Avani è la celebrità ricca e popolare che alla fine ricambia i sentimenti di lui, riconoscendone la purezza e la bontà d’animo. Sono dinamiche trite e ritrite che vengono raccontate esasperando all’inverosimile dialoghi e situazioni atte ad approfondire il tema del divario sociale e della differenza di classe.
Ma tutto questo, considerando che parliamo di un creature feature, è superfluo, eccessivo e si poteva raccontare sforbiciando abbondantemente il minutaggio. Oltretutto, queste loro discrepanze non trovano nemmeno chissà quale riscontro nella seconda parte, quando finalmente si entra nel territorio del survival thriller e i due protagonisti devono accantonare i loro conflitti per cercare di sopravvivere. Quindi la costruzione, oltre che blanda e fin troppo diluita, non è nemmeno giustificata.
Aggiungiamo il fatto che la pellicola è costellata di momenti che sembrano provenire più da un videoclip che da un film; tanti momenti musicali, con un montaggio ipercinetico che di per sé è anche ben fatto, ma che risulta spesso fuori contesto e, anche qui, ridondante.
Quando, finalmente, entrano in scena i coccodrilli, l’asticella del divertimento si alza. Gli effetti speciali sono buoni e alcune scene non mancano di violenza e cattiveria (una in particolare lascia abbastanza sbigottiti, in senso positivo). C’è qualche soluzione di montaggio creativa e scene di tensione riuscite. Purtroppo, però, si arriva al terzo atto a fatica, dopo una prima metà pachidermica che appesantisce non poco la visione.
Convince poco, questo Tu Yaa Main. Ammirevole l’intenzione di infondere una profondità emotiva e psicologica ad una storia che, di base, è molto semplice. Ma se questa profondità risulta fine a sé stessa e annacqua eccessivamente il minutaggio, allora è meglio andare dritti al punto e dare agli spettatori ciò che vogliono davvero da una pellicola di questo genere. Il The Pool thailandese, in questo senso, funziona decisamente di più.
Riccardo Farina
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