Uomini in fuga: un viaggio tra Stephen King e il The Running Man con Schwarzenegger
Con il nuovo The Running Man di Edgar Wright all’orizzonte, in arrivo al cinema il 13 novembre 2025 con Glen Powell nei panni del protagonista, il cerchio sembra chiudersi. Dopo quasi quarant’anni, la storia dell’uomo costretto a correre per la propria vita davanti a un pubblico assetato di spettacolo torna sul grande schermo. Wright, insieme allo sceneggiatore Michael Bacall, ha dichiarato di voler restituire alla vicenda la sua dimensione originaria, più fedele al romanzo di Stephen King (pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman), lasciando intendere che il nuovo film non sarà un rifacimento del classico con Schwarzenegger, bensì una sorta di ritorno alle radici. Ed è proprio da lì che conviene ripartire: dal libro e da quel film del 1987 che, pur tradendo lo spirito del romanzo, è rimasto nella memoria collettiva come un’icona pop del cinema d’azione distopico anni Ottanta.
Il romanzo: l’incubo in diretta.
Pubblicato nel 1982, The Running Man (in Italia, L’uomo in fuga) rappresenta una delle opere più crude e dirette del periodo “Bachman” di Stephen King. È un romanzo che non concede tregua, né al suo protagonista né al lettore. King lo scrisse in appena una settimana, durante un periodo di grande produttività, con l’intento di proporre una storia di fantascienza distopica dal ritmo serrato, costruita come un conto alla rovescia. I 101 capitoli del libro si aprono infatti con una numerazione regressiva — “Minus 100”, “Minus 99” e così via — fino a un “Minus 000” che coincide con la fine della corsa. Un espediente che crea una tensione costante, scandendo la narrazione come un timer destinato a esplodere.
L’ambientazione è un’America del 2025 devastata dalla povertà e dall’ingiustizia sociale, dove la televisione ha sostituito ogni forma di empatia. Il protagonista, Ben Richards, è un uomo comune, magro, sfiancato dalla miseria, con una figlia malata e una moglie disperata. In un mondo in cui tutto ha un prezzo, anche la sopravvivenza diventa spettacolo. Richards decide di partecipare al gioco televisivo “The Running Man”, un reality in cui il concorrente è braccato da cacciatori professionisti e da cittadini comuni in cerca di ricompense. Più sopravvive, più guadagna denaro; ma nessuno è mai arrivato alla fine. L’intera nazione lo osserva correre, soffrire, uccidere e morire attraverso gli schermi, trasformando la tragedia individuale in intrattenimento di massa.
The Running Man è un romanzo che si distingue per la sua ferocia morale. King/Bachman non si limita a raccontare una storia di sopravvivenza: costruisce un mondo dove la società dello spettacolo ha divorato ogni valore, anticipando di decenni le riflessioni sulla realtà televisiva e sull’ossessione per la visione in diretta. È un testo cupo, essenziale, quasi privo di speranza. Non c’è il lirismo tipico del King più classico, ma un’asciuttezza che avvicina il romanzo alla narrativa pulp e cyberpunk di quegli anni. Richards non è un eroe, ma un uomo qualunque che lotta contro un sistema che lo ha già condannato.
Un altro aspetto interessante riguarda la genesi editoriale. Quando The Running Man uscì per la prima volta con la firma di Richard Bachman, nessuno sapeva che dietro lo pseudonimo si nascondeva Stephen King. L’escamotage gli permetteva di pubblicare più di un libro all’anno, evitando di saturare il mercato con il proprio nome. Solo nel 1985, dopo la rivelazione dell’identità di Bachman, il romanzo venne ristampato come opera di King. In Italia arrivò nel 1984 nella collana Urania, con il titolo L’uomo in fuga, e da allora è rimasto una delle opere più sottovalutate dell’autore, ma anche una delle più profetiche. Oggi, riletto dopo l’esplosione dei reality e del consumo visivo compulsivo, il romanzo assume un valore quasi anticipatorio, una parabola sull’uomo che cede la propria libertà in cambio di una manciata di secondi di celebrità.
Dal libro al grande schermo: la corsa spettacolare del 1987.
Cinque anni dopo la pubblicazione del romanzo, Hollywood decide di appropriarsene. Nasce così The Running Man di Paul Michael Glaser, regista noto per aver interpretato Starsky nella celebre serie televisiva Starsky & Hutch, e che qui prende in mano la regia dopo una produzione tormentata. Il risultato è un film d’azione tipicamente anni Ottanta, colorato, rumoroso, ipertrofico, in cui del romanzo originale rimane soltanto il nome del protagonista e l’idea del gioco mortale trasmesso in diretta.
Arnold Schwarzenegger, reduce dai successi di Terminator e Predator, è l’indiscusso centro del film. Il suo Ben Richards non è più un uomo magro e disperato, ma un ex poliziotto dai muscoli d’acciaio, ingiustamente accusato di una strage e costretto a partecipare al programma “The Running Man” come punizione. La televisione è qui trasformata in un’arena futuristica, un ibrido tra Gladiatori dell’inferno e un game show alla American Gladiators, dove Richards deve affrontare una serie di assassini professionisti, ognuno dotato di un nome, un’arma e un costume da supercattivo. C’è Subzero, armato di bastoni da hockey affilati; Buzzsaw, armato di motoseghe; Dynamo, che canta lirica mentre fulmina le vittime con scariche elettriche; e Captain Freedom, interpretato da Jesse Ventura, ex wrestler e showman, simbolo del culto dello spettacolo violento.
A orchestrare lo show è Damon Killian, conduttore televisivo carismatico e manipolatore, interpretato da Richard Dawson, ex presentatore reale del quiz Family Feud. La sua interpretazione è uno dei punti di forza del film: Killian rappresenta l’ipocrisia mediatica, il volto sorridente del potere che trasforma la crudeltà in spettacolo e il pubblico in complice.
Il film di Glaser abbandona il pessimismo esistenziale di King e abbraccia la retorica action dell’epoca, sostituendo la disperazione con la vendetta e la riflessione sociale con l’intrattenimento adrenalinico. Non è un caso che la sceneggiatura di Steven E. de Souza, già autore di Commando e Die Hard, spinga sull’acceleratore dell’ironia e del ritmo, sacrificando la complessità del romanzo per un piacere immediato, visivo e muscolare. The Running Man – in Italia uscito con il titolo L’implacabile – del 1987 è, in sostanza, una macchina da spettacolo che utilizza la distopia come cornice per un’avventura incentrata sulla ribellione e il riscatto.
Dal punto di vista produttivo, il film ebbe una gestazione complessa. Inizialmente era stato considerato Christopher Reeve per il ruolo principale, e il progetto avrebbe dovuto essere più fedele al libro, ma con l’ingresso di Schwarzenegger tutto cambiò: il tono si spostò verso il puro intrattenimento d’azione. Persino Stephen King, interpellato dopo l’uscita, ammise che il film era «molto distante» dalla sua opera, pur trovandolo «divertente nella sua follia». Il pubblico dell’epoca lo accolse con entusiasmo moderato, e solo negli anni successivi The Running Man divenne un cult, grazie alla sua estetica da fumetto e al carisma dell’attore austriaco.
Le differenze rispetto al romanzo sono sostanziali e ne definiscono l’anima. Nel libro, Richards è un uomo disperato che accetta volontariamente di correre; nel film, è un eroe incastrato dal sistema. La storia di King si muove attraverso l’intera nazione, in un’America ridotta a un gigantesco campo di caccia; quella di Glaser si svolge invece in un’arena televisiva chiusa, claustrofobica e spettacolare. Il romanzo si conclude con un gesto di disperazione e sacrificio; il film, con la liberazione del popolo e la morte trionfale del conduttore, in un finale da standing ovation. Dove King vedeva una tragedia, Hollywood vede un happy ending.
Eppure, nonostante l’ampio tradimento, il film del 1987 ha lasciato un segno. È un manifesto dell’immaginario pop dell’epoca, con i suoi costumi sgargianti, le scenografie geometriche, la colonna sonora elettronica e la satira sociale che, seppur semplificata, non scompare del tutto. La frase “Killian, I’ll be back”, pronunciata da Schwarzenegger è rimasta impressa nella cultura popolare come un’eco ironica del suo stesso mito cinematografico.
Curiosità e dietro le quinte.
- Il libro scritto in una settimana
Stephen King ha rivelato che The Running Man fu completato in soli sette giorni, in un periodo di particolare frenesia creativa. Il ritmo serrato e la struttura “a conto alla rovescia” derivano proprio da quella stesura febbrile, quasi un esercizio di resistenza narrativa. - Il segreto di Richard Bachman
Quando uscì nel 1982, nessuno sapeva che dietro Bachman si celasse Stephen King. L’autore aveva inventato un intero alter ego – completo di biografia, foto e casa editrice fittizia – per testare se il successo dei suoi romanzi dipendesse dal nome o dal contenuto. Lo “smascheramento” avvenne tre anni dopo, quando un libraio del Washington D.C. confrontò gli stili e scoprì la verità. - L’adattamento che non doveva esserci
I produttori del film del 1987 acquistarono i diritti del romanzo senza sapere che l’autore fosse King. Solo in un secondo momento, dopo aver pagato la cifra pattuita, vennero informati del “colpo di fortuna” editoriale.
- Christopher Reeve, non Schwarzenegger
Il primo script di The Running Man prevedeva un tono molto più cupo e un protagonista più fragile, e per questo si pensò a Christopher Reeve come interprete. Quando il progetto passò a Schwarzenegger, la sceneggiatura venne radicalmente riscritta da Steven E. de Souza, virando verso il cinema d’azione. - Un regista per caso
Paul Michael Glaser subentrò alla regia all’ultimo momento, dopo il licenziamento di Andrew Davis (futuro autore de Il fuggitivo). Glaser, ex attore e regista televisivo, portò sul set un’estetica da show TV che avrebbe caratterizzato l’intero film. - Un conduttore che interpreta se stesso
Richard Dawson, il perfido Damon Killian, era davvero un presentatore televisivo negli Stati Uniti: conduceva il popolarissimo Family Feud. Il suo ritratto di Killian è stato spesso descritto come “una parodia di se stesso” e ha ispirato in seguito figure simili nel cinema distopico, da Battle Royale a The Hunger Games.
- Finale alternativo e autocitazione
La celebre battuta “I’ll be back” non era prevista in sceneggiatura. Fu Schwarzenegger a inserirla come ironica autocitazione da Terminator, trasformandola in uno dei momenti più iconici del film. In un finale alternativo, mai girato, Richards avrebbe dovuto morire con Killian, sacrificandosi come nel romanzo, ma lo studio scelse una conclusione più trionfale. - Dalla VHS al culto
Uscito nel novembre del 1987, The Running Man incassò circa 38 milioni di dollari in patria, una cifra discreta ma inferiore alle aspettative. Solo con l’esplosione del mercato home video e delle reti televisive private divenne un classico da videoteca, oggetto di citazioni e remix musicali, fino a tornare oggi nell’immaginario grazie al remake di Edgar Wright.
Epilogo: la corsa continua.
A distanza di quarant’anni, The Running Man resta un esempio affascinante di come un’idea possa attraversare i media e mutare nel tempo. Il romanzo di King/Bachman rimane un monito sulla disumanizzazione dell’intrattenimento, un racconto spietato che anticipa Black Mirror e ogni forma di reality distopico. Il film del 1987, invece, è il riflesso della sua epoca: colorato, rumoroso, muscolare, figlio di un cinema che esaltava l’individuo contro il sistema ma senza rinunciare al sorriso.
Oggi Edgar Wright promette di riportare la storia alle sue origini, con un linguaggio nuovo e una sensibilità più vicina a quella dell’autore. Sarà interessante vedere se riuscirà a conciliare l’oscurità del romanzo con l’eredità visiva del film di Glaser.
In ogni caso, la corsa di Ben Richards non è ancora finita. Da carta stampata a pellicola, da action vintage a distopia contemporanea, The Running Man continua a inseguire la sua stessa ombra: quella di un’umanità che corre, corre sempre, ma non sa più perché.
A cura di Roberto Giacomelli
















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