Bugonia, la recensione del folle film post-verità di Yorgos Lanthimos
Tutto inizia con qualcosa di magnifico. Il mondo delle api è magnifico. Intense lavoratrici, attraverso l’impollinazione rendono possibile la vita in un’organizzazione perfetta attorno alla loro regina. Le immagini ingrandite e colorate di api e fiori sono accompagnate da una trionfante colonna sonora che ne sottolinea la grandezza, che però diventa sempre più dissonante e stonata via via che si introduce in questo mondo perfetto un nuovo elemento: gli esseri umani. Il mondo degli umani attraverso il continuo processo di industrializzazione ed inquinamento sta portando le api alla morte e all’abbandono delle proprie colonie.
Ma con queste non muore solo una parte di ambiente ma anche la famiglia dell’apicoltore Teddy (Jesse Plemons), la sua comunità, i suoi colleghi, isolandolo in una bolla di risentimento dal resto del mondo. È colpa del cambiamento dell’habitat? Dei pesticidi? Dell’inquinamento? O, ad un certo punto nella vita di una specie, succede e basta? La ricerca scientifica ne dibatte, ma Teddy ha la risposta certa: la colpa è degli alieni.
In un montaggio alternato, Yorgos Lanthimos ci introduce parallelamente le vite di Teddy e Ron (Aidan Delbris) da un lato e di Michelle Fueller (Emma Stone) dall’altro: un casolare incurato in una sperduta contea rurale americana, una villa lussuosa con piscina e siepi ben curate, due uomini fuori forma che si allenano con esercizi ridicoli, una donna con un personal trainer professionista che si addestra nel combattimento, Teddy che spiega le sue idee sul mondo al gentile e ingenuo Ron, Michelle sulla copertina di Time e di altre testate di rilievo che presenta un programma di formazione per la diversità. Due mondi diversi e incomunicabili che vengono costretti nella stessa stanza dal piano di Teddy di catturare Michelle per costringerla a trattare con l’imperatore degli andromediani per trattare la salvezza del pianeta Terra.
La base da cui parte Bugonia, con cui Lanthimos torna a Venezia dopo la vittoria del Leone d’oro con Poor Things!, suona assolutamente folle e distopica. In realtà in questo incipit di fantascienza c’è poco (e tantissimo contemporaneamente), e quella messa in scena è una storia che viviamo ogni giorno nelle piattaforme di social networking, che attraverso le funzioni degli algoritmi di selezione che consigliano contenuti affini ai nostri interessi (e valori) porta alla costituzione di echo chambers, dal termine introdotto nella letteratura da Cass Sunstein, ovvero camere dell’eco digitali in cui le opinioni che già si hanno sono confermate dal resto degli utenti.
Già Lazarsfeld e Katz nel 1948, in uno dei più famosi studi sulla comunicazione (The People’s Choice), notavano come in realtà questa ha effetti limitati nel cambiare le opinioni delle persone e piuttosto ha un ruolo di conferma di ciò in cui già si crede. La costituzione di camere isolate algoritmicamente porta all’incontro online tra persone che rafforzano reciprocamente le proprie idee creando universi di senso staccati dal reale in cui i fatti stessi diventano contesi ed oggetto di continuo scontro ideologico, in quella che viene spesso definita come post-verità.
Ed è così che Teddy si radicalizza, usando un altro termine che sentiamo spesso. Passato dall’estrema destra alla sinistra al centro-sinistra, Teddy non ha più fiducia in un sistema che ha abbandonato lui e la sua comunità, in cui le istituzioni non rispettano le promesse fatte e che hanno causato cicatrici profonde nel suo passato, di cui l’azienda guidata da Michelle è stata responsabile.
Teddy e Ron, come api attorno alla loro regina, imprigionano Michelle tagliandole i capelli (per impedirle di farla localizzare dagli altri andromediani) e legandola ad un lettino nel seminterrato, dove si svolge la maggior parte del film, in cui i mutevoli rapporti di potere tra i personaggi sono segnalati da inquadrature dall’alto verso il basso (e viceversa) e dall’insistenza tra la posizione distesa di Michelle ed eretta dei due uomini. La donna, brillante e determinata, mette in campo tutta la sua astuzia ed intelligenza per salvarsi da una situazione che diventa via via più terrificante e violenta, in un climax di tensione e persuasione in cui il tema costante è la definizione e ridefinizione del reale. Teddy, infatti, non è un personaggio “cattivo” in quanto tale, ma è sinceramente convinto di ciò in cui crede e che quello che stia facendo sia a fin di bene. Michelle, d’altronde, non è un personaggio ingenuo ed innocente, ma rappresenta un esempio di ambizione e potere mascherato attraverso termini inclusivi, greenwashing e un’apparente solidarietà sociale.
Presentando un mondo stabilmente radicato nella realtà contemporanea, Bugonia, remake del film sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora!, presenta al contempo elementi della fantascienza classica tipica di autori come Fredric Brown ma soprattutto di Philip K. Dick, in particolare nella costruzione di mondi che collassano su sé stessi (come nota Emmanuel Carrère nella biografia Io sono vivo e voi siete i morti). Elementi che irrompono in maniera divertente e sorprendente, in un gioiellino ben oliato in cui tutti i meccanismi (più o meno prevedibili) tornano al loro posto, come tutto era cominciato.
Bugonia arriverà nei cinema italiani il 23 ottobre distribuito da Universal Pictures.
Mario Monopoli
| PRO | CONTRO |
| Racconto pulp a tema post-verità e crisi climatica. | Se non vi piace lo stile di Lanthimos, di certo questo film non vi farà cambiare idea. |














HorrorCult è tornato! Lo storico portale web dedicato al mondo del cinema horror. 


























Lascia un commento