Mio fratello è un vichingo (The Last Viking), la recensione della dramedy con Mads Mikkelsen

Drammatico. Dannatamente drammatico. Eppure, divertente da matti. Questa è la descrizione più autentica che si può fare di Mio fratello è un vichingo (The Last Viking), un film di produzione danese diretto da Anders Thomas Jensen, noto anche per il suo lavoro come sceneggiatore per la regista Susanne Bier e molti altri.

Difficile è invece incasellare questo film in un “genere” e persino raccontarne la trama senza rivelare troppo e riuscendo a restituire il tono generale. Ci provo: il burbero Anker (Nikolaj Lie Kaas), dopo aver rapinato una banca, corre dal fratello Manfred (Mads Mikkelsen) affinché gli dia una mano a nascondere la refurtiva prima che lo prendano. Manfred è un uomo-bambino, affetto da disturbi della personalità che lo portano per esempio a credersi un vero vichingo, ma dannatamente risoluto e che si butterebbe nel fuoco (letteralmente) per il fratello, con cui è vissuto in simbiosi fin dall’infanzia. Anker sa almeno di potersi fidare ciecamente di lui.

Dopo quindici anni di carcere, Anker viene rilasciato e torna a vivere con Manfred – che nel frattempo ha iniziato per qualche ragione a voler essere chiamato a tutti i costi John – e con la loro sorella maggiore: è speranzoso, finalmente, di riavere accesso al bottino, ma il fratello manifesta un rifiuto inaspettato e improvviso all’essere collaborativo, che forse cela anche un tentativo di rimozione di tanti ricordi oscuri e condivisi. Tuttavia, Anker, in preda alla disperazione e inseguito da un creditore brutale ed efferato, è disposto a tutto pur di convincere il fratello ad aiutarlo: anche a ricostituire la band dei Beatles.

Guardate il film e capirete.

La pellicola è folle ed è, allo stesso tempo e a suo modo, una fiaba: i due fratelli dovranno inoltrarsi nel bosco profondo per ritrovare non solo il tesoro, ma il tempo in cui sono rimasti bloccati. Riuniranno attorno, un po’ volenti un po’ nolenti, un gruppo di individui bizzarri quanto e più di loro. Poiché, parafrasando l’incipit, bellissimo visivamente, del film: se tutti sono strani, nessuno è più strano.

Il pubblico si affeziona ogni secondo di più a Manfred – pardon! John –, impersonato da un devastante Mads Mikkelsen, impassibile, inamovibile ed eppure capace di trasmettere una grande forza emotiva al punto che si finisce a un certo punto per tifare per lui come se fosse un supereroe. I dialoghi di Mio fratello è un vichingo sono brillanti, a tratti surreali e con tempi comici degni delle migliori commedie nere. È un film triste e gioioso, oscuro e ottimista, pieno di contraddizioni che si armonizzano come un quartetto di tre persone. Di nuovo, capirete.

Naturalmente, prima di tutto il resto, è una storia di amore fraterno.

Presentato Fuori Concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, Mio fratello è un vichingo (The Last Viking) arriverà nei cinema italiani il 26 marzo distribuito da Plaion Pictures.

Francesca Bulian

PRO CONTRO
  • Il regista è un veterano della sceneggiatura e si vede.
  • L’ironia che riesce a essere sia “nera” sia molto solare.
  • Il Manfred/John di Mads Mikkelsen e tutti gli altri personaggi.
  • George/Paul (capirete).
  • Alcune gag si reiterano, forse, un paio di volte di troppo.
  • La sospensione dell’incredulità viene molto messa alla prova (ma fa parte del gioco).
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