Venezia 82. Divine Comedy, la quotidiana selva oscura di un regista alle prese con la censura in Iran

Dopo quel gioiellino di ironia e critica sociale che è Kafka a Teheran, presentato a Cannes nel 2023, al regista Ali Asgari è stato confiscato il passaporto e proibito di realizzare nuovi film dal governo iraniano. Nel 2025 torna in concorso nella sezione Orizzonti (di cui l’anno scorso è stato uno dei membri della giuria) con un altro gioiellino metacinematografico, Divine Comedy, in cui il protagonista è un regista che cerca di proiettare il suo nuovo film in Iran ma vede i suoi tentativi fallire di fronte a richieste ridicole, burocrazie senza senso e situazioni surreali.

A metà tra Woody Allen e Nanni Moretti, Bahram Ark (che interpreta una versione di sé stesso modellata su Ali Asgari) attraversa la città di Teheran accompagnato da una colonna sonora jazz a bordo di una vespa rosa guidata dalla produttrice Sadaf (Sadaf Asgari), suo “Virgilio” nella selva oscura quotidiana della censura iraniana, in cui dovrà affrontare vari gironi dell’inferno, o meglio, una serie di burocrati cinefili, attori cocainomani, gemelli di successo, ricche animaliste e situazioni al limite del grottesco.

Riprendendo lo stile di Kafka a Teheran, una serie di nove episodi composti da 12 long take in cui dei cittadini iraniani lottano contro la voce fuori campo di invisibili burocrati, Divine Comedy si pone in continuità stilistica con il film precedente ma includendo le varie scene in un’unica narrazione attraverso la metafora dell’espediente Dantesco e aggiungendo via via personaggi sulla scena. Bahram decide infatti di proiettare il suo film al di là dei canali convenzionali, cercando una sala privata che possa garantirgli la possibilità di poter finalmente mostrare il suo ultimo film, già distribuito a livello internazionale in numerosi festival, nel proprio paese.

Al centro delle critiche del regime c’è in particolare la questione linguistica, ma anche inezie come la presenza di animali possono diventare motivo per bloccare il processo artistico di Bahram, che a differenza del fratello gemello Bahman di grande successo, rimane intransigente sulle sue posizioni in quanto cineasta. Divine Comedy è infatti una divertente commedia surreale dietro a cui si scorge la pressante e onnipresente stretta del regime iraniano sull’arte e sul cinema, in una riflessione sull’importanza dell’indipendenza e della possibilità di espressione da parte degli artisti, il tutto con uno stile impeccabile e pieno di citazioni.

Mario Monopoli

PRO CONTRO
  • Divertente critica metacinematografica alla censura in Iran.
  • Stile che ricorda Woody Allen e Nanni Moretti attraverso la metafora ironica dell’inferno dantesco.
  • Forse meno incisivo del precedente Kafka a Teheran, ma comunque un gioiellino da non perdere.
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