La Grazia, la recensione del film di Paolo Sorrentino

Il cinema di Paolo Sorrentino si esprime attraverso allusioni (e illusioni) in cui alcuni trovano un significato profondo e altri un altrettanto profondo vuoto. Se i due film precedenti del regista napoletano si ritrovano quasi agli opposti, tra il registro biografico che lascia sullo sfondo l’iconografia ormai cifra stilistica (a tratti autoparodizzata) di È stata la mano di Dio al simbolismo opulento di Parthenope che copre qualsiasi personaggio e stralcio di narrazione, La Grazia, film di apertura di Venezia 82,  presenta un ritorno a temi più vicini al Sorrentino politico de Il Divo e Loro, ma con un approccio differente.

Intanto, la finzione: non più quindi politici reali e ricostruzioni più o meno veritiere di Andreotti o Berlusconi e il circo grottesco che gli gira attorno, ma un personaggio originale: Mariano De Santis (interpretato dal solito Toni Servillo, quello non cambia mai), Presidente della Repubblica nel periodo di semestre bianco e quindi con poteri limitati prima della fine del suo settennale mandato. E qui forse c’è l’elemento più diverso rispetto a Il Divo e Loro, perché alle camere del potere politico ed economico dei film precedenti, i luoghi dove si fanno le decisioni che cambiano la storia, le stanze lussuose attraverso cui si muove De Santis sembrano più le camere dell’impotenza, dell’indecisione, dell’inerzia, in cui di somigliante rimane solo la scenografia.

Più che un film sulla politica e i politici, La Grazia è un film politico, in cui la “cosa pubblica” (e temi particolarmente di rilievo come l’eutanasia e la violenza sulle donne) sono trattati attraverso il racconto personale di un uomo immobile (sia politicamente che umanamente) intrappolato nel passato ed incapace di compiere decisioni. Un personaggio che ricorda Titta Di Girolamo di Le Conseguenze dell’Amore (sempre con Toni Servillo), ma che non riesce a lasciarsi andare neanche il mercoledì mattina (quando puntualmente aveva un appuntamento con l’eroina).

De Santis è un giurista, autore di un manuale impossibile (come d’altronde è sempre il diritto penale) di 2048 pagine, un grattacielo da scalare per raggiungere la verità. Un uomo delle istituzioni che vive la responsabilità con pesantezza, tanto da essere chiamato da tutti (a sua insaputa) “cemento armato” non per la sua infrangibilità, ma appunto per la sua rigidità. Nelle pause di una sigaretta al giorno, De Santis pensa alla moglie Aurora, morta da otto anni, perdendosi in ricordi nebbiosi e nella frustrazione di un segreto mai rivelato su un evento di 40 anni prima, in una sorta di monologo continuamente interrotto e ripreso ad ogni sigaretta che costituisce una delle trovate più riuscite del film.

Il rapporto tra vecchiaia e giovinezza, uno dei temi più cari a Sorrentino, sembra qui invertito rispetto a Parthenope, riuscendo in questo caso a trovare dei momenti particolarmente sensibili, grazie anche a Toni Servillo e ad una scrittura più decisa sul personaggio, rispetto alla vaghezza della protagonista del film precedente.

Nonostante i limitati poteri, il governo, e soprattutto la figlia giurista, pressano De Santis a portare a termine delle scelte attorno a cui ruota il motore del film: la firma di una legge sull’eutanasia e su due casi diversi ma simili di grazia, una ad una donna che ha ucciso il compagno violento, ed un’altra verso un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. In un’epoca di politici che regalano certezze in tasca, Sorrentino mette al centro del suo nuovo film un politico che pratica il dubbio e che attraverso questo trova la sua, personale, soluzione.

La Grazia è comunque un film di Sorrentino, con tutto ciò che ne consegue stilisticamente. Un ecosistema di punchline, sostenute da personaggi secondari che riempiono i protagonisti di domande “assist” a cui rispondere con frasi ad effetto, la tendenza (più recente) a spiegare cose nel finale, la contaminazione tra cultura elitaria e popolare, in particolare nella colonna sonora con i riferimenti a Gue Pequeño, e una corte di personaggi più o meno improbabili e stranianti. Tra questi le più importanti sono l’amica e critica d’arte Coco Valori, interpretata da una impetuosa Milvia Marigliano che in ogni scena impone un ritmo travolgente al film, e la figlia Dorotea De Santis (Anna Ferzetti), di cui viene approfondito il rapporto di incomunicabilità con il padre.

Sebbene abbia degli elementi in comune con Le Conseguenze dell’Amore ed Il Divo, La Grazia non tocca i livelli di questi film, sebbene ci siano dei momenti notevoli (e forse anche alcuni che faranno discutere). Tuttavia, i temi trattati, l’alternarsi tra momenti più riflessivi a momenti di leggerezza e l’approccio centrato sul personaggio rendono La Grazia un film interessante e godibile che viene anche valorizzato da un relativo minimalismo, nonché un ritorno, rispetto a Partenope, ad un linguaggio più diretto, pur sempre con lo stile riconoscibile e più o meno apprezzabile di Sorrentino.

La Grazia sarà nei cinema italiani dal 15 gennaio 2026 distribuito da Piper Film con anteprime mattutine a partire dal 25 dicembre 2025.

Mario Monopoli

PRO CONTRO
  • Temi di attualità trattati da un punto di vista inedito.
  • Alcuni momenti sul tema della vecchiaia e del ricordo risultano particolarmente sensibili.
 

  • Rimane lo stile “sorrentiniano” pieno di frasi fatte, domande “assist” e spiegoni.
VN:R_N [1.9.22_1171]
Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
VN:F [1.9.22_1171]
Valutazione: -2 (da 2 voti)
La Grazia, la recensione del film di Paolo Sorrentino, 6.5 out of 10 based on 2 ratings

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.