Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, la recensione
Una produzione francese in lingua inglese tratta dal romanzo di un autore italiano che parla della storia contemporanea russa. In due parole, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è il “film su Putin”, così come è stato più mediaticamente promosso, che qua ha il corpo e il volto imprevedibile di Jude Law: la magia è resa possibile sia dall’interpretazione che dal trucco, che restituisce un Putin forse non veramente somigliante ma convincente.
Non è, però, lui il protagonista della narrazione, come saprà già chi avesse letto il romanzo omonimo del 2022 di Giuliano da Empoli: la storia è narrata dal punto di vista di un personaggio semi-immaginario, Vadim Baranov (Paul Dano), il “Mago del Cremlino”, passato dal lavorare nel mondo dei primi reality show a diventare il consulente personale del futuro presidente/zar, dapprima riluttante poi con sempre minori scrupoli, nonostante la relazione con l’affascinante Ksenija (Alicia Vikander) lo costringa a riconsiderare le sue priorità.
Le vicende personali di Baranov, alter ego fittizio di una figura realmente esistente, diventano un pretesto per raccontare lo sbando identitario vissuto dalla Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica e di come, in questo smarrimento, il popolo sia stato attratto dalla risolutezza di Putin, dal suo ritorno a una retorica zarista intransigente e aggressiva. Di fatto, egli è presente nella lunga pellicola – 2 ore e 36 minuti! – per meno della metà, perché il focus della narrazione è la Russia stessa. Una Russia, ancora una volta, vista dall’esterno, analizzata, sezionata per capire lo spirito misterioso di quel popolo, che sembra vivere a tratti nel rimpianto di quegli stessi regimi cui si è ribellata – prima quello zarista, poi quello comunista –, soprattutto nella lunga fase di hiatus, dopo il 1989, in cui si è sentita silenziata e umiliata dalla narrazione distorta secondo cui abbia “perso” la Guerra Fredda contro gli USA.
Lo stesso Baranov, nel film, incarna individualmente quel misto di repulsione e fascinazione verso Vladimir Putin come uomo e politico. Tanto che, pur credendo poco fin da subito nelle sue idee, lavora per lui con uguale coinvolgimento proprio adottando le logiche che stanno dietro al casting di un reality show: lo spinge, primariamente, perché è il personaggio vincente.
Il film tocca molti temi interessanti – gli attentati, le pussy riot, l’esilio o eliminazione di voci non più bene accette – ma nonostante la lunghezza sembra a più riprese non afferrarne in profondità nessuno. La regia è molto classica, impersonale, posata per non dire apatica, c’è una cornice narrativa anch’essa molto tradizionale. La sensazione generale è che non ci siano mai guizzi o uno spannung (momento di massima tensione narrativa) e che, soprattutto, l’impresa di afferrare appieno lo spirito della Russia senza averlo vissuto dall’interno non sia riuscita pienamente.
Alla fine, è un po’ un’attuale sventura di questa nazione, l’impossibilità apparente di raccontarla in modo autentico ed efficace nei media. Gli scrittori, autori e artisti russi sono perlopiù impossibilitati a esprimersi in piena libertà, e quelli stranieri sono in qualche modo sempre un po’ goffi e superficiali nel farlo, ricadendo sovente in banalizzazioni e stereotipi noti. Olivier Assayas riesce sì a sfiorare molte riflessioni interessanti, senza approfondirle però mai in modo soddisfacente.
Alla fine, ancora oggi, le voci più autentiche che raccontino la verità profonda nelle contraddizioni della Russia sono sempre le stesse: Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov. Speriamo che arrivino nuovi autori, in futuro, capaci di spezzare questa sorta di maledizione.
Presentato in concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin sarà distribuito nelle sale cinematografiche italiane da 01 Distribution il 12 febbraio 2026.
Francesca Bulian
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