Venezia 82. Motor City, la recensione del revenge movie con Alan Ritchson

Se pensate che nei film d’azione di oggi si parli troppo, Motor City potrebbe essere il film che fa per voi. Potsy Ponciroli torna alla Mostra del Cinema di Venezia con un action adrenalinico che omaggia i b-movie anni ‘70 con una soundtrack piena di classici senza tempo e soprattutto praticamente nessun dialogo.

Motor City è un revenge movie ambientato nella Detroit degli anni ‘70 con protagonista Miller (Alan Ritchson), un palestratissimo operaio innamorato di Sophia (Shaileene Woodley) ed incastrato da Reynolds (Ben Foster), un boss della droga locale, per vendicarsi di una rissa in un locale in cui ha avuto la peggio. Miller viene quindi arrestato e Reynolds si sposa con Sophia. Nel corso della sua permanenza in prigione, in Miller crescerà l’odio e il risentimento che lo porteranno a maturare il piano per la sua vendetta.

La narrazione prosegue con pochissime parole, mostrandoci il tutto attraverso le immagini e una playlist piena di classici anni ‘70 dai Fleetwood Mac, Donna Summer, David Bowie, Al Stewart, ma anche Jack White (tra i produttori del film). La selezione della soundtrack risulta uno degli aspetti più felici del film, assieme all’ultima divertentissima mezz’ora di morte, corse e distruzione che però purtroppo dimentica proprio l’utilizzo dei pezzi pop dando più spazio ad una non memorabile colonna sonora originale.

Il problema principale però è la prima ora e un quarto, più di metà film, che serve alla costruzione narrativa. Decisamente un po’ troppo per un film così semplice narrativamente e che relega i momenti più action solo alla parentesi finale. Inoltre, la costruzione narrativa cancella i dialoghi ma non la loro necessità, costringendo i personaggi a scimmiottare concetti esprimibili con delle parole con espressioni, versi e labiali innaturali che fanno uscire continuamente lo spettatore dalla sospensione dell’incredulità.

Insomma, la mancanza di dialoghi sembra sempre innaturale e non giustificabile narrativamente nè formalmente. Per tutto il film si ha la sensazione che con qualche (non troppe) parola in più sarebbe stato tutto più facile e che la loro mancanza costringesse a forzature eccessive, tanto che questa “regola” viene a volte violata con brevi frasi e a volte no.

Purtroppo, per quanto sia divertente l’escalation di violenza finale, difficilmente questa riesce a giustificare la visione dell’ora precedente. Per i fan del genere è però un tributo con alcuni momenti gradevoli ad un’epoca e uno stile di cinema rielaborato attraverso la lente dell’action contemporaneo.

Mario Monopoli

PRO CONTRO
  • Colonna sonora piena di hit anni ’70.
  • Ultima mezz’ora di scene action divertenti.
  • Prima parte dedicata alla costruzione narrativa un po’ troppo lunga.
  • La mancanza di dialoghi non giustificata.
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