Venezia 83. Mr. Nelson, why did you kill people?, la recensione del nuovo dramma di Shinya Tsukamoto
Allen Nelson (Rodney Hicks) è un marine afroamericano reduce dalla guerra in Vietnam, che ha lasciato in lui una ferita profonda e apparentemente insanabile. Attraverso le sedute di psicoterapia con il dott. Daniels (Geoffrey Rush), ripercorre le fasi che lo hanno portato ad essere l’uomo che è oggi: dall’infanzia di abusi da parte del padre (sempre marine) all’addestramento disumanizzante ricevuto una volta arruolato. L’obiettivo è rispondere all’unica domanda che sembra contare davvero: “Mr. Nelson, perché hai ucciso delle persone?”.
Presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia, Mr. Nelson, why did you kill people? di Shinya Tsukamoto è un film duro, che non mostra clemenza né verso i protagonisti, né verso lo spettatore, ma che alla fine della visione lascia con la sensazione dell’occasione sprecata.
Tsukamoto è ormai ospite fisso del festival di Venezia. Il regista, famoso soprattutto per il capolavoro Tetsuo: The Iron Man, pietra miliare del body horror e del cyberpunk, ormai da alcuni anni si dedica a raccontare per il grande schermo le conseguenze della guerra. Nel 2014 aveva presentato Nobi, ambientato negli ultimi giorni dell’occupazione giapponese delle Filippine durante la Seconda Guerra Mondiale, e successivamente nel 2023 Ombra di fuoco dove offre uno scorcio più quotidiano nel Giappone del secondo dopoguerra.
Con Mr. Nelson, why did you kill people?, Tsukamoto esce in parte dalla zona di comfort, radunando un cast internazionale per raccontare la storia di un soldato americano, che per alcune ragioni intreccia nella sua vita un profondo legame con il Giappone.
Ed è proprio la gestione di questo aspetto a lasciare perplessi, perché quella di Nelson è una storia che abbiamo in parte già visto: il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), che ha afflitto e affligge i soldati tornati dalla guerra, è stato al centro di molte storie portate su grande schermo. Le vicende del film si snodano attraverso il racconto che l’ex-marines fa della propria vita, prima da bambino, poi come soldato, durante le sedute con Daniels: Tsukamoto sceglie la strada della violenza grafica che non si risparmia e ci offre primi piani di corpi straziati e violenze inaudite dove l’orrore non si nasconde. Il suo sguardo si addentra prima nella giungla urbana in cui vive il protagonista, poi in quella del Vietnam, falciando tutto quello che incontra attraverso colori vividi e un montaggio che alterna sequenze più lunghe e fluide a stacchi ritmati dove si indugia maggiormente nel macabro.
Il suono ha un ruolo chiave per evidenziare l’instabilità di Nelson, a cui la guerra regala notti insonni e paure prima sconosciute, amplificando tutti i rumori che lo circondano e rendendo la quotidianità dopo il ritorno a casa ancora più angosciante.
L’addestramento rende lui e i suoi compagni immuni a qualsiasi emozione che non sia la rabbia, l’empatia viene prosciugata e l’odio per il nemico sembra l’unico motore in grado di far andare avanti le cose. “Ci addestravano a non provare niente, soprattutto per gli asiatici, che non vedevamo come persone”.
È questo il primo scricchiolio della struttura: Nelson pronuncia questa frase nella prima parte del film, mentre sotto gli occhi dello spettatore scorrono le immagini degli uomini di stanza a Okinawa, tutti soldati afroamericani. In un momento storico in cui per i cittadini americani di colore la parità di trattamento era ancora lontana, il Paese per cui combattono li manda a macellare (e al macello) insegnando loro a odiare chi ha un colore diverso.
Una riflessione che nello spettatore nasce subito ma che rimane un tema quasi marginale, che nel film verrà ripreso brevemente solo in fase avanzata, durante uno scambio con un vietcong catturato, per poi cadere nuovamente nell’insoluto.
Mr. Nelson, why did you kill people? poteva affrontare il tema del conflitto razziale attraverso una lente inedita: sia dalla prospettiva del rapporto di Nelson con l’America, sia dal punto di vista degli abitanti vietnamiti e giapponesi, vittime in prima battuta dei soprusi e successivamente spettatori dell’elaborazione del lutto del protagonista. In particolare, il rapporto con il Giappone, dove Nelson ha concluso la sua vita e oggi riposa, prende davvero importanza per pochi passaggi solo verso la fine, in quello che è uno dei “numerosi finali” di un film che sembra rendersi conto in chiusura di aver detto meno di quello che avrebbe voluto.
Rodney Hicks offre un’interpretazione sul pezzo, tra il brutale e il disperato, mentre a Geoffrey Rush viene dato poco spazio espressivo, sia in termini di screen time che di battute. Una menzione speciale va a Tatyana Ali, interprete di Linda, moglie di Nelson, che tra forza e delicatezza risulta la figura con cui lo spettatore può identificarsi maggiormente.
Mr. Nelson, why did you kill people? è in conclusione una buona opera, ben recitata e diretta, in grado di smuovere l’emotività dello spettatore che si immedesima con il dolore in generale di tutte le figure coinvolte. Purtroppo sceglie, forse non in modo completamente consapevole, la strada più semplice, ponendo l’accento sull’aspetto più emotivo (il trauma del soldato), ma forse per noi meno interessante.
Susanna Norbiato
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