Wicked – Parte 2, la recensione
Dopo lo straordinario successo commerciale di Wicked – Parte 1, che negli Stati Uniti ha incassato cifre da capogiro e portato a casa un paio di Oscar tecnici, l’adattamento cinematografico di Jon M. Chu torna con il capitolo conclusivo di questa versione “espansa” del musical di Broadway. La prima parte era un prodotto goffo, disomogeneo, esteticamente confuso e narrativamente gonfiato, ma il pubblico lo ha accolto come un grande evento pop, segno evidente che la forza del brand supera qualsiasi reale valutazione critica. Wicked – Parte 2 (Wicked: For Good, in originale) arriva quindi con il peso di dover giustificare la suddivisione in due film e dimostrare che c’era davvero materiale sufficiente per un dittico cinematografico. Purtroppo, la risposta rimane negativa.
La storia riparte esattamente da dove si era interrotta, seguendo Elphaba nel suo percorso verso la famigerata etichetta di “Strega Cattiva dell’Ovest”. Rispetto al primo film, qui la narrazione è più concentrata e, per certi versi, più disciplinata. Gli eventi del romanzo di L. Frank Baum e del classico MGM cominciano a emergere, ma sempre filtrati in modalità Wicked, ovvero un costante tentativo di riscrittura morale che neutralizza qualsiasi ambiguità o complessità. Dorothy appare come presenza narrativa ma non vediamo mai il suo volto; compaiono il Leone, l’Uomo di Latta e lo Spaventapasseri, tutti introdotti con un didascalismo da prequel che cerca di incastrare questi personaggi nel grande piano emotivo di Elphaba e del suo rapporto conflittuale con Glinda. Ed è proprio questo rapporto di amore/odio a costituire il vero cuore della storia.
Il problema, ancora una volta, è la durata: oltre due ore che, pur scorrendo più agili rispetto alla Parte 1, continuano a dare la sensazione di trovarsi davanti a un interminabile epilogo. Tutto è diluito, espanso, ripetuto. Le canzoni sono molte – troppe – e se un paio hanno una certa forza melodica, il resto rientra nella categoria dell’usa-e-getta di Broadway, ritornelli che evaporano a film finito.
Sul piano visivo non cambia nulla in confronto al film del 2024: le scenografie continuano a essere tanto patinate quanto finte, la CGI resta modesta, incapace di creare un mondo magico credibile. Fa quasi impressione vedere quanto siano ridimensionati i ruoli di Michelle Yeoh e Jeff Goldblum, che qui risultano più accessori di quanto fossero nella prima parte, senza nessuna scena particolarmente incisiva a parte uno dei momenti musicali più riusciti del film.
Curiosamente, le cose migliori del film sono quelle che non appartengono a Wicked, ma al Mago di Oz: ogni aggancio al mondo del 1939, ogni citazione del film originale, ogni eco del romanzo di Baum genera una vibrazione nostalgica che ricorda quanto potente sia l’immaginario di Oz quando non viene addolcito e trasformato in un gigantesco esercizio di politically correct.
Ed è proprio qui che Wicked – Parte 2 rivela il suo peccato mortale. Mentre la cultura pop continua a proteggere i giovani spettatori come fossero creature di cristallo, Wicked si inserisce perfettamente in questo trend, rifiutando qualsiasi forma di trauma emotivo, conflitto vero o immagine disturbante. Noi spettatori relativamente anziani siamo cresciuti con le scimmie volanti che smembrano lo Spaventapasseri. Abbiamo impresso nella memoria l’immagine dei piedi della Strega dell’Est schiacciati sotto la casa di Dorothy, un dettaglio tanto iconico quanto macabro. E qui? Niente. Tutto è nascosto, celato, smussato. La scena dei piedi – centrale nella mitologia perché propedeutica all’acquisizione delle scarpe magiche – è trattata con un pudore ridicolo, quasi imbarazzato, come se la semplice vista di due calzini rigidi potesse traumatizzare il fragile pubblico contemporaneo.
Tutto questo conduce al vero disastro del film: il finale. Wicked – Parte 2 ripropone – ovviamente – l’orrendo epilogo del musical, uno dei più detestati dagli appassionati del romanzo. La storia viene completamente riscritta in nome di un revisionismo morale che non lascia spazio al tragico, al crudele, al doloroso. Chu amplifica questa deriva, offrendo una chiusura zuccherosa, oltremodo buonista e francamente offensiva per chiunque sia cresciuto con Baum o con il film di Victor Fleming e qualsiasi altra trasposizione de Il Meraviglioso Mago di Oz. È una riscrittura che rimuove la tragedia, rifiuta la complessità e predilige una riconciliazione smielata che trasforma Wicked – Parte 2 in un prodotto di intrattenimento innocuo, sterilizzato, svuotato di qualsiasi lettura più profonda e senza nerbo.
La magia di Oz merita ben altro.
Roberto Giacomelli
| PRO | CONTRO |
|
|










HorrorCult è tornato! Lo storico portale web dedicato al mondo del cinema horror. 

























Lascia un commento