Backrooms, la recensione
Stanze impossibili fatte di pareti anonime e illuminate da asettiche luci al neon, oggetti parziali incastrati e accatastati secondo una logica distorta, entità che sono la sintesi grottesca di altro. Con Backrooms il giovane filmmaker Kane Parsons trova un’intuizione brillante, realizzando forse la rappresentazione cinematografica più inquietante e concreta del concetto di Intelligenza Artificiale vista finora al cinema.
Ma per capire davvero Backrooms bisogna partire da internet. Da quel gigantesco inconscio collettivo digitale che ha trasformato un’immagine apparentemente innocua in una delle creepypasta più celebri del web. Il fenomeno nasce da una foto postata online nel 2019: un ufficio vuoto, giallastro, infinito, accompagnato dall’idea terrificante che, “uscendo dalla realtà nel modo sbagliato”, si possa finire in uno spazio liminale senza uscita. Da lì nasce il mito delle “Backrooms”, ambienti sospesi tra il familiare e l’alieno, luoghi di transizione svuotati di umanità. Il giovane Parsons – conosciuto online come Kane Pixels – trasforma quell’idea in una serie di video found footage caricati su YouTube a partire dal 2022 (qui trovate il suo canale), diventati virali grazie alla loro capacità di evocare paura con pochissimi elementi.
Il termine “creepypasta” indica racconti horror diffusi online in forma virale, moderne leggende metropolitane digitali. Le “Backrooms”, invece, si basano sul concetto di “spazio liminale”: luoghi pensati per il passaggio – corridoi, uffici, sale d’attesa – che, svuotati della presenza umana, diventano improvvisamente disturbanti. Parsons ha costruito un intero immaginario su questa sensazione di disagio astratto, fino ad arrivare al salto nel cinema prodotto da A24 con la collaborazione della Atomic Monster di James Wan.
Il film racconta la storia di Clark, architetto mancato e proprietario di un magazzino di mobili, economicamente distrutto e reduce da un matrimonio fallito. In terapia dalla psicologa Mary, donna segnata dal trauma della malattia della madre, Clark scopre che nel seminterrato del suo negozio esiste un portale verso una dimensione impossibile: un labirinto infinito di stanze vuote, corridoi identici e ambienti apparentemente privi di logica. Ossessionato dalla scoperta, l’uomo decide di esplorare sempre più a fondo quello spazio, fino a sparire misteriosamente. Sarà Mary a mettersi sulle sue tracce, comprendendo che ciò che Clark raccontava era reale e infinitamente più pericoloso di quanto potesse immaginare.
Nei video originali Parsons utilizzava il found footage ambientato negli anni ’90, parlando di fenditure dimensionali e del misterioso “Progetto KV31”, lasciando moltissimo all’immaginazione. Il film, invece, prova a dare un’interpretazione più stratificata e sorprendentemente contemporanea del fenomeno. Le Backrooms diventano infatti un’estensione del subconscio di chi le attraversa: uno spazio che assimila ricordi, paure, dettagli personali e li restituisce in forma alterata.
Ed è qui che il film diventa davvero affascinante.
Perché le Backrooms sembrano funzionare esattamente come un’intelligenza artificiale. Assorbono informazioni, le immagazzinano, le rielaborano e le restituiscono in maniera sintetica e distorta. Come un’AI che tenta di ricreare qualcosa che non ha mai realmente vissuto. Gli ambienti risultano allora “quasi giusti”, ma sbagliati nei dettagli; le creature sembrano imitazioni imperfette dell’essere umano e hanno un aspetto che sembra una sintesi tra l’immaginario di Clive Barker e quello di David Lynch; gli spazi ricordano stanze reali ma fuse insieme senza comprenderne davvero il senso. È il celebre “disegno del cane fatto da chi non ha mai visto un cane”. Se interpretato in questa chiave, Backrooms diventa un horror potentissimo sull’elaborazione artificiale dell’esperienza umana. E forse è proprio questo a renderlo tanto disturbante.
Dal punto di vista visivo, Parsons dimostra un talento fuori dal comune. Non sorprende che Hollywood si sia accorta di lui quando era ancora adolescente. Il film utilizza in continuità con i video il linguaggio analogico anni ’90 creando un cortocircuito affascinante con il tema dell’AI: VHS, telecamere sporche, found footage, immagini degradate. Tutto contribuisce a dare la sensazione di guardare qualcosa che non dovrebbe esistere.
E quando si tratta di costruire tensione, Parsons colpisce duro.
Il problema è che Backrooms si porta dietro la sua natura originaria di cortometraggio virale. Si sente che il concept nasce da frammenti narrativi e dall’accumulo di suggestioni visive, e quando deve reggere la durata di un lungometraggio il film tende a disperdersi. Tutta la componente psicologica e psichiatrica legata ai personaggi interpretati da Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor appare spesso ridondante e neanche realmente utile allo sviluppo narrativo. Il vissuto traumatico di Mary non aggiunge quasi nulla al cuore del racconto, mentre l’evoluzione di Clark risulta troppo brusca per essere davvero credibile.
Parsons sembra voler dare ai personaggi uno spessore “adulto” e autoriale, ma il vero protagonista del film rimane il concetto stesso delle Backrooms. Sono quei corridoi infiniti, quelle stanze silenziose, quei vuoti geometrici a funzionare davvero. Quando il film si concentra su quello, diventa ipnotico.
Pur con qualche lungaggine e una scrittura ancora acerba, Backrooms resta un’opera originale, inquieta e sorprendentemente intelligente. Un horror che nasce da internet quasi per gioco ma riesce a parlare perfettamente delle paure contemporanee, trasformando l’angoscia digitale in esperienza cinematografica.
E forse è proprio questa la cosa più inquietante: l’idea che le Backrooms esistano già. Solo che oggi le chiamiamo algoritmi.
Backrooms sarà al cinema dal 27 maggio distribuito da I Wonder Pictures.
Roberto Giacomelli
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