I Recuperoni: Sons of Anarchy, Shakespeare sull’Harley

Tra il 2008 e il 2013, Breaking Bad – una delle serie simbolo della televisione del nuovo millennio, ancora oggi quasi imbattuta per consenso di pubblico e critica – spadroneggiava nei blog, nelle pagine Facebook e nei nascenti canali YouTube del pianeta. Parlare del nuovo episodio di Breaking Bad era la carta vincente per iniziare una small talk con perfetti sconosciuti o per tenere in vita anche le relazioni più tiepide. Di fronte a un simile pilastro della televisione contemporanea, una serie crime, per farsi notare, avrebbe dovuto possedere tutti i crismi del caso, soprattutto se trasmessa nello stesso periodo. E così accadde. I 92 episodi di Sons of Anarchy furono trasmessi sul canale americano FX dal 2008 al 2014; in Italia, la serie – ora disponibile su Disney+ insieme alle cinque stagioni dello spin-off Mayans M.C. – fu mandata in onda da Sky.

Nonostante l’ottimo lavoro di una nutrita squadra di registi – tra cui Paris Barclay, Guy Ferland, Gwyneth Horder-Payton, Peter Weller e Billy Gierhart – il merito principale va a Kurt Sutter, ideatore, showrunner, produttore esecutivo e interprete della serie stessa. Sutter, che ha dichiarato di essersi ispirato direttamente all’Amleto di Shakespeare, è riuscito a costruire un’avvincente saga incentrata su famiglia, fedeltà, onore e morte, racchiudendo il tutto in una cornice action.

In California, nell’immaginaria cittadina di Charming, i Sons of Anarchy – meglio noti come SAMCRO – sono un gruppo di motociclisti coinvolto nel traffico di armi e in altre attività di contrabbando. Protetti da alcuni vecchi amici nelle forze dell’ordine, i protagonisti devono guardarsi dalle altre organizzazioni criminali: dai Mayans agli One-Niners, fino ai terroristi legati all’IRA. Più di ogni altra cosa, però, devono fare i conti con le autorità locali e, soprattutto, con le lotte interne che minacciano continuamente di distruggere il club. Jax Teller (Charlie Hunnam) è il vicepresidente dei SAMCRO e figlio del fondatore, John Teller. Dopo la morte del padre, sua madre Gemma (Katey Sagal) si è risposata con Clay Morrow (Ron Perlman), il migliore amico di John e ora presidente del club. Di questo vero e proprio clan fanno parte il fedele Bobby (Mark Boone Junior), lo stravagante Tig (Kim Coates), l’imprevedibile Juice (Theo Rossi), il leale Opie (Ryan Hurst) e molti altri personaggi memorabili.

La storia ci presenta subito Jax alle prese con il ricovero del figlio appena nato, avuto dall’ex moglie Wendy (Drea de Matteo), una donna tossicodipendente che viene rapidamente allontanata dalla sua vita. Solo e costretto a proteggere sé stesso e i propri amici dai proiettili dei nuovi nemici, Jax si riavvicina alla sua fidanzata del liceo, la dottoressa Tara Knowles (Maggie Siff), e con lei intraprende una tormentata storia d’amore.

Nel corso delle sette stagioni, la narrazione assume toni sempre più crudi e si fa progressivamente intricata e ambigua. Quello che all’inizio sembra uno scanzonato gruppo di amici, legati da una cieca fedeltà al club e al proprio leader, si trasforma in una vera tragedia shakespeariana, fatta di segreti che si ingigantiscono fino a diventare motivo di tradimenti, vendette e lotte fratricide.

Al contrario di Breaking Bad – che risulta quasi un’invadente sorella maggiore, bella e popolare –Sons of Anarchy cattura poco alla volta, soprattutto a partire dalla seconda stagione, grazie a un ritmo slow burn e a un cast di personaggi sempre più originali. In un mondo che considera la narrazione lenta quasi automaticamente sinonimo di introspezione psicologica, il successo tardivo della serie potrebbe invece suggerirci il contrario. Non è un caso, infatti, che sia diventata un vero fenomeno solo dopo la sua conclusione, anche grazie al passaparola sul web.

A fine visione si ha quasi l’impressione che Sutter, nei suoi progetti iniziali, volesse «volare basso»: creare semplicemente una serie ispirata ai grandi successi del passato, da Walker Texas Ranger a Renegade, sostituendo agli archetipi buonisti degli anni Novanta dei protagonisti più disillusi e moralmente ambigui, veri figli degli anni Duemila. Poi, proseguendo nella scrittura, sembra quasi essere stato baciato dalla musa delle serie TV, riuscendo a dare vita a qualcosa di molto più ambizioso di quanto forse avesse inizialmente previsto. Forse, in questo salto di qualità, è stato complice anche il crescente successo di altri prodotti televisivi che, nello stesso periodo, stavano contribuendo a innalzare le ambizioni della serialità americana.

I punti deboli, infatti, non mancano. Nei primi episodi, Jax & company sono più la versione simpatica delle canaglie che il divino Chuck Norris prendeva a calci nella serie più amata di Retequattro, allo stesso modo in cui Jax è una versione più maliziosa, ma ugualmente capelluta, del Reno Raines di Lorenzo Lamas. La fotografia fredda e desaturata, gli abiti di pelle, le roulotte, i magazzini abbandonati, la stazione di polizia, i cappelli con i distintivi e l’intera cittadina di Charming: tutto richiama la povertà scenica dei succitati classici della televisione. La cara HBO avrebbe probabilmente donato a tutto una patina più dannata, creando un’estetica più ammiccante.

Ma se la semplicità delle scenografie non risulta un ostacolo insormontabile all’apprezzamento della serie, ciò che fa davvero storcere il naso è la scarsa caratterizzazione di alcuni personaggi. A cominciare dai millemila villain intercambiabili e da poliziotti che dovrebbero essere i veri cattivi, ciò che al giorno d’oggi risulta quasi imperdonabile è l’insulsaggine della maggior parte dei personaggi femminili: dalle comparse tutte uguali, come le strippers, sino a quella noiosona di Tara, davvero poco valorizzata dalla scarsa mimica di Maggie Siff. La sua dottoressa Knowles – che ha la flemma della Bella Swan di Twilight, orrore! – sembra non avere alcuna remora nell’entrare a far parte di una banda di motociclisti gangster pur di restare in sella con un affascinante bad boy biondo; senza contare tutti i suoi momenti da damigella in pericolo.

A far da contraltare alla serie c’è invece la titanica figura di Gemma, matriarca tosta ma premurosa: un personaggio evidentemente scritto per fronteggiare la figura di Clay, magnificamente machiavellico e interpretato da un talentuoso Ron Perlman. Il resto dei personaggi della gang centra il bersaglio più grazie ai dialoghi frizzanti che a interpretazioni memorabili. Lo stesso Jax Teller è messo in risalto dalla buona performance di Hunnam, ma soprattutto dall’aura quasi messianica del suo personaggio.

Eccoci, quindi, al vero punto di forza, ciò che ha dato più spessore alla serie: il suo sottotesto simbolico. In principio fu John, il «creatore» del club, che, sognando un luogo che permettesse ai suoi membri di vivere al di fuori di una società corrotta e benpensante, creò una sorta di Eden, basato sulla fratellanza e su un codice morale proprio. John mette per iscritto le sue memorie e i suoi progetti futuri in un diario che viene ritrovato da Jax nel primo episodio e che diventa per lui una sorta di rivelazione: il protagonista finisce così per assumere il ruolo di profeta delle ideologie paterne. Con la crescita dei SAMCRO e lo scontro con bande sempre più potenti e pericolose, Clay cerca di proteggere il club attraverso metodi via via più spietati e amorali. È proprio questo a creare una frattura sempre più profonda con Jax e Gemma, fino a trasformare il conflitto interno in una vera e propria guerra familiare.

Jax, inizialmente figura quasi redentrice, finisce così per diventare egli stesso il motore della tragedia che condurrà al Ragnarök finale. È qui che Sons of Anarchy smette definitivamente di essere soltanto una serie sui motociclisti criminali di Charming e diventa qualcosa di molto più ambizioso: una tragedia familiare in cui il mito fondativo del club, le ideologie del padre e il desiderio di redenzione del figlio finiscono per scontrarsi fino all’inevitabile catastrofe.

Sons of Anarchy aveva dunque tutte le carte in regola per diventare ancora più epica e ancora più iconica. E in quest’epoca di reboot e spin-off, forse, si potrebbe ancora sperare in un ritorno a Charming.

Ilaria Condemi de Felice

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