Venezia 83. Primetime, la recensione
L’esordio al lungometraggio fiction di Lance Oppenheim, presentato in concorso all’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è il racconto di un fenomeno televisivo controverso targato NBC, che negli anni 2000 approdò anche sulle emittenti italiane.
La rubrica To Catch a Predator di Dateline, condotta da Chris Hansen. Un reality-crime itinerante, realizzato in collaborazione con le forze dell’ordine, con un format definito: un collaboratore dello show si fingeva un minore nelle chat room, veniva adescato da uomini adulti, li invitava “a casa” e, sotto gli occhi delle telecamere nascoste, il presentatore entrava in scena per rileggere insieme al molestatore le chat e umiliarlo. All’uscita, ad attendere l’uomo c’erano immancabilmente le manette.
Era uno “spettacolo di punizione”, uno sfogo dell’indignazione morale del pubblico. Uno dei primi campanelli d’allarme televisivi della sostituzione della giustizia con la pratica della gogna mediatica – pratica che oggi sembra aver trovato un habitat naturale sui social verticali – con i vari format dei “giustizieri di strada”.
Oppenheim sceglie di raccontare il fenomeno dal punto di vista di chi lavorava dietro le quinte, seguendo in parallelo l’arco di Chris Hansen (un ottimo Robert Pattinson) e di Dan Plumb, il giovane attore usato come “esca” (Skyler Gisondo, altrettanto credibile). Ritrae un Hansen nevrotico, diviso tra quello che sembra un intento nobile (sradicare il male dell’abuso sui minori, incarnato dalla visione di una figura mostruosa) e l’ossessione per il successo in primetime.
To Catch a Predator, che ottiene un grande riscontro di pubblico, viene infatti spostato dalla rete in prima serata a competere con un gigante come Lost, aumentando la pressione sul set del reality. Di questa tensione crescente fa le spese anche la produttrice Lynn, che nel film vedremo fagocitata dall’ego ipertrofico di Hansen al punto da valutare un passaggio alla concorrenza.
Dall’altra parte dello schermo seguiamo poi la parabola di Dan: giovane attore di scarso successo che ha accettato con entusiasmo quel ruolo televisivo, senza avere piena consapevolezza dell’impatto emotivo di quel confronto costante con i predatori.
La necessità di alzare gli ascolti per vincere la sfida contro Lost porta la redazione a cercare un “pesce grosso” da incastrare, identificando infine in Texas un procuratore distrettuale che ha intrapreso la chat con il finto tredicenne. Quella caccia finirà in tragedia: l’uomo, all’arrivo delle forze dell’ordine, si toglierà la vita (episodio che nel 2008 portò alla rimozione definitiva del programma dal palinsesto e che si risolse con un accordo extra-giudiziale tra NBC e la famiglia del defunto).
Primetime è una cavalcata affascinante e godibile, che fotografa un momento storico e un fenomeno capace di generare un forte impatto sui prodotti televisivi successivi: mette a fuoco, come Ink (sempre presentato a Venezia), un cambiamento nel modo di intendere l’informazione e la notizia. Più scandalistico, roboante, orientato a fare leva sull’indignazione e sulla “voglia di sangue” del pubblico. Sul bisogno di vedere il colpevole di un reato umiliato in prima serata, fino a spingerlo a gesti estremi in un rito di espiazione collettiva. Lo show punta su una facile auto-assoluzione dello spettatore: dopotutto, si tratta soggetti pronti a macchiarsi del crimine più odioso. La gogna mediatica si maschera così da tutela dei minori.
L’ambiguità del film di Oppenheim sta nel proporre questa riflessione solo in maniera laterale, in alcuni scambi finali tra Plumb e il procuratore distrettuale. Qualche incertezza sull’arco di Hansen e la scelta di concludere con Plumb (che grazie a questo “compromesso artistico” entrerà finalmente nel sindacato attori) sbilanciano un’architettura narrativa che resta incerta tra il racconto corale e la verticalità sui personaggi, perdendo di equilibrio sul finale.
Primetime arriverà nei cinema italiani il 15 ottobre distribuito da I Wonder Pictures.
Sara Boero
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