A Knight of the Seven Kingdoms: un’adorabile chanson de geste
Sono passati quindici anni da quando Game of Thrones debuttò su HBO, il 17 aprile 2011, innescando un fenomeno mondiale che non accenna a esaurirsi. Dopo l’epilogo dell’ottava stagione (19 maggio 2019) e lo spin-off House of the Dragon (2022), di cui sta per partire la terza stagione, la rete non ha alcuna intenzione di abbandonare Westeros. Seguendo il modello Disney+ con Star Wars, sono in sviluppo altri tre progetti ambientati nei Sette Regni e persino un film su Aegon il Conquistatore. Tra queste novità, spicca A Knight of the Seven Kingdoms, la cui prima stagione è stata rilasciata lo scorso 18 gennaio sulla piattaforma HBO Max.
Tratta dal primo racconto della raccolta Il Cavaliere dei Sette Regni di George R.R. Martin, la serie rappresenta un esperimento coraggioso: un fantasy che rinuncia ai draghi per abbracciare il tono della chanson de geste, mescolando idealismo cavalleresco e realismo grimdark.
Seguiamo le disavventure di Ser Duncan l’Alto (Peter Claffey), un cavaliere errante appena rimasto orfano del mentore Ser Arlan di Pennytree (Danny Webb). Nel primo episodio, Dunk si presenta al torneo di Ashford per cercare un lord che avalli la sua investitura, avvenuta senza testimoni. Lungo la strada incontra Egg (Dexter Sol Ansell), un birbante linguacciuto che gli propone di fargli da scudiero. Al torneo, Dunk stringe amicizia con altre figure singolari come lui: l’esuberante Lyonel Baratheon (Daniel Ings), l’impacciato scudiero Raymun Fossway (Shaun Thomas), il fabbro Steely Pate (Youssef Kerkour) e l’affascinante burattinaia Tanselle (Tanzyn Crawford). L’arrivo della casata Targaryen, e in particolare del principe Aerion (Finn Bennett), metterà a dura prova gli ideali del cavaliere, innescando conseguenze che stravolgeranno il futuro di Westeros.
Lo showrunner Ira Parker ha voluto il pieno coinvolgimento di Martin, imparando dalla lezione delle ultime stagioni di Game of Thrones (realizzate da Benioff e Weiss senza il supporto dell’autore). L’obiettivo era ritrovare quello spirito malinconico e dissacrante che ha decretato il successo dell’opera originale.
La serie strizza l’occhio a Lo Hobbit: i verdi prati e le placide colline attraversate da Dunk ed Egg, la loro caratterizzazione — Dunk è un gigante buono che unisce il cuore di un hobbit all’aspetto di un Granpasso, Egg è un ragazzino vivace col carisma di Sam Gangee — tutto contribuisce a creare un’atmosfera fiabesca ma malinconica. L’ingresso al torneo, tra padiglioni colorati e Targaryen in total black, segna il passaggio a un mondo più oscuro, quasi un ingresso a Mordor.
La fotografia dai colori tenui e un budget apparentemente ridotto non limitano la qualità: al contrario, esaltano la resa finale, sposandosi perfettamente con il tono della storia. Raccontiamo le vicende di un povero cavaliere errante, pronto a tutto per un tozzo di pane alla corte degli spocchiosi lord, immerso in una vera chanson de geste. L’intuizione di Martin è stata rispolverare la tradizione cavalleresca inserendola nel mondo cinico e spietato che ben conosciamo.
Dunk racchiude l’essenza degli eroi positivi del fantasy: ricorda Frodo, un Aragorn più imbranato e, soprattutto, il compianto Ned Stark. Proprio quest’ultima somiglianza ha l’effetto di instillare negli spettatori più navigati una curiosità morbosa su come evolveranno gli eventi. Ma la sua vera peculiarità è la rappresentazione di una mascolinità sana, tema ancora raro nella narrazione mainstream. Dunk avrebbe tutte le carte per diventare una macchina da guerra spietata — per fisicità, contesto e bisogni — eppure si dimostra un animo placido, ammorbidito dalle ferite e dai sogni dell’infanzia. Lyonel Baratheon, ricco e spensierato, potrebbe rivelarsi un prepotente; sceglie invece di passare le sue giornate godendosi i privilegi che ha e appoggiando i suoi “bro”. I comportamenti tossici vengono lasciati ai Targaryen, una dinastia in cui drammi e vizi non mancano mai.
La serie si colloca decenni dopo House of the Dragon, in un’epoca che non sospetta la minaccia del Re della Notte o il ritorno dei draghi. Siamo di fronte a un vero period drama realistico, ambientato in un mondo immaginario, dove tuttavia non mancano scene crude e di alto impatto visivo. Le difficoltà concrete che Dunk deve superare creano un forte parallelismo con la società contemporanea: in lui può rispecchiarsi qualsiasi ragazzo di provincia che cerca di fare carriera in una grande azienda o di integrarsi con i coetanei più popolari. Allo stesso modo, il principe Aerion — con i suoi capelli ossigenati e l’atteggiamento arrogante – incarna il tipico bulletto di buona famiglia degno di un teen movie.
A Knight of the Seven Kingdoms è un esperimento audace che, rinunciando a draghi e magie, riesce a raccontare l’essenza più autentica del fantasy: le scelte degli uomini, con le loro virtù e debolezze, come vero deus ex machina del destino di Westeros. Una serie che conquista non per le dimensioni epiche, ma per la sua capacità di trovare l’eroismo nelle piccole cose e un cast da tenere d’occhio.
Ilaria Condemi de Felice













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