Onslaught – Assalto finale, la recensione
Ci sono film che la critica ha contribuito a consegnare all’oblio e che, a distanza di quarant’anni, si sono invece rivelati fondamentali per capire il cinema contemporaneo. È una delle tante contraddizioni della storia del cinema di genere: i B-movie degli anni ’80, spesso liquidati all’epoca come prodotti rozzi, derivativi o apertamente trash, hanno in realtà costruito un immaginario potentissimo, formando una generazione di spettatori e, soprattutto, di cineasti. Sono quei film che hanno insegnato a guardare il cinema attraverso il cinema, a riconoscere un’inquadratura, un suono, un ritmo, una trovata e a trasformarli in materiale per una nuova generazione di racconti. Adam Wingard appartiene a quella generazione e, fin dai tempi di You’re Next e soprattutto di The Guest, ha dimostrato di avere un rapporto molto personale con quel cinema. Con Onslaught – Assalto finale compie quindi il suo più scoperto atto d’amore verso il genere degli anni ’80, riportando in vita l’action-horror muscolare, violento e sfrontato di un tempo. E lo fa con la benedizione di A24, realtà che negli ultimi anni ha costruito una delle identità più riconoscibili del cinema indipendente americano e che, pur essendo spesso associata a produzioni più autoriali, qui dimostra di poter sostenere anche un B-movie con ambizioni decisamente più sanguinolente.
Nel deserto del New Mexico, Celeste (Adria Arjona) deve occuparsi della giovane figlia Daisy all’interno di un parco di roulotte i cui vive, cercando di tenere il più possibile lontano quel passato militare che l’ha segnata profondamente. Ex cecchina dell’esercito, Celeste si è costruita una nuova esistenza apparentemente tranquilla, ma la quiete è destinata a durare poco. In una struttura governativa segreta, infatti, lo scienziato Hans Kammler (Dan Stevens) ha portato avanti un progetto per trasformare tre militari in supersoldati geneticamente modificati, macchine da guerra praticamente impossibili da fermare. Quando i tre fuggono dalla struttura e cominciano a seminare morte nel deserto, la strada li conduce inevitabilmente verso la comunità in cui vive Celeste, costringendo la donna a riprendere in mano le armi e tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle.
Bastano pochi minuti di Onslaught per capire che Adam Wingard non ha intenzione di nascondere le proprie fonti. Il primo nome che viene immediatamente alla mente è quello di John Carpenter: i countdown che scandiscono il racconto, la grafica, le musiche sintetiche di Matthew Pusti, certe inquadrature ambientali e soprattutto l’idea stessa di una comunità assediata riportano inevitabilmente a Distretto 13: le brigate della morte. Non è soltanto una somiglianza suggerita dalla memoria dello spettatore: Wingard ha dichiarato apertamente che proprio il film di Carpenter è stata la principale ispirazione, arrivando a chiedere al compositore di lavorare sulle stesse texture sonore dei film carpenteriani e delle musiche di Brad Fiedel per Terminator.
Ma Wingard non vuole realizzare un film semplicemente carpenteriano. E così, una volta delineate le coordinate, sulla tavola cominciano ad accumularsi gli ingredienti di almeno un’altra dozzina di cult tra anni ’80 e primissimi ’90. Adria Arjona è una Sarah Connor di Terminator 2 ancora più cazzuta, mentre la presenza dei supersoldati geneticamente modificati evoca immediatamente l’immaginario di Universal Soldier di Roland Emmerich, anche se lo stesso Wingard ha precisato di non avere una particolare predilezione per quel film. È dunque soprattutto la memoria cinefila dello spettatore a completare il gioco dei rimandi. E poi ci sono gli slasher, il cinema grindhouse, la motosega da Texas Chainsaw Massacre, persino una certa iconografia da western americano: un insieme di suggestioni che Wingard non tenta nemmeno di dissimulare.
A rendere il tutto ancora più interessante è una componente di satira politica e sociale che sembra invece appartenere maggiormente al DNA contemporaneo di A24. Onslaught parla infatti di militarizzazione, di esperimenti condotti sulla pelle degli esseri umani e di un sistema nel quale persino le persone più sacrificabili diventano materiale utile al progresso bellico. Non è un caso che dietro il progetto ci sia una famiglia legata al nazismo e che Dan Stevens interpreti Hans Kammler come una sorta di scienziato folle uscito da un B-movie bellico, con tanto di trucco per invecchiarlo che finisce per essere forse più grottesco di quanto dovrebbe. Molto più interessante è Rebecca Hall, nei panni della moglie e mistress di Kammler, personaggio che possiede un potenziale enorme ma al quale il film dedica troppo poco spazio.
Delineate tutte le coordinate, siamo pronti per l’assalto del titolo. E invece arriva la prima, macroscopica contraddizione di Onslaught: è molto più onesto il sottotitolo italiano, Assalto finale, perché l’assalto arriva davvero soltanto alla fine. È qui che si trova il gigantesco problema del film di Wingard. Nonostante sappiamo perfettamente dove la storia vuole andare a parare, il regista impiega colpevolmente troppo tempo per arrivarci, dilatando una prima metà che dovrebbe costruire tensione e invece finisce spesso per temporeggiare. È un peccato ancora maggiore perché, una volta superato questo scoglio, il film cambia marcia e diventa esattamente ciò che prometteva di essere.
A tenere in piedi la parte iniziale è soprattutto il rapporto tra Celeste e Daisy. Wingard costruisce una coppia madre-figlia curiosamente antitetica: lei è una ex marine tostissima, ruvida, armata fino ai denti e con l’aria di una coatta del Corviale che potrebbe risolvere qualunque problema con una pallottola; la bambina è invece educata, responsabile, gentile e costretta persino a occuparsi delle faccende domestiche lasciate in sospeso dalla madre. È un rapporto semplice ma efficace, che permette ad Adria Arjona di dare a Celeste una dimensione più umana prima che il film la trasformi nella macchina da guerra co un occhio solo (come Jena Plissken) che tutti ci aspettiamo. L’attrice, del resto, ha indicato proprio Sarah Connor come riferimento per costruire il personaggio, e la cosa si vede.
Poi, finalmente, arrivano loro: i tre supersoldati. Ed è qui che Onslaught si ricorda di essere un B-movie e comincia a divertirsi sul serio. Mannaie, motoseghe, roghi umani, corpi mutilati e un uso delle armi che sembra progettato appositamente per trasformare ogni scena d’azione in una gara a chi riesce a superare il limite precedente. I tre non sono tanto personaggi quanto autentici mostri da slasher, una sorta di Michael Myers (quello di Rob Zombie, of course!) o Jason Voorhees trasformati in armi militari, che nelle loro sagome da lontano ricordano anche i pirati del carpenteriano The Fog. Wingard prende dunque il linguaggio del cinema d’assedio e quello dello slasher e li fa collidere con l’action fantascientifico, ottenendo finalmente quella festa sanguinolenta e sopra le righe che aveva promesso per tutta la prima ora.
Ed è probabilmente questo il senso ultimo di Onslaught: non raccontare qualcosa di particolarmente nuovo, ma ricordarci quanto possa essere divertente il cinema quando decide di essere semplicemente cinema di genere. Wingard parla soprattutto a chi, oggi quarantenne o poco più, è cresciuto a pane e videocassette, action violenti, horror da videoteca e B-movie che nessuno avrebbe mai pensato potessero diventare patrimonio cinefilo. Il problema è che, nel rendere omaggio a quei film, Wingard finisce per dimenticare una delle loro caratteristiche fondamentali: la capacità di arrivare subito al sodo. Onslaught ha tutti gli ingredienti giusti, un’Adria Arjona perfetta per diventare una nuova icona action e un terzo atto che regala finalmente il divertimento promesso, ma spreca troppo tempo prima di concederci ciò che siamo venuti a vedere.
Per questo è difficile immaginare che possa conquistare chi non possiede già una certa familiarità con quel cinema. Per gli appassionati, invece, può essere una piccola festa cinefila fatta di citazioni, violenza e nostalgia. Una festa imperfetta, certo, ma anche sinceramente appassionata. E forse è proprio questa la sua forza e, contemporaneamente, il suo limite: Onslaught non vuole convincerci che i B-movie degli anni ’80 fossero grandi film. Vuole semplicemente dimostrarci che, per qualcuno, sono stati abbastanza importanti da diventare un vero linguaggio cinematografico.
Roberto Giacomelli
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