Archivio categorie: Cinema
Return to Silent Hill, la recensione
La trasposizione cinematografica di un videogame è un territorio davvero spinoso da affrontare e la storia del cinema ce lo ha dimostrato di continuo con numerosi adattamenti fallimentari, sia da un punto di vista qualitativo che economico. Ma se oggi ricordiamo con piacere un film tratto da un videogioco, quel film è Silent Hill del 2006, che Christophe Gans aveva tratto dal capolavoro survival-horror della Konami.
Nonostante ci siano stati tentativi felici di adattamento da un videogame, anche di recente nel campo delle serie tv (basti pensare a The Last of Us e Fallout), quello di Gans continua ad essere l’esempio perfetto di trasposizione cinematografica di un videogioco per un semplice motivo: il regista francese aveva trovato la formula perfetta dell’adattamento, ovvero non rifare il videogame paro-paro, ma reinterpretarlo pur rimanendo fedelissimo al mood e all’atmosfera del prodotto d’origine.
Marty Supreme, la recensione
Che i fratelli Safdie siano stati una delle voci più interessanti e riconoscibili del cinema americano indipendente dell’ultimo decennio è ormai un dato di fatto. Da Good Time a Diamanti grezzi, il loro cinema in coppia ha costruito un’estetica nervosa, claustrofobica, febbrile, capace di raccontare perdenti magnifici, uomini sempre sull’orlo del baratro, inghiottiti da un mondo più grande e più feroce di loro. La separazione artistica dei due, però, non ha significato una vera rottura: entrambi sono rimasti sotto l’ala protettrice della A24 e, curiosamente, entrambi hanno scelto di raccontare storie sportive. Benny Safdie ha puntato sull’MMA e sulla fisicità di Dwayne Johnson in The Smashing Machine; Josh, invece, ha fatto una scelta apparentemente bizzarra, prendendo uno sport poco cinematografico come il ping pong e costruendoci attorno Marty Supreme, affidando tutto il peso del film a Timothée Chalamet.
28 anni dopo: Il tempio delle ossa, la recensione
“Woe to you, Oh Earth and Sea, for the Devil sends the beast with wrath, because he knows the time is short…”
(Apocalisse di Giovanni 12:12 – The Number of the Beast, Iron Maiden)
Il secondo capitolo della trilogia 28 anni dopo – o quarto capitolo della saga iniziata con 28 giorni dopo, se preferite – arriva come un fulmine a ciel sereno non solo perché esce in sala a soli sei mesi dal precedente film, ma anche perché si mostra come una “parentesi” decisamente anomala nel contesto dei “28”.
28 anni dopo: Il tempio delle ossa inizia proprio lì dove terminava il precedente capitolo, ovvero con l’incontro tra il giovane Spike (Alfie Williams) e la gang dei Jimmy. Quel finale grottesco dà il “la” a un inizio decisamente cruento, che è poi il leitmotiv di tutto il film.
Al termine del sole, la recensione del film di Almerighi e Lepori che omaggia Avere Vent’anni di Di Leo
Non tutti i film possono essere strappati al tempo che li ha generati. Alcuni nascono così profondamente legati alla loro epoca da diventare, col passare degli anni, testimonianze inscindibili da un preciso contesto storico, culturale e persino politico. Avere vent’anni di Fernando Di Leo è uno di questi. Uscito nel 1978, duro, disperato e scandaloso, segnato da problemi distributivi e da una censura che ne mutilò a lungo la versione integrale, il film di Di Leo raccontava il viaggio di due ragazze attraverso un’Italia di comuni, utopie fallite e violenza latente, fino a un epilogo di cupissima ferocia. Era un film figlio diretto della fine delle illusioni post-sessantottine.
Al termine del sole, scritto e diretto a quattro mani da Dario Almerighi e Lorenzo Lepori, nasce apertamente come un omaggio — e in parte riscrittura — di quel modello. Il legame è dichiarato fin dai nomi delle protagoniste, Gloria e Lilli, evidente richiamo a Gloria Guida e Lilli Carati. Ma se nel film di Di Leo l’aspetto erotico e provocatorio era parte integrante del discorso (e del suo scandalo), qui viene fortemente ridimensionato: resta invece intatta l’idea di una discesa progressiva all’inferno, di un viaggio che promette liberazione e si trasforma in trappola.
Song Sung Blue – Una melodia d’amore, la recensione
Mike Sardina è un veterano del Vietnam ed ex-alcolista, un uomo di mezz’età che sente di avere la musica nel sangue ma che vive una vita normalissima a Milwaukee (Wisconsin). Padre single, si guadagna quotidianamente da vivere svolgendo piccoli lavori da meccanico a chiamata. Quando non è occupato a riparare radiatori, finalmente Mike può coltivare la sua passione musicale: imbraccia la sua chitarra, sfoggia una chioma retrò e si esibisce in micro-arene locali o in qualche fumoso casinò, reinterpretando classici musicali del passato.
Una sera, proprio durante uno di questi contesti canori, Mike incontra Claire Stengel, una madre single che si diletta a riportare in scena i successi di Patsy Cline. L’incontro tra Mike e Claire è fulminante e dà vita ad un’intesa perfetta che travolge immediatamente le loro vite.
È l’inizio di un’incredibile e appassionata storia d’amore che conduce i due a mettere in piedi un duo musicale dall’inaspettato successo: Lightning & Thunder, una tribute band di Neil Diamond. Partendo dai piccoli pub locali, i due iniziano a girare il Wisconsin esibendosi in fiere, club, contesti culturali fino ad essere chiamati da Eddie Vedder in persona per aprire il concerto dei Pearl Jam.
Sirāt, la recensione
Luis è un uomo di mezz’età disperato e disposto a tutto. Insieme al piccolo Esteban, suo figlio, vaga per un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale, in mezzo ad un deserto sconfinato. Luis è alla ricerca di Mar, la sua figlia più grande, sparita misteriosamente e senza lasciare traccia. L’uomo è convinto di poter ritrovare sua figlia in quel rave polveroso e desolato, tra la musica elettronica ed una libertà tanto selvaggia quanto malinconica. Così, aiutato da suo figlio, si aggira tra la folla mostrando a tutti la foto della ragazza. Ma nessuno l’ha vista, nessuno l’ha mai incontrata. Quando la speranza si appresta a svanire, Luis apprende da un gruppo di raver che a sud del deserto sta per avere luogo un’ultima e grandissima festa. L’uomo decide così di unirsi a quel bizzarro gruppo di cani randagi per raggiungere il nuovo rave e pertanto si prepara ad affrontare tutte le insidie del deserto a bordo della sua utilitaria. Il viaggio di Luis si trasforma presto in un’autentica lotta per la sopravvivenza, un percorso fisico ed esistenziale che assume lentamente i tratti di un agonizzante girone infernale.
No Other Choice – Non c’è altra scelta. Il lavoro come lotta darwiniana: la recensione del film di Park Chan-Wook
Una villetta dalla bellezza abbagliante, una famiglia perfetta, un’azienda che premia i suoi dipendenti con delle anguille, You Man-su (Lee Byung-hun) ha tutto. Un’introduzione, quella di No Other Choice – Non c’è altra scelta, che col senno di poi appare ferocemente ironica: l’azienda di carta dove You Man-su ha lavorato per 25 anni è stata acquistata da un’impresa americana che sta portando grandi cambiamenti ed una profonda serie di tagli con l’accetta (dal titolo del libro The Ax di Donald Westlake da cui il film è ispirato), o di tagli di testa, come chiamano invece il licenziamento i coreani.
Una di famiglia – The Housemaid, la recensione
La carriera dello statunitense Paul Feig non è sicuramente stata caratterizzata da film memorabili, nonostante le due – ancora oggi inspiegabili – candidature agli Oscar per Le amiche della sposa; eppure, il regista dell’odiatissimo reboot al femminile di Ghostbusters sta seguendo un percorso incredibilmente vario, a tratti perfino schizofrenico, che dalla predilezione per la commedia sta progressivamente spostandosi verso il thriller. Un piccolo favore era l’ideale passaggio di testimone da un genere all’altro, vista la sua schietta contaminazione tra commedia al femminile e giallo/mistery, ma con Una di famiglia – The Housemaid, notiamo un ancora più deciso passo, visto che questo “bizzarro” thriller riesce perfino a mettere le mani nel torture porn senza tralasciare incredibilmente uno sguardo al romanzetto rosa.
Whistle – Il richiamo della morte: ecco il trailer italiano dell’horror sul fischio che uccide
Dopo Return to Silent Hill, Midnight Factory sgancia un’altra bomba e distribuirà nei cinema italiani dal 19 febbraio un altro atteso horror: Whistle – Il richiamo della morte, il nuovo angosciante film diretto da Corin Hardy, regista di The Nun e già autore di The Hallow e della serie Gangs of London.
Con Whistle – Il richiamo della morte, Hardy firma un film che fonde l’adrenalinica corsa contro la morte di Final Destination con il ritratto generazionale e le paure adolescenziali di Talk To Me, dando vita a un concept tanto originale quanto disturbante. In occasione del lancio, Midnight Factory diffonde anche il teaser poster e il teaser trailer italiano del film, offrendo un primo assaggio di un incubo che nasce dall’incontro tra mito ancestrale e orrore contemporaneo.
IT: Welcome to Derry. Quando il Male torna a raccontarsi
IT: Welcome to Derry è un progetto ambizioso e per certi versi rischioso, perché va a infilarsi in uno degli immaginari horror più iconici di sempre, cercando di espanderlo invece di limitarsi a sfruttarlo. La serie HBO si colloca come prequel diretto dei due film di Andy Muschietti usciti nel 2017 e 2019, ma soprattutto come ulteriore tassello dell’universo creato da Stephen King nel romanzo IT. Un’operazione che guarda contemporaneamente al cinema recente e alla materia letteraria originale, cercando di colmare i vuoti, ampliare la mitologia e raccontare ciò che nel libro era solo accennato o filtrato dai ricordi dei Perdenti.








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