Challengers, la recensione del film di Luca Guadagnino

Art e Patrick sono ottimi amici. Si conoscono da quando erano bambini e ad unirli, adesso, è la passione per il tennis così come quella per le donne. Sognano entrambi di diventare due stelle del tennis ma il loro approccio allo sport è ancora squisitamente ludico, quasi ingenuo ed infantile.

Tutto cambia quando un giorno vedono scendere in campo Tashi, una loro coetanea che dimostra subito di essere la giocatrice più brillante della loro generazione. Tashi ha il vero polso del tennista, è perfetta nelle battute e determinata come nessun altro. Lei si che è destinata a diventare una stella del mondo del tennis!

Vedendola giocare, Art e Patrick si invaghiscono di lei e da quel momento scatta una competizione fra i due su chi riesce a conquistarla per primo. Una competizione che diventa presto un triangolo amoroso, anzi anche qualche cosa di più, destinata a durare ben tredici anni e che interessa tanto la vita sentimentale dei tre quanto l’affermazione sul piano sportivo.

Quando nel 2005 uscì nelle sale italiane Melissa P. (eletto dai lettori di Ciak come il peggior film di quell’annata insieme a Troppo belli di Ugo Fabrizio Giordani) nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe potuto immaginare quella che sarebbe stata la carriera futura del regista palermitano Luca Guadagnino.

Pur avendo alle spalle un esordio insolito e che poteva suonare da monito come The Protagonists, dopo aver diretto l’infelice adattamento cinematografico del romanzo 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa Panarello, Guadagnino ha intrapreso un percorso registico squisitamente internazionale e a dir poco eccellente che lo ha condotto, nel giro di una decina d’anni, a diventare uno dei pochi talenti italiani capaci davvero di affermarsi ad Hollywood.

E oltre ad essere estremamente prolifico e instancabile, Luca Guadagnino ha dimostrato, sempre nel giro di una decina d’anni, di essere anche un regista estremamente versatile, capace di passare con estrema disinvoltura da un genere all’altro (il thriller, il dramma romantico, l’horror), riuscendo così a confezionare film molto diversi tra loro ma accomunati da uno sguardo autoriale sempre ben presente.

E così, dopo aver riadattato liberamente il lungometraggio La Piscina di Jacques Deray con il torbido A Bigger Splash, dopo aver vinto l’Oscar alla sceneggiatura non originale e aver lanciato la carriera di Timothée Chalamet con Chiamami col tuo nome, dopo aver scomodato un cult sacro come Suspiria e dopo aver parlato di cannibalismo in chiave romantica con Bones and All, Luca Guadagnino decide di mettersi alla prova nuovamente cimentandosi con un genere che fino ad ora non aveva mai esplorato: il cinema a carattere sportivo.

Come tutti possiamo ricordare, Challengers era stato selezionato come film d’apertura fuori concorso all’80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, un proiezione d’onore che avrebbe portato sicuramente tanto al film ma che, all’ultimo, la produzione ha deciso di annullare per via dello sciopero del sindacato degli attori. Così, dopo esser stato presentato in anteprima mondiale a Sydney lo scorso marzo, Challengers arriva finalmente sui nostri schermi e si prepara a stordire lo spettatore proprio come potrebbe farlo una forsennata partita a tennis vissuta in prima persona.

Servendosi di un cast di giovanissime stelle tra cui la diva Zendaya e i due bravissimi Josh O’Connor (Cenerentola, Emma, La chimera) e Mike Faist (attivo nella serialità televisiva ma con un futuro nel cinema assicurato), Challengers si presenta sin da subito come un film capace di bilanciare una certa (e apparente) semplicità narrativa con un’estrema e rigorosa complessità artistica.

Proprio con Challengers, infatti, Guadagnino dà vita al suo film tecnicamente più complesso e stimolante e, forse per la prima volta (anche se già nel suo remake di Suspiria si poteva annusare una pulsante voglia di sperimentazione artistica), si abbandona ad un cinema che intende davvero giocare con l’apparato cinematografico. Mettersi alla prova con un film ambientato nel mondo sportivo del tennis significa, per Guadagnino, stressare la macchina da presa al punto tale da poter rincorrere quante più forme espressive possibili.

La regia di Luca Guadagnino in Challengers è di una complessità incredibile, la macchina da presa alterna momenti di estremo slow-motion ad un uso impazzito e nervoso di carrellate, soggettive (dei tennisti ma anche delle palline), riprese zenitali o inquadrature sotterranee che fanno sembrare il campo da tennis una lastra di vetro. Ancora una volta, dopo l’ottimo lavoro svolto in Chiamami col tuo nome, Guadagnino torna ad un cinema che riesce ad essere materico e sensoriale – seppur in modo diverso, quasi opposto – e così, grazie anche un lavoro magistrale svolto sul sound design, Challengers riesce nell’obiettivo di riuscire a trascinare lo spettatore sul campo da tennis insieme ad Art e Patrick. Si sonorizza il sudore, si avvertono i battiti cardiaci dei due tennisti, sembra quasi di avvertire il sole che scotta la testa e annebbia i pensieri.

Insomma, tecnicamente Challengers è una bomba ad orologeria che ribadisce – come se ce ne fosse ancora bisogno – l’enorme talento di Luca Guadagnino.

Come si diceva qualche riga più su, tutta questa complessità artistico/espressiva va a contrapporsi ad una certa semplicità narrativa che potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Abbracciando una timeline non lineare ma che fa continuamente avanti e indietro nel tempo (nell’arco di tredici anni) cercando di rendere “poco chiara” la dinamica affettiva tra Tashi, Art e Patrick, Challengers potrebbe essere banalmente letto come un film che utilizza un minutaggio importante di due ore e dieci minuti per raccontare un semplicissimo triangolo amoroso (una ragazza e due ragazzi) dagli orientamenti sessuali fluidi e poco chiari. E in parte è così, ma solo in parte.

In Challengers, infatti, si approccia lo schema narrativo del triangolo non per dare peso o importanza a beceri conflitti del cuore in cui, come direbbe Annalisa, “ho visto lei che bacia lui che bacia lei che bacia me”. Il triangolo amoroso che viene esibito da Luca Guadagnino è decisamente più complesso e stratificato ed ha pochissimo a che fare con la componente squisitamente romantica.

In Challengers, infatti, non c’è assolutamente nulla di romantico, tanto che più che una romantic-story il film di Guadagnino potrebbe essere inquadrato come un film sulle infinite sfumature dell’amicizia, quasi alla maniera di Bertolucci. Ma la lettura del triangolo che racconta Guadagnino riesce ad andare persino oltre, non si ferma solo alla componente affettiva, perché il rapporto a tre che vede coinvolti Tashi, Art e Patrick serve anche a raccontare i meccanismi più animaleschi che governano l’essere umano. In Challengers, infatti, a muovere ogni pulsione erotica è il desiderio di dominare l’altro. Un po’ come nel tennis, in cui ogni giocatore deve poter primeggiare sull’avversario, nel rapporto a tre che funge da perno al film vale la stessa identica regola. Che poi, banalmente, equivale alla legge naturale del più forte. Il rapporto tra Tashi, Art e Patrick è continuamente dominato da questa irrefrenabile voglia di dover sottomettere l’altro, chiunque esso sia e ad ogni costo. Un’esigenza incontrollata e incontrollabile di dover dimostrare “chi comanda” ed affermare dunque una leadership: inizialmente tra Art e Patrick, poi tra Patrick e Tashi, poi tra Tashi e Art e poi ancora tra Patrick e Tashi così come di nuovo tra Art e Patrick.

Pur non essendo realmente un film sul tennis (la dinamica sportiva, seppur presente, non è certo rilevante come nel caso di Borg McEnroe), in Challengers lo sport è tanto protagonista. E qui nasce un ulteriore punto d’interesse del film, ovvero nella maniera in cui Guadagnino riesce a fare un film sul tennis pur maltrattando di continuo lo spirito sportivo. Challengers è un film dichiaratamente pop. Lo è nella scelta del cast, lo è nel modo in cui ibrida i generi (il duello sportivo, in molti momenti, sembra quasi un western sotto steroidi) e lo è, soprattutto, nell’affascinante maniera in cui la musica entra nella narrazione. Totalizzante. Stordente. Tanto kitsch quanto ammaliante. Pronta a fagocitare lo sport ogni qualvolta lo spettatore si trova ad assistere a uno scontro di tennis.

Nel suo spingere con prepotenza sul versante pop, nel voler abbracciare un mondo così tanto fluido in cui il genere sessuale è svuotato di qualsiasi significato, nell’esibizione divertita di tutte le infinite possibilità cinematografiche, Challengers si impone come autentico manifesto dell’epoca moderna e riesce ad essere un film che parla di oggi molto meglio di quanto siano riusciti a fare moderni film dall’appeal generazionale. E Challengers, infatti, ha tutte le caratteristiche per poter diventare un futuro cult generazionale, un film capace di sopravvivere nella memoria degli spettatori per anni ed entrare in un certo tipo di immaginario collettivo. Di sicuro, la sequenza nella camera d’albergo tra Tashi, Art e Patrick è già un momento scritto con l’inchiostro indelebile sulle pagine del Cinema.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Sul piano tecnico (regia, fotografia, suono) il film è da manuale.
  • Tre attori in stato di grazia in cui primeggia per bravura Josh O’Connor.
  • Luca Guadagnino si conferma, ancora una volta, un talento italiano di cui l’Italia dovrebbe andare fiera.
  • Un film pop che riesce a parlare di oggi come pochi altri film.
  • Qualcuno potrebbe accusare la lunghezza del film coniugata ad una narrazione non particolarmente densa di accadimenti. Ma per noi, questo, non è stato un problema.
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