Archivio categorie: Recensioni

Jumpers – Un salto tra gli animali, la recensione

Nel corso della sua storia, la Pixar Animation Studios ha dimostrato più volte come il cinema d’animazione possa essere molto più di un semplice intrattenimento per famiglie. Fin dai suoi primi anni, lo studio ha intrecciato il racconto fantastico con tematiche sociali e psicologiche di grande rilevanza: la riflessione ecologista e sul consumismo di WALL·E, l’elaborazione del lutto e della memoria in Coco, o l’esplorazione della complessità emotiva dell’adolescenza in Inside Out. In questa tradizione si inserisce anche Jumpers – Un salto tra gli animali, che sceglie di affrontare il tema della sensibilizzazione ambientale e della salvaguardia delle specie animali, declinandolo però attraverso una storia brillante, ironica e sorprendentemente sfumata.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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La Sposa!, la recensione

Quando nel 1818 Mary Shelley pubblicò il suo celebre romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo, inserì già tra le pieghe della storia un’idea destinata a diventare leggendaria: la possibilità di creare una compagna per la Creatura. Nel libro questa intuizione resta solo un innesco narrativo, perché Victor Frankenstein decide di non portare a termine l’esperimento. L’idea rimane sospesa, come se fosse una promessa. Sarà il cinema a raccoglierla davvero.

Nel 1935 James Whale realizzò il sequel del suo Frankenstein con Bride of Frankenstein, trasformando proprio quella suggestione nel cuore del racconto. La Sposa appare in scena per pochi minuti, interpretata da Elsa Lanchester, eppure tanto basta per creare una delle immagini più iconiche dell’intera storia del cinema horror: il volto pallido, i capelli elettrici a strisce bianche e nere, l’urlo animalesco davanti al mostro. Una presenza breve ma potentissima che ha consegnato la Sposa all’Olimpo dei Mostri classici Universal.

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Valutazione: 5.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione

Nella prima scena di Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You) Linda (Rose Byrne) viene descritta dalla giovane figlia, che rimane fuori campo, come una donna elastica. Ma qualsiasi oggetto, per quanto resistente, prima o poi si spezza se tirato da tutte le parti. Un po’ come si spezza il soffitto dell’appartamento di Rose, lasciando un oscuro e inquietante buco, che più che dalla parete sopra di lei sembra provenire dalle profondità di sé stessa.

Se solo potessi ti prenderei a calci, presentato al Sundance e al Festival del Cinema di Berlino (dove è stato premiato con l’Orso d’Argento alla miglior interpretazione a Rose Byrne, che ha vinto anche il Golden Globe) e prodotto tra gli altri da A24, segna il ritorno alla regia di Mary Bronstein diciassette anni dopo l’esordio con il film indipendente Yeast con una giovanissima Greta Gerwig. Un lavoro, quello sul secondo film, che ha avuto un lungo processo di scrittura ispirato ad una vicenda personale della regista e sceneggiatrice (oltre che interprete) e che ruota attorno al trauma e allo stress di Linda, che deve bilanciare tra vita privata, lavoro e la cura della figlia, affetta da una misteriosa malattia che la costringe ad essere legata ad un tubo e ad una serie di macchinari medici particolarmente rumorosi.

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Valutazione: 8.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Good Boy, la recensione del thriller di Jan Komasa

Con Good Boy il regista polacco Jan Komasa, già candidato all’Oscar per Corpus Christi, torna a raccontare il rapporto tra individuo e istituzioni, ma questa volta lo fa con i toni lividi del thriller psicologico. Dopo aver affrontato il tema della fede e della colpa, Komasa si concentra ora sul concetto di educazione e sull’illusione borghese di poter redimere il male attraverso il controllo.

La storia segue Tommy (Anson Boon), diciannovenne violento e senza radici che vive di piccoli crimini in una metropoli inglese. Dopo una notte di bravate, il ragazzo viene catturato da una coppia benestante, Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che sostengono di volerlo “aiutare”. In realtà, lo incatenano nello scantinato della loro elegante villa di campagna, trattandolo prima come un prigioniero e poi come un figlio adottivo, sottoponendolo a un programma di “rieducazione” fatto di regole ferree, punizioni e rituali quotidiani atti a farlo comportare da “bravo ragazzo”.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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L’uomo nel furgone bianco, la recensione

L’uomo nel furgone bianco (The Man in the White Van) di Warren Skeels parte da una storia apparentemente semplice e terribilmente concreta: nel 1975, in una cittadina della Florida, una ragazzina comincia a notare un inquietante furgone bianco parcheggiato nei pressi della sua casa. L’uomo che lo guida sembra seguirla, osservarla, studiarne le abitudini. All’inizio nessuno le crede: la sorella la considera paranoica, i genitori liquidano tutto come fantasia. Ma il sospetto cresce quando emergono notizie di ragazze scomparse nella zona e alcuni flashback mostrano l’uomo in attività già da anni, un predatore seriale che si muove nell’ombra senza lasciare tracce. Quando il furgone torna e il killer decide di colpire, durante la notte di Halloween, la casa della protagonista diventa teatro di un assedio in piena regola.

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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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40 Acres, la recensione

Negli ultimi anni il cinema statunitense di genere ha mostrato una crescente urgenza nel rileggere, spesso in chiave metaforica, la memoria storica afroamericana e il tema del riscatto sociale. L’horror e la distopia si sono rivelati strumenti perfetti per raccontare traumi collettivi ancora irrisolti: basti pensare al lavoro di Jordan Peele con Get Out e Us, dove il razzismo sistemico diventa un incubo concreto, o al cinema di Ryan Coogler, che da Black Panther a I Peccatori ha intrecciato l’identità con l’orgoglio e la rivendicazione culturale. In questo solco si inserisce anche 40 Acres di R.T. Thorne, un survival distopico che utilizza i codici del thriller post-apocalittico per parlare di memoria e resistenza.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Slingshot – Missione Titano: in Blu-ray il film di fantascienza con Casey Affleck

Slingshot – Missione Titano racconta la storia dell’astronauta John, membro di un equipaggio in missione verso Titano, luna di Saturno, incaricato di testare un sistema di propulsione sperimentale. Durante il lungo viaggio in ibernazione, il protagonista inizia a soffrire di amnesie, allucinazioni e improvvisi blackout mentali che minano la fiducia nei compagni e nella stessa missione. Isolato nella navicella insieme ad altri due astronauti e tormentato dai ricordi della compagna rimasta sulla Terra, John perde progressivamente il senso della realtà, fino a scoprire che ciò che credeva di sapere sulla missione potrebbe non essere vero.

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Scream 7, la recensione

Sono passati 30 anni da quando la studentessa Casey Becker rispose al telefono innescando la follia omicida dei Ghostface. Era il 1996, infatti, e Scream usciva al cinema rivoluzionando il modo di intendere il cinema horror-slasher, anche se in Italia avremmo dovuto aspettare metà 1997, quando il day-to-date delle uscite cinematografiche era per noi ancora un lontano traguardo da raggiungere.

Quella di Wes Craven è un’opera che ridefiniva radicalmente l’approccio al cinema horror, con presa di consapevolezza e una buona componente di (auto)ironia. Quasi un saggio critico su pellicola che lavorava su più livelli, lasciando comunque alla base una storia coinvolgente, personaggi ben caratterizzati e alcuni momenti da brivido che sono rimasti scolpiti nell’immaginario collettivo.

Scream è oggi, giustamente, considerato un capolavoro, una di quelle opere sparti-acque che prevedono un prima e un dopo, e come spesso accade in questi casi, quando anche la risposta del pubblico è positiva, la serializzazione aspetta dietro l’angolo. Ma con la saga di Scream, soprattutto per il suo valore metacinematografico, la stessa esistenza di uno stuolo di sequel ha alimentato il suo lavoro metafilmico, continuando l’analisi del genere, carpendone le sfaccettature e i trend che il mercato stesso cavalca. Questo ha fatto sì che il livello qualitativo generale della saga rimanesse sempre piuttosto alto, con capitoli coerentemente legati tra loro, seguendo la crescita – non solo d’età anagrafica – dei personaggi, degli spettatori e del mercato cinematografico horror.

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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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The Bayou, la recensione del survival-movie con gli alligatori assassini

Da decenni il cinema horror torna ciclicamente a inquadrare le fauci spalancate di coccodrilli e alligatori, predatori perfetti perché primordiali, inesorabili e legati a paesaggi selvaggi e inospitali, già di per sé inquietanti. Dai toni torbidi di Quel motel vicino alla palude di Tobe Hooper – dove l’alligatore era minaccia collaterale ma memorabile – al cult urbano Alligator, passando per l’exploitation nostrano Killer Crocodile, fino ai successi più recenti come Lake Placid o Crawl, il rettile assassino è diventato una presenza ricorrente del beast movie. The Bayou di Taneli Mustonen e Brad Watson si inserisce proprio in questa tradizione, cercando di mescolare survival thriller e horror con animali con un pizzico di exploitation contemporanea.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Rental Family – Nelle vite degli altri, la recensione

Philip, attore americano di medio talento emigrato in Giappone, si trova a un punto morto della carriera: sopravvive lavorando come comparsa in funerali, matrimoni e cerimonie di ogni tipo. Quando scopre l’esistenza di un’agenzia che affitta “famiglie” – attori pronti a impersonare parenti, amici o partner per clienti soli o in difficoltà – vede in quella proposta una doppia occasione: dimostrare a se stesso di essere ancora un interprete capace e, forse, colmare quel vuoto affettivo che si porta dietro da anni. Le sue missioni principali lo porteranno a impersonare un padre per una bambina nippoamericana che non può essere ammessa a scuola senza entrambi i genitori, e a fingere di essere un giornalista che deve intervistare un anziano attore affetto da demenza, instaurando con lui un rapporto sempre più autentico. In entrambi i casi, la recita si confonde sempre di più con la realtà, costringendo Philip a confrontarsi con il proprio passato di figlio assente e padre mancato.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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