Archivio categorie: Recensioni
Avatar: Fuoco e cenere, la recensione
Quando Avatar uscì nel 2009 non fu solo un film, ma un evento culturale e tecnologico che riscrisse le regole del blockbuster moderno. Con La via dell’acqua James Cameron ha dimostrato, tredici anni dopo, di saper replicare il miracolo: oltre due miliardi di dollari al botteghino, un nuovo Oscar tecnico e la conferma che Pandora, piaccia o meno, è ancora un universo cinematografico capace di portare il pubblico in sala. Avatar: Fuoco e cenere arriva dunque come terzo capitolo di una saga pensata inizialmente in cinque film, ma che oggi appare inevitabilmente ridimensionata: Cameron stesso ha già annunciato che il suo prossimo progetto non sarà Avatar 4. Una dichiarazione che pesa e che si riflette chiaramente sulla struttura di questo nuovo episodio.
Fino alla fine del mondo: una riflessione sulla director’s cut del film distopico di Wim Wenders
Il film Fino alla fine del mondo (1991) di Wim Wenders, nella sua versione director’s cut ora per la prima volta nei cinema grazie a CG Entertainment, è un’opera enorme, quasi un viaggio nell’inconscio collettivo del nostro tempo. Il film presenta una durata di quasi cinque ore e non racconta una storia ma tenta di toccare i temi filosofici, di tempo, memoria e desiderio, offrendoci una riflessione sull’animo umano e le sue complesse sfaccettature. Ed è proprio la durata uno degli aspetti più critici del film ma forse anche uno dei più affascinanti, proprio perché sembra esplorare e riflettere la vastità e complessità di temi che Wenders intende affrontare.
The Krampus Rises, la recensione
Figura folkloristica radicata nelle tradizioni alpine, il Krampus è da secoli l’ombra oscura del Natale: un demone caprino che punisce i bambini cattivi, iconograficamente opposto a San Nicola e incarnazione del lato selvaggio e incontrollabile dell’inverno. Un personaggio che il cinema horror ha riscoperto solo negli ultimi dieci anni, soprattutto in chiave ironica o antinatalizia: Krampus di Michael Dougherty è l’esempio più noto, ma non mancano variazioni più feroci come Krampus: The Reckoning o A Christmas Horror Story. In questo solco si inserisce The Krampus Rises di Andrea Dalfino, ed è sorprendente come un’opera tutta italiana riesca a piazzarsi con così tanta sicurezza nel panorama del cinema di genere internazionale, dimostrando un’ambizione produttiva e un coraggio creativo rarissimi nel nostro territorio.
L’ombra del corvo, la recensione
L’immagine del corvo ha attraversato secoli di narrazione fantastica e folklore, assumendo i significati più cupi e ancestrali: messaggero dell’aldilà, guardiano delle anime, animale psicopompo capace di muoversi tra vita e morte. Nel folklore norreno era associato a Odino e alla conoscenza, nella mitologia celtica diventava presagio di guerra, mentre nell’immaginario gotico moderno è diventato simbolo di lutto e malinconia.
Da Edgar Allan Poe con il suo celebre “Nevermore” fino a James O’Barr e al suo The Crow, il corvo continua ad accompagnare gli esseri umani nei momenti di perdita, incarnando il dolore come una presenza oscura e inevitabile. Ed è esattamente questo il punto d’ingresso del film di Dylan Southern, L’ombra del corvo (The Thing with Feathers, in originale), dove la creatura nera assume la forma di un essere antropomorfo che si insinua nella vita del protagonista come manifestazione fisica del trauma.
It’s a Wonderful Knife, la recensione
Negli ultimi anni il cinema horror ha trovato una sua ironica linfa vitale nel rileggere i classici del cinema fantastico in chiave slasher. La tendenza è ormai chiara: prendere un evergreen popolare e stravolgerlo con una buona dose di sangue e paradossi temporali. È così che Auguri per la tua morte reinventava Ricomincio da capo, Freaky ribaltava Quel pazzo venerdì e più recentemente Totally Killer e Time Cut hanno giocato apertamente con le dinamiche di Ritorno al futuro.
Con It’s a Wonderful Knife, il bersaglio scelto è uno dei film “sacri” della storia del cinema natalizio: La vita è meravigliosa di Frank Capra. Un’idea potenzialmente blasfema, che però funziona sorprendentemente bene.
Kopis, la recensione dello slasher-movie di Lorenzo Lepori
Nel panorama dell’horror indipendente italiano, Lorenzo Lepori si è ormai ritagliato uno spazio personale, riconoscibile e coerente. Fin dagli esordi, il regista ha sempre esplorato gli angoli più ruvidi e carnali del genere, mantenendo un approccio libero, anarchico, spesso a metà strada tra il citazionismo colto e l’irriverenza più sfacciata. Un cinema che non ha paura di sporcare, esagerare, provocare. E nel suo nuovo film, Kopis, presentato in anteprima mondiale al 45° Fantafestival, tutto questo arriva a compimento.
Five Nights at Freddy’s 2, la recensione
Quando si annuncia un sequel di un horror tratto da un videogioco cult, come la saga di Five Nights at Freddy’s, la speranza è quella di veder tradotti su grande schermo terrore, tensione e un lore convincente. Il primo film, uscito nel 2023, nonostante fosse artisticamente un disastro (qui la nostra recensione), era riuscito comunque a capitalizzare con il fan-service: quasi 300 milioni di dollari in tutto il mondo, dimostrando che il mix tra franchise-videogame ed horror-popcorn ha ancora un suo consistente mercato. Per questo secondo capitolo di Five Nights at Freddy’s, le premesse pubblicitarie — soprattutto la promessa di una maggiore spinta sul versante horror, con più azione e tensione — lasciavano sperare qualcosa in più. Ma il risultato finale è tragicamente peggiore del già mediocre originale.
Eternity, la recensione
Eternity arriva in un periodo in cui il fantastico, nelle sue diverse incarnazioni, sta vivendo una sorta di rinascimento culturale: l’ascesa di serie come Black Mirror ha sensibilizzato il pubblico alla riflessione su futuro, tecnologia, realtà parallele e universi alternativi — ma ha anche spalancato la porta a narrazioni che sondano la psicologia, la memoria, i rimorsi e le speranze umane attraverso il filtro del fantastico. Allo stesso modo, opere come Sliding Doors, Past Lives o il lungometraggio Pixar Soul — ciascuna a suo modo — sono diventate punti di riferimento per il tema delle seconde possibilità, del destino, di quello che sarebbe potuto accadere. Eternity, con la sua miscela di romanticismo, commedia e metafisica da “aldilà su misura”, sembra voler riprendere e amplificare questo spirito: non parla di tecnologia o distopie alla Black Mirror (pur facendo tornare alla mente l’indimenticabile San Junipero), bensì di vita, ricordi, relazioni e — soprattutto — di scelte definitive, che persistono oltre la morte.
Die My Love, la recensione
Nel cinema di Lynne Ramsay esiste un filo rosso ormai evidente: raccontare esplosioni emotive che nascono in ambienti chiusi, familiari, asfissianti. I suoi personaggi non vivono mai in equilibrio, ma sul crinale di una frattura interiore pronta a dilaniarli. Da Ratcatcher a E ora parliamo di Kevin, fino a You Were Never Really Here, il cinema della Ramsay lavora egregiamente sul trauma interiore. Die My Love, tratto dal romanzo omonimo di Ariana Harwicz, si inserisce perfettamente in questa traiettoria, risultando però un film più interessante sulla carta che nella sua effettiva resa.
Non è un caso che il paragone più immediato sia proprio con E ora parliamo di Kevin: se lì la maternità era vista come una maledizione che implodeva nella tragedia, qui viene trattata come una prigione invisibile che soffoca lentamente. Al centro c’è Grace, trasferitasi con il compagno Jackson in una casa isolata, immersa nella natura, lontana dalla città, dagli stimoli, dalla socialità. Un luogo che per lui rappresenta stabilità e rifugio, ma che per lei equivale a un esilio emotivo. La nascita del figlio non è un inizio, ma l’innesco del collasso: Grace scivola in una depressione post partum sempre più evidente, trasformando il quotidiano in un campo di battaglia psicologico.









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