Archivio categorie: In sala

The Social: Il prezzo della verità, la recensione

In un momento storico in cui il dibattito sull’utilizzo dei social network da parte dei minori è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione, con sempre più Paesi intenzionati a limitarne o vietarne l’accesso ai più giovani, arriva al cinema un film che sembra guardare al problema dalla direzione opposta: non dai suoi effetti più recenti, ma dal momento in cui abbiamo cominciato a comprendere quanto fosse profondo. The Social: Il prezzo della verità, titolo italiano decisamente meno efficace dell’originale The Social Reckoning, scritto e diretto da Aaron Sorkin, torna infatti agli anni compresi tra il 2019 e il 2021 per raccontare la genesi dei cosiddetti Facebook Files, l’inchiesta del Wall Street Journal che portò alla luce migliaia di documenti interni di Facebook e dimostrò quanto l’azienda fosse consapevole degli effetti potenzialmente devastanti delle proprie piattaforme.

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Venezia 83. L’estranea, la recensione

Un patto col diavolo per raccontare l’orrore ben più terreno delle dinamiche famigliari: L’estranea è il nuovo lavoro di Paolo Strippoli, che dopo Piove e La Valle dei Sorrisi conclude un’ideale “trilogia della pioggia” con l’esordio in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia.

Roma. Una giornata di pioggia battente. Anna (Jasmine Trinca) si presenta alla porta di casa di sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) dichiarando di doverle fare delle rivelazioni sconvolgenti sulla loro storia famigliare. Ricorda un evento dell’infanzia di Alice: da bambina era stata morsa dal cane di famiglia, rischiando di perdere la gamba.

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Verity, la recensione

Per qualche strano cortocircuito della storia del cinema, Hollywood sembra essersi nuovamente accorta dell’esistenza del thriller soft-erotico, genere che tra gli anni ’80 e soprattutto i primi ’90 aveva conosciuto una stagione di grande popolarità prima di sparire progressivamente dai radar. Il cinema mainstream contemporaneo ha ridotto la presenza del sesso sul grande schermo, anche in conseguenza di un mutamento nella sensibilità del pubblico, ma il successo di Una di famiglia sembra suggerire che una certa contaminazione tra thriller, eros e melodramma possa timidamente tornare d’attualità. Molto, naturalmente, dipende anche dalla disponibilità delle attrici a mettersi letteralmente a nudo: una pratica sempre più rara, anche se alcune interpreti hanno fatto della propria fisicità una componente consapevole della propria carriera. Tra queste c’è sicuramente Sydney Sweeney, protagonista di Una di famiglia, mentre Dakota Johnson, che non ha mai avuto particolari problemi con il cinema erotico, è la protagonista di Verity, trasposizione dell’omonimo bestseller del 2018 di Colleen Hoover, che sembra volersi inserire in questo rinnovato trend.

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Onslaught – Assalto finale, la recensione

Ci sono film che la critica ha contribuito a consegnare all’oblio e che, a distanza di quarant’anni, si sono invece rivelati fondamentali per capire il cinema contemporaneo. È una delle tante contraddizioni della storia del cinema di genere: i B-movie degli anni ’80, spesso liquidati all’epoca come prodotti rozzi, derivativi o apertamente trash, hanno in realtà costruito un immaginario potentissimo, formando una generazione di spettatori e, soprattutto, di cineasti. Sono quei film che hanno insegnato a guardare il cinema attraverso il cinema, a riconoscere un’inquadratura, un suono, un ritmo, una trovata e a trasformarli in materiale per una nuova generazione di racconti. Adam Wingard appartiene a quella generazione e, fin dai tempi di You’re Next e soprattutto di The Guest, ha dimostrato di avere un rapporto molto personale con quel cinema. Con Onslaught – Assalto finale compie quindi il suo più scoperto atto d’amore verso il genere degli anni ’80, riportando in vita l’action-horror muscolare, violento e sfrontato di un tempo. E lo fa con la benedizione di A24, realtà che negli ultimi anni ha costruito una delle identità più riconoscibili del cinema indipendente americano e che, pur essendo spesso associata a produzioni più autoriali, qui dimostra di poter sostenere anche un B-movie con ambizioni decisamente più sanguinolente.

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Digger, la recensione del film di Alejandro G. Iñarritu con Tom Cruise

Quando alcuni scienziati registrano una profonda e preoccupante crepa nel ghiacciaio della Groenlandia, nei pressi di uno stabilimento per l’estrazione del petrolio, subito viene contattato il diretto responsabile: Digger Rockwell, magnate del petrolio la cui famiglia estrae da intere generazioni. Ma Digger è troppo preso dal suo agio, dalla vita sedentaria e dalle piccole cose (come la salute della sua gatta che ha quasi trent’anni) per poter realmente capire l’allarme degli scienziati. In men che non si dica il disastro precipita: lo stabilimento esplode e un ghiacciaio grande come la città di Washington si stacca dalla Groenlandia viaggiano a velocità mostruosa contro l’Europa. La situazione è fuori controllo e destinata a peggiorare, lo schianto del ghiacciaio potrebbe verificarsi in meno di tre giorni, dunque bisogna intervenire tempestivamente.

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Her Private Hell, la recensione dello stiloso film di Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn è uno di quegli autori che, nel bene e nel male, hanno costruito la propria carriera sulla riconoscibilità. All’inizio, però, quella riconoscibilità era soprattutto sinonimo di voce fuori dal coro: la trilogia di Pusher, Bronson e Valhalla Rising raccontavano un cinema sporco, violento e radicale, ma ogni volta diverso nel modo di affrontare il genere e i suoi personaggi. Poi arrivò Drive, la consacrazione internazionale e, subito dopo, il film che forse più di ogni altro ha rappresentato la sintesi perfetta del cinema di Refn, Solo Dio perdona: un’opera spesso sottovalutata dalla critica, ma capace di portare all’estremo la sua idea di cinema fatto di silenzi, violenza, simbolismo e geometrie visive. Da quel momento, però, quella che era stata una cifra stilistica ha cominciato progressivamente a trasformarsi in maniera. The Neon Demon sembrava già un esercizio di stile particolarmente compiaciuto e, dopo dieci anni di assenza dal grande schermo – intervallati da due serie televisive non particolarmente fortunate come Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy – Refn torna al cinema con Her Private Hell. E ciò che in The Neon Demon sembrava un eccesso viene qui ulteriormente amplificato, fino a fare del film non soltanto un’opera arthouse, ma quasi la definizione stessa di esercizio di stile.

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L’isola dei ricordi, la recensione del film d’animazione DreamWorks

Nel corso della sua storia DreamWorks Animation ha sempre cercato di correre parallelamente a Pixar e Disney, costruendo però una propria identità all’interno del cinema d’animazione americano. Una ricerca che ha prodotto risultati molto diversi: da una parte autentici gioielli come Shrek 2, Dragon Trainer e, più recentemente, Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio, dall’altra produzioni più infantili e convenzionali, difficili da mettere sullo stesso piano della concorrenza. L’isola dei ricordi, nuovo lungometraggio diretto da Joel Crawford e Januel Mercado, compie però un passo trasversale interessante: DreamWorks guarda con maggiore convinzione alla formula Pixar, soprattutto nella capacità di trasformare una semplice avventura fantastica in un racconto emotivo, senza per questo rinunciare alla propria personalità. Il risultato è dunque un film DreamWorks al cento per cento, solo con un cuore un po’ più scoperto del solito.

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Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, la recensione

C’è stato un periodo in cui la presenza di un cane in un film rappresentava quasi una minaccia per lo spettatore. Non importa quanto fosse avventurosa, divertente o commovente la storia: bastava vedere un quattro zampe diventare protagonista per far sorgere immediatamente una domanda nella testa del pubblico: ma il cane muore? Il trauma collettivo lasciato da film come Io & Marley ha infatti modificato profondamente il rapporto tra cinema e spettatore quando in scena c’è un animale, al punto che oggi la sopravvivenza del cane sembra quasi diventata una missione prioritaria per qualsiasi sceneggiatore.

Con Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, David Ayer gioca apertamente con questa paura, ma soprattutto costruisce un survival movie nel quale il rapporto tra uomo e animale non è un semplice espediente emotivo: è il cuore stesso della storia. In scena ci sono sostanzialmente soltanto i due protagonisti, James Belmont, interpretato da Brad Pitt, e Odino, uno splendido pastore tedesco. Un ex militare e il suo cane da combattimento, entrambi reduci da un’esperienza traumatica, costretti a sopravvivere insieme in uno degli ambienti più ostili del pianeta.

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Resident Evil di Zach Cregger, la recensione

Trent’anni sono un’eternità nel mondo dei videogiochi. Nel 1996, quando Capcom pubblicava il primo Resident Evil, il survival horror era ancora un territorio relativamente giovane e quella telecamera fissa che inquadrava corridoi bui, porte da aprire e mostri da evitare avrebbe contribuito a definire un genere. Tre decenni dopo, Resident Evil è diventato uno dei marchi più longevi e redditizi della storia del videogioco: la saga ha superato i 213 milioni di copie vendute nel mondo e continua a intercettare nuove generazioni di giocatori, dimostrando una capacità di rinnovarsi che molte altre franchise non hanno avuto.

L’esempio più recente è Resident Evil: Requiem, uscito nel febbraio 2026 e capace di raggiungere gli 8 milioni di copie vendute in appena pochi mesi, dopo essere diventato il capitolo più veloce della serie a superare prima i cinque e poi i sei milioni. Non è un dettaglio trascurabile: significa che una saga nata quando la prima PlayStation era ancora una macchina giovane continua a parlare anche a un pubblico che, nel 1996, probabilmente non era nemmeno nato.

E se il videogioco ha saputo cambiare pelle più volte senza rinunciare alla propria identità, anche il cinema ha provato nel corso degli anni a interpretare Resident Evil secondo sensibilità differenti. Abbiamo avuto i sei film con Milla Jovovich, quattro diretti da Paul W.S. Anderson, figli dell’action ipertrofico e della CGI dei primi anni Duemila, e poi il reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City di Johannes Roberts, che cercava un rapporto più diretto con l’immaginario dei videogame. Percorsi differenti, ma con un problema comune: nessuno dei due era riuscito davvero a restituire sul grande schermo ciò che rende Resident Evil così speciale. E, se oggi il primo film di Anderson può essere guardato con maggiore simpatia rispetto a quanto accadesse alla sua uscita, una vera trasposizione cinematografica capace di cogliere l’anima della saga, fino a oggi, era ancora mancata.

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Normal, la recensione del nuovo action con Bob Odenkirk

Negli ultimi vent’anni il cinema action è profondamente cambiato. Al di là di alcuni format costruiti quasi interamente attorno alle proprie star, come da formula consolidata negli anni ’80 e ’90, oggi l’azione cerca spesso protagonisti, ambientazioni e linguaggi che non appartengono necessariamente al genere. Un apripista in questo senso è stato Liam Neeson, arrivato all’action da una carriera lontanissima da calci, pugni e sparatorie e diventato poi il volto per eccellenza del thriller muscolare crepuscolare. Ma è soprattutto da John Wick in poi che abbiamo assistito a una ricerca sempre più marcata dell’azione attraverso sperimentalismi e sensibilità anomale, arrivando, con i sequel del film con Keanu Reeves, a un linguaggio estremo che potremmo considerare una vera e propria pornografia dell’action.

Quel processo ha inoltre portato alla ribalta alcuni nomi che hanno finito per costituire una sorta di squadra creativa dell’action contemporaneo. Tra questi c’è Derek Kolstad, sceneggiatore dei primi tre John Wick e autore, oltre che produttore, dei due Io sono Nessuno. Proprio dal dittico con Bob Odenkirk arriva il sodalizio che dà vita a Normal, con Kolstad alla sceneggiatura e Odenkirk coinvolto anche nella storia e nella produzione, oltre che interprete principale. A completare il curioso triangolo c’è poi Ben Wheatley, autore britannico che porta in questo progetto tutta la propria inclinazione per il cinema di genere.

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