Archivio categorie: In sala
The Mortuary Assistant – Anatomia di un incubo, la recensione
La paura dei morti è qualcosa di molto più profondo della semplice paura degli zombie o dei fantasmi. Un cadavere non è soltanto un elemento macabro, è il corpo di qualcuno che fino a poco prima era vivo e che ora ci mette brutalmente davanti alla nostra stessa finitezza. Guardare un corpo senza vita significa confrontarsi, anche inconsciamente, con ciò che non possiamo conoscere: la morte, ciò che viene dopo, la progressiva dissoluzione del corpo umano e, più in generale, la consapevolezza che quella stessa condizione riguarderà inevitabilmente anche noi. È una paura che l’horror ha trasformato in materia narrativa praticamente da sempre, collegandola poi a fantasmi, demoni e mostri di ogni genere.
Coyote vs Acme, la recensione
Willy il Coyote, o Wile E. Coyote come da nome originale, è un predatore affamato e irrimediabilmente sfortunato che ha un unico, ossessivo obiettivo: catturare Beep Beep, il velocissimo pennuto corridore che sembra esistere soltanto per umiliarlo. A separarlo dal suo pasto ci sono una serie infinita di trappole, razzi, esplosivi, molle, incudini e improbabili marchingegni acquistati dalla Acme Corporation, multinazionale che vende al Coyote strumenti tecnologicamente sofisticati ma invariabilmente destinati a ritorcerglisi contro.
Creato da Chuck Jones e Michael Maltese nel 1949 per il cortometraggio Fast and Furry-ous, Willy il Coyote è nato all’interno dell’universo dei Looney Tunes come una variazione sul modello del predatore e della preda, ma è diventato molto più di questo: è infatti il simbolo stesso di chi continua a provarci nonostante sappia già come andrà a finire, del perdente per vocazione.
Train to Busan, la recensione dello zombie movie di Yeon Sang-ho
Tra i tanti filoni del genere horror, lo zombie movie è quello che più di tutti ha saputo stare al passo con i tempi e adeguarsi ai nuovi gusti del pubblico. Ne sono una testimonianza le numerose serie tv con protagonisti i morti viventi, The Walking Dead e Z Nation su tutti, e i tanti titoli provenienti da ogni parte d’Europa che hanno contribuito a rendere questo genere un fenomeno su scala universale a anche molto vario in quanto a tematiche ed approccio sia narrativo che stilistico: dalla saga mockumentary spagnola [Rec] passando per l’action francese La Horde fino ad arrivare all’esilarante commedia britannica London Zombies.
Insomma, un clima fervente nel quale non poteva mancare il cinema orientale che fa sentire la sua voce con Train To Busan del regista sudcoreano Yeon Sang-ho, presentato all’undicesima edizione della Festa del cinema di Roma ed autentica rivelazione della manifestazione capitolina. Un film che sa abbinare intrattenimento e temi profondi in maniera molto equilibrata in quanto diverte senza mai scadere nel trash e regala momenti melodrammatici molto intensi, a tratti però alleggeriti dalla consueta ironia orientale che non fa mai prendere tutto troppo sul serio.
L’uomo dei sussurri, la recensione
L’ultimo film prodotto da Netflix, L’uomo dei sussurri, è la dimostrazione di un processo di lavorazione che, ormai da tempo, sembra applicare una formula sempre più standardizzata: costruire un’opera efficace quasi a tavolino, affidandone gran parte del peso alla presenza di interpreti di grande richiamo, anche a discapito di regia, sceneggiatura e messa in scena. In questo caso, il prestigio del cast ruota attorno a Robert De Niro e Michael Keaton, affiancati da Adam Scott e Michelle Monaghan. A dirigere il lungometraggio è James Ashcroft, che si cimenta nella sua terza regia, dopo essersi fatto notare dal pubblico internazionale al festival di Sitges grazie all’horror psicologico The Rule of Jenny Pen.
Oceania, la recensione del remake live-action
Su Motu Nui, piccola e remota isola nel cuore dell’Oceano Pacifico, vive indisturbata da tempo una tribù maori. Tra loro c’è Vaiana, figlia del capo del villaggio, una ragazza tanto diligente quanto curiosa destinata a diventare – quando sarà il momento – la futura leader del suo popolo. Ma Vaiana è ancora un’adolescente, più saggia di tutti i suoi coetanei ma anche più sognatrice: dal padre, infatti, ha appreso ogni tipo di conoscenza pratica ma ad averla formata più di ogni altra cosa sono stati i racconti fantastici della nonna che hanno alimentato sin da quando era bambina la sua immaginazione, la sua curiosità e il suo spirito avventuroso.
Se c’è una legge non scritta che va rispettata – questo è il primo insegnamento che Vaiana ha appreso da suo padre – è quella del Reef: se si vuole tenere stretta la propria vita, così come quella del proprio popolo, non si deve mai sfidare l’Oceano e dunque è vietato spingersi oltre la Grande Barriera Corallina. Vaiana lo sa molto bene e non ha nessuna intenzione di venire meno all’insegnamento paterno ed è per questo che vive con una certa frustrazione questo strano richiamo che, da quando era bambina, sembra giungerle proprio dall’Oceano.
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, la recensione del comfort-movie post-apocalittico di Ridley Scott
Ci sono almeno due sicurezze sulle quali lo spettatore può ancora fare affidamento. La prima è il filone post-apocalittico, periodicamente capace di tornare al cinema e in televisione con storie di sopravvivenza, disperazione e rinascita che continuano a esercitare un fascino irresistibile. La seconda è Ridley Scott, che a 88 anni e con una carriera sterminata alle spalle rimane comunque un nome sul quale è difficile non nutrire aspettative, anche quando si confronta con opere meno riuscite. The Dog Stars – Le stelle dopo la fine appartiene esattamente a questa categoria: è l’ennesima storia ambientata dopo la fine del mondo come lo conosciamo e, già leggendo la sinossi, è facile intuire che non ci sarà praticamente nulla di veramente nuovo. Eppure la mano ferma di Scott e il suo talento da narratore sono sufficienti a dare al film quella marcia in più che lo porta a un livello superiore rispetto a molti prodotti analoghi.
La vendetta perfetta – Bear Country, la recensione
Manko Kapac è un uomo che ha superato la mezza età da un pezzo. Con un pericoloso passato da criminale alle spalle, Manko è adesso il gestore di un night club a Los Angeles che viene spesso usato dalla malavita per riciclare denaro sporco. Manko, tuttavia, è stanco di quelle dinamiche e sente che i suoi giorni da gangster sono finiti. Sta pensando di lasciare tutto, ritirarsi e andare in pensione per godersi finalmente la vita con Sunny, la donna che ama.
Una sera come tante, mentre Manko si reca al bancomat per versare l’incasso giornaliero, viene rapinato da un goffo uomo mascherato. Manko si sente improvvisamente vulnerabile, realizza che sta invecchiando, ma ancor più vede attorno a lui una città che sta cambiando faccia e in cui non si riconosce più. Ma quella rapina accidentale, che non tarderà ad essere replicata, trascina rapidamente il gestore del night club nella morsa del cartello della droga: Rodriguez, giovane boss della malavita che utilizza il locale di Manko come luogo di riciclaggio, si sente improvvisamente minacciato da quei furti che il “padrone di casa” non è capace a sventare.
Maldoror, la recensione del film sul Mostro di Marcinelle
Nella metà degli anni Novanta il Belgio venne sconvolto da uno dei più terribili casi di cronaca nera della sua storia, quello di Marc Dutroux, passato alla cronaca come il “Mostro di Marcinelle”. Tra il 1995 e il 1996 diverse bambine e adolescenti scomparvero in circostanze misteriose: Julie Lejeune e Mélissa Russo, entrambe di otto anni, furono rapite nel giugno 1995; nell’agosto dello stesso anno sparirono An Marchal ed Eefje Lambrecks. Nel 1996 vennero sequestrate anche Sabine Dardenne e Laetitia Delhez, che sarebbero state ritrovate vive nella cantina della casa di Dutroux. Le indagini avrebbero poi portato alla scoperta dei corpi delle altre vittime, mentre l’intera vicenda avrebbe fatto emergere gravissime falle nel sistema giudiziario e nelle forze dell’ordine belghe, provocando una vera e propria crisi istituzionale che portò alla celebre “Marcia Bianca” dell’ottobre 1996.
Insidious: Fuori dall’Altrove, la recensione del sesto capitolo della saga
Nata nel 2010 dall’incontro tra James Wan e Leigh Whannell, la saga di Insidious ha rappresentato uno dei piccoli grandi miracoli commerciali dell’horror contemporaneo. Realizzato con appena 1,5 milioni di dollari, il primo film ne incassò circa 100 milioni in tutto il mondo, trasformando un progetto relativamente economico in una macchina da sequel e contribuendo in maniera importante a lanciare le carriere dei suoi due autori. Da allora sono arrivati altri quattro capitoli, fino a Insidious: La porta rossa del 2023, e ora Insidious: Fuori dall’Altrove, il sesto episodio, tutti pensati per il grande schermo. Una longevità che si spiega facilmente guardando i numeri: i primi cinque film hanno superato complessivamente i 730 milioni di dollari worldwide, dimostrando quanto il pubblico sia rimasto affezionato all’orrore dell’Altrove.










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