Archivio categorie: In sala
Toy Story 5, la recensione
C’erano ottime ragioni per guardare a Toy Story 5 con una certa diffidenza. Non tanto perché il marchio Pixar abbia perso valore nel tempo, quanto perché questa saga aveva già trovato due finali praticamente perfetti.
Il terzo capitolo concludeva la storia di Andy e della sua infanzia nel modo più naturale e commovente possibile. Quel passaggio di testimone a Bonnie non era semplicemente la chiusura di una trilogia: era la conclusione di un percorso di crescita che aveva accompagnato un’intera generazione di spettatori. Poi arrivò Toy Story 4, apparentemente superfluo, che invece trovò una ragione d’essere sorprendente raccontando l’ultimo viaggio di Woody e la sua accettazione di una condizione nuova, quella di un giocattolo appartenente a un altro tempo.
Il quinto capitolo, dunque, partiva da una posizione complicatissima. Doveva giustificare la propria esistenza.
Fuze – Conto alla rovescia, la recensione
L’heist movie è uno di quei generi che hanno contribuito a definire una parte importante del cinema moderno. Dalle eleganti architetture criminali di Rapina a mano armata e il crescendo empatico di Quel pomeriggio di un giorno da cani alle tensioni urbane di Heat – La sfida, passando per la leggerezza spettacolare di Ocean’s Eleven e le acrobazie narrative di Inside Man, il cinema delle rapine ha sempre trovato nuovi modi per raccontare il crimine e l’ingegno dei suoi protagonisti. Non è un caso che molti autori abbiano provato a lasciare il proprio segno all’interno di questo filone. Tra questi ora c’è anche David Mackenzie, filmmaker capace negli anni di alternare opere molto diverse tra loro ma accomunate da una certa attenzione ai meccanismi del genere, come Hell or High Water, Starred Up – Il ribelle e Relay – Informazioni pericolose. Con Fuze – Conto alla rovescia prova a percorrere una strada originale, fondendo il thriller ad alta tensione con il classico film di rapina.
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, la recensione
Ci sono film che cercano di raccontare la lotta di classe attraverso il dramma sociale, altri che scelgono la satira feroce, altri ancora che si affidano al thriller. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia – pessimo e fuorviante titolo italiano che sostituisce l’originale e ben più efficace How to Make a Killing – sceglie invece la strada della commedia nera, raccontando una storia di avidità, privilegi e omicidi con un tono leggero e spesso divertito.
Becket Redfellow è il figlio di Mary Redfellow, giovane erede di una delle famiglie più facoltose dello Stato di New York. Quando la donna rimane incinta di un ragazzo di umili origini e decide di tenere il bambino, viene immediatamente ripudiata dalla propria famiglia. Cresciuto a Newark, nel New Jersey, lontano dal lusso e dai privilegi che gli sarebbero spettati per nascita, Becket porta con sé una promessa fatta alla madre poco prima della sua morte: non arrendersi finché non avrà ottenuto la vita che merita.
Disclosure Day, la recensione
Ci sono pochi autori che hanno saputo ridefinire l’immaginario dell’extraterrestre al cinema come Steven Spielberg. Non stiamo parlando semplicemente di un grande regista o di uno dei padri della New Hollywood, ma dell’uomo che ha trasformato il concetto stesso di contatto con il non umano in un’esperienza cinematografica fatta di stupore, meraviglia e paura. Da Incontri ravvicinati del terzo tipo a E.T. – L’extra-terrestre, passando per il sottovalutato La guerra dei mondi, Spielberg ha raccontato l’alieno in modi diversi, ma sempre con una straordinaria capacità di rendere credibile l’incredibile.
Con Disclosure Day torna ancora una volta a confrontarsi con uno dei temi che più hanno contribuito a definire la sua filmografia. Lo fa però seguendo una strada molto diversa dal passato. Dimenticate il senso del meraviglioso di Incontri ravvicinati del terzo tipo e anche il terrore apocalittico de La guerra dei mondi: il nuovo film sembra piuttosto un doppio episodio di X-Files con l’ambizione di un blockbuster estivo. E della serie creata da Chris Carter coglie proprio le suggestioni fondamentali, dove complotti governativi, poteri paranormali e presenze extraterrestri si intrecciano continuamente fino a diventare un’unica grande teoria del complotto.
Scary Movie, la recensione del sesto film
Dopo tredici anni di assenza dal grande schermo, la saga di Scary Movie torna al cinema con un sesto capitolo che sceglie consapevolmente di rinunciare al numero nel titolo per presentarsi come un reboot. Una scelta tutt’altro che casuale, perché esattamente come Scream del 2022 che prende di mira più di ogni altro film, anche Scary Movie vuole essere contemporaneamente sequel, reboot e operazione nostalgia.
La serie creata dai fratelli Wayans arrivò in un momento perfetto. Il nuovo horror statunitense aveva trovato in Scream un modello vincente, e il cinema di genere del terzo millennio offriva una quantità inesauribile di bersagli da colpire. I primi due film, scritti e interpretati da Marlon e Shawn Wayans e diretti da Keenen Ivory Wayans, riuscivano nell’impresa di essere contemporaneamente parodie feroci e commedie autonome. Con il terzo capitolo, passato nelle mani di David Zucker, la saga raggiunse probabilmente il proprio apice creativo. Poi arrivò la lenta ma inesorabile discesa: il quarto episodio mostrava già segni di stanchezza, mentre Scary Movie 5 del 2013 rappresentò il punto più basso del franchise, tanto da rimanere per anni un esempio di sequel realizzato senza alcuna reale necessità.
Masters of the Universe, la recensione
Se oggi avete quarant’anni o giù di lì, Masters of the Universe non è semplicemente un film. È qualcosa di profondamente personale. È il ricordo di pomeriggi passati sul tappeto del soggiorno a inventare battaglie impossibili tra He-Man e Skeletor, è il profumo della plastica delle action figure Mattel appena scartate, è la sigla del cartone animato che rimbombava in televisione mentre il mondo sembrava infinitamente più semplice.
Per questo motivo l’arrivo al cinema di un nuovo Masters of the Universe era un evento delicato. Pericoloso persino. Troppo facile trasformarlo nell’ennesima operazione nostalgia destinata a parlare soltanto agli adulti cresciuti negli anni ’80. E invece Travis Knight compie un piccolo miracolo: realizza un film che emoziona chi è cresciuto con i Masters ma che allo stesso tempo costruisce un nuovo immaginario fantasy pensato per i ragazzi di oggi.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair. Il capolavoro di Tarantino torna al cinema in versione inedita integrale: ve lo raccontiamo
Ci sono film che segnano un’epoca e poi ci sono film che diventano mito. Kill Bill appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Quando Quentin Tarantino lo portò nei cinema tra il 2003 e il 2004, diviso nei due celebri volumi, il regista stava in realtà realizzando qualcosa di ancora più grande: una vera e propria enciclopedia sentimentale del cinema che lo aveva formato come spettatore prima ancora che come autore. Arti marziali hongkonghesi, chanbara giapponesi, spaghetti western, exploitation italiana, anime, revenge movie, blaxploitation: Kill Bill è il punto in cui tutte le ossessioni cinefile di Tarantino si fondono in un’opera gigantesca, febbrile e personalissima. Un film che rappresenta forse più di ogni altro il “Tarantino spettatore”.
Backrooms, la recensione
Stanze impossibili fatte di pareti anonime e illuminate da asettiche luci al neon, oggetti parziali incastrati e accatastati secondo una logica distorta, entità che sono la sintesi grottesca di altro. Con Backrooms il giovane filmmaker Kane Parsons trova un’intuizione brillante, realizzando forse la rappresentazione cinematografica più inquietante e concreta del concetto di Intelligenza Artificiale vista finora al cinema.
Ma per capire davvero Backrooms bisogna partire da internet. Da quel gigantesco inconscio collettivo digitale che ha trasformato un’immagine apparentemente innocua in una delle creepypasta più celebri del web. Il fenomeno nasce da una foto postata online nel 2019: un ufficio vuoto, giallastro, infinito, accompagnato dall’idea terrificante che, “uscendo dalla realtà nel modo sbagliato”, si possa finire in uno spazio liminale senza uscita. Da lì nasce il mito delle “Backrooms”, ambienti sospesi tra il familiare e l’alieno, luoghi di transizione svuotati di umanità. Il giovane Parsons – conosciuto online come Kane Pixels – trasforma quell’idea in una serie di video found footage caricati su YouTube a partire dal 2022 (qui trovate il suo canale), diventati virali grazie alla loro capacità di evocare paura con pochissimi elementi.
Passenger, la recensione
«Lo scorso anno 130 milioni di persone sono partite per un viaggio on the road… oltre 15 mila non sono mai tornate».
Basta questa didascalia iniziale per chiarire immediatamente le intenzioni di Passenger, nuovo horror diretto da André Øvredal, ovvero trasformare la fascinazione romantica del viaggio americano in qualcosa di profondamente sinistro. Il road movie, da sempre simbolo di libertà, scoperta e fuga, si ribalta qui in una trappola notturna fatta di strade isolate, regole non scritte e presenze che sembrano appartenere a un folklore dimenticato. Il film costruisce così una vera e propria mitologia dell’orrore attorno ai dispersi sulla strada, giocando con suggestioni da leggenda metropolitana, racconti tramandati tra viaggiatori e ammonimenti che sembrano usciti direttamente da un falò nel deserto.










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