Road House, la recensione

Era il 1989 quando nei cinema di buona parte del mondo usciva Il duro del Road House, un action muscolare diretto da Rowdy Herrington che poteva contare sul momento di massima celebrità del divo Patrick Swayze. Machismo, arti marziali, buoni sentimenti, una storia semplice semplice e il successo è stato assicurato: 15 milioni di budget e oltre 60 di incasso globale, con una nomea di cult che ancora oggi lo accompagna. Ci hanno riprovato nel 2006 con un misconosciuto sequel direct-to-video, Road House – Agente antidroga, con Johnathon Schaech nel ruolo principale, fino a che MgM e Amazon Studios hanno fiutato la possibilità di un rilancio in grande: Doug Liman di The Bourne Identity e Edge of Tomorrow alla regia e Jake Gyllenhaal nel ruolo che fu di Swayze per il remake intitolato Road House.

Dalton è un ex lottatore professionista di MMA con un passato sportivo finito in tragedia ed è proprio durante un incontro di arti marziali miste, con i quali l’uomo si guadagna da vivere, che incontra Frankie, proprietaria di un Road House alla ricerca di addetto alla sicurezza. Inizialmente riluttante alla proposta di Frankie, Dalton decide di visitare il Road House e trova subito un’atmosfera incredibilmente ostile fomentata dagli scagnozzi di Ben Brandt, uno dei signorotti locali che vorrebbe rilevare il locale per demolirlo e lasciare il posto a un’autostrada. Dalton accetta di fare da buttafuori al Road House, attirando su di sé l’attenzione di Brandt.

Guardando oggi Il duro del Road House ci si rende conto quanto il film di Herrington fosse legato a un’ottica di machismo semplicistica e quindi un po’ datata, difficilmente proponibile nel 2024. Fortemente ancorato al suo tempo, quindi, viene un po’ difficile pensare a una reinterpretazione letterale del classico con Swayze, ma con una certa sorpresa Doug Liman non ha fatto altro che rimanerne il più possibile fedele al soggetto e alle atmosfere originali, smussando ampiamente la componente romantica e rimpolpando la storia di eventi che amplificassero il background dei personaggi.

In Road House 2024 Dalton ha un passato, non è solo un “duro” che lavora come buttafuori nei locali malfamati, e la sua abilità nel combattimento è giustificata da una carriera naufragata nel mondo delle arti marziali miste. Noi incontriamo il protagonista interpretato da Jake Gyllenhaal in un momento decisamente negativo della sua vita, in procinto di tentare il suicidio, quindi la “chiamata” di lavoro diventa per lui perfino un’ancora di salvezza dal baratro sul quale si trovava. Anche il personaggio di Ellie, che qui ha il volto di Daniela Melchior (The Suicide Squad, Fast X), è decisamente più strutturato in confronto a quello interpretato nel 1989 da Kelly Lynch: è una donna più forte, indipendente, perfino un po’ “stronzetta” e soprattutto ha un legame con uno dei personaggi secondari negativi che la metterà inevitabilmente nei guai.

Liman e i suoi sceneggiatori Anthony Bagarozzi e Chuck Mondry, pur aggirandosi nella comfort zone di una storia semplice e lineare, tendono ad affollare il film di personaggi. Questo non sempre giova al risultato finale, visto che la famiglia di onesti librai in cui si imbatte Dalton davvero cerca il tempo che trova e lo sceriffo interpretato da Joaquim de Almeida non è gestito benissimo per le potenzialità che il suo personaggio poteva avere nella storia. Invece si punta, giustamente, molto sul villain sopra le righe interpretato dal vero lottatore di MMA Conor McGregor, una testa calda nella vita e sul ring che trova nel personaggio di Knox quasi un epigono credibile. E infatti ogni volta che entra in scena Knox l’attenzione si catalizza su di lui e lo spettatore si prepara allo spettacolo di distruzione che da lì a poco avverrà.

Road House può contare su numerose sequenze d’azione, scontri corpo a corpo per lo più, davvero spettacolari e intense; in alcuni casi si può facilmente notare l’intervento della CGI – il che non fa onore al film, ovviamente – ma la caratura è sempre incredibilmente alta con momenti di lotta talmente folli, esagerati e distruttivi da lasciare nello spettatore il proverbiale sorriso a 32 denti.

Road House, dunque, funziona. Funziona per la sua capacità di rielaborare rimanendo comunque fedele al prototipo e funziona nel suo voler essere un grosso e semplicissimo b-movie d’azione diverso da quelli che vediamo oggi: c’è un sapore vintage in tutta l’operazione, paradossalmente analogico, che dà al film con Gyllenhaal quel fascino irresistibile da guilty pleasure. Promosso!

Purtroppo, Road House non è uscito al cinema, ma direttamente su Prime Video accompagnato da una serie di polemiche del regista Doug Liman legate proprio alle scelte distributive di Amazon Studios.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • I personaggi principali hanno un background credibile.
  • Le scene d’azione, fragorose e distruttive come raramente si era visto al cinema.
  • Alcuni personaggi secondari non hanno una reale utilità nella storia.
  • L’utilizzo dalla CGI nelle scene di lotta.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Road House, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

One Response to Road House, la recensione

  1. fabio ha detto:

    Nettamente meglio dell’originale, che si era caruccio, ma questo è fatto oggettivamente meglio e anche più rozzo e violento, inoltre pur volendo bene al buon Patrick (mi dispiacque tantissimo quando seppi della sua morte) tocca dire che non è mai stato un gran attore, mentre Gyllenhaal è veramente bravo.

    PS Giusto che sia uscito su prime, W le piattaforme :-), ok so che molti mi odieranno per questo :- P

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