Mutiny, la recensione dell’action con Jason Statham

Come accadeva negli anni ’90 con Jean-Claude Van Damme e Steven Seagal, anche oggi esistono determinati film d’azione costruiti interamente attorno ai propri interpreti, tanto da costituire quasi un filone a sé. Se Liam Neeson è ormai sinonimo di action/thriller crepuscolare e Scott Adkins rappresenta la prosecuzione ideale della tradizione marziale inaugurata da Van Damme, Jason Statham è invece l’eroe tutto d’un pezzo che si ritrova, suo malgrado, a risolvere situazioni molto più grandi di lui. E soprattutto negli ultimissimi anni, diciamo dal rilancio avvenuto con il grande successo al box office di The Beekeeper, sembra che i film con Statham seguano un format pressoché blindato. Se, alla fine, queste pellicole finiscono inevitabilmente per assomigliarsi un po’ tutte, è anche vero che offrono al loro pubblico esattamente ciò che viene richiesto: trame semplici e immediate, un protagonista che non ha bisogno di troppe presentazioni e tanta, tanta azione vecchio stile.

Mutiny non fa eccezione. Stavolta il Nostro interpreta Cole Reed, ex poliziotto e veterano delle forze speciali britanniche che ora lavora nella sicurezza privata a Bangkok come guardia del corpo di un magnate del trasporto marittimo. Quando l’uomo viene assassinato in un agguato, Cole viene incastrato e accusato dell’omicidio e, con la polizia alle calcagna, si imbarca sotto falso nome proprio su un cargo della compagnia del suo ex datore di lavoro. Ben presto si rende però conto che quella nave è coinvolta in un traffico illegale di esseri umani e che i responsabili della morte del suo capo sono collegati a questa attività criminale.

Come da tradizione consolidata che risale almeno al mitico Io vi troverò, per fare un action americano si chiama un talentuoso regista francese e stavolta la scelta cade su Jean-François Richet, che aveva già diretto Blood Father con Mel Gibson e The Plane con Gerard Butler, ma soprattutto i due capitoli di Nemico pubblico N. 1 con Vincent Cassel e l’ingiustamente dimenticato rifacimento di Distretto 13 con Ethan Hawke. Una scelta tutt’altro che casuale, perché Richet ha un’ottima mano per l’azione e uno stile asciutto che guarda con evidente simpatia agli action degli anni Settanta e Ottanta. Avere lui dietro la macchina da presa, dunque, è un plus da non sottovalutare.

Infatti, Mutiny è complessivamente riuscito e, soprattutto, risulta sicuramente più convincente rispetto ad alcuni degli ultimissimi lavori con Statham protagonista. È un film asciutto e immediato, che immerge lo spettatore nel cuore della vicenda senza perdere troppo tempo in inutili divagazioni, stabilendo rapidamente un confine piuttosto netto tra buoni e cattivi. Ma soprattutto lascia che sia l’azione a parlare. E qui Richet non si risparmia, costruendo combattimenti brutali, sparatorie e corpo a corpo che sfruttano intelligentemente l’ambientazione claustrofobica della nave. Anzi, rispetto ad altri recenti film di Statham, Mutiny spinge parecchio sul pedale della violenza, arrivando in più di un’occasione a sfiorare il gore tra ferite sanguinolente, armi improvvisate e morti tutt’altro che edulcorate. Una scelta che restituisce all’insieme quella fisicità ruvida e poco elegante che apparteneva a una certa stagione dell’action americano e che oggi, forse proprio perché sempre più rara, fa piacere ritrovare.

A fare da contraltare a Statham c’è Annabelle Wallis nei panni di Angie Ellis, terzo ufficiale della nave e sostituta dell’ultimo minuto di un membro dell’equipaggio. Angie non è semplicemente la presenza femminile di turno: è una donna che conosce bene il mestiere, ha una figlia che aspetta di rivedere e, soprattutto, non è affatto intenzionata a farsi mettere i piedi in testa. Wallis, sempre bella e sempre brava, porta al personaggio una professionalità che permette al film di evitare almeno in parte la consueta dinamica della damigella in pericolo. Per certi versi è anche un’interprete sprecata per un film di questo tipo, ma la sua presenza contribuisce a rendere più equilibrata la squadra formata con Statham.

Dove invece Mutiny mostra qualche limite è nella costruzione dell’antagonista. Un tempo un film con Stallone o Schwarzenegger aveva quasi sempre un cattivo memorabile, una figura capace di rappresentare fisicamente e caratterialmente l’ostacolo che l’eroe avrebbe dovuto superare. Qui un villain esiste ed è il capitano Marko Madsen interpretato da Roland Møller, ma il film sembra preferire una minaccia più collettiva: è l’intero equipaggio dell’Artemis a trasformarsi progressivamente nel nemico di Cole e Angie. La resa dei conti con il capitano funziona sul piano fisico, ma non lascia la stessa impronta che avrebbe potuto avere uno scontro costruito attorno a un antagonista davvero carismatico.

È un peccato, perché proprio la semplicità di Mutiny avrebbe potuto essere valorizzata da un cattivo più forte. Il film non ha infatti particolari ambizioni narrative e non cerca di reinventare il genere: prende Statham, lo mette su una nave piena di criminali e gli permette di fare quello che sa fare meglio. Ed è esattamente questo il motivo per cui funziona. Non bisogna chiedergli più di quanto sia disposto a dare.

Alla fine, Mutiny è un action vecchia maniera, muscolare e sanguigno, che non perde tempo a giustificare la propria esistenza con inutili sofisticazioni. Richet mantiene il ritmo, Statham fa Statham con la consueta sicurezza e l’ambientazione della nave cargo offre un terreno di gioco sufficientemente originale per evitare che tutto sembri una semplice replica dei precedenti film dell’attore. Non è ai livelli di The Beekeeper (che rimane il suo titolo più riuscito degli ultimi anni), né aggiunge qualcosa di realmente nuovo alla formula, ma rappresenta comunque un dignitoso ritorno all’action più fisico e diretto.

Consigliato, dunque, ai fan di Jason Statham e ai nostalgici dell’azione nuda e cruda di trenta o quarant’anni fa. A volte, in fondo, non serve altro che un bravo regista, un protagonista che sa come menare le mani e una nave piena di cattivi da prendere a calci.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’ottima regia action di Jean-François Richet.
  • Jason Statham perfettamente a suo agio nel ruolo.
  • Combattimenti brutali e violenza più spinta del consueto.
  • Un antagonista poco incisivo.
  • La sceneggiatura non aggiunge nulla alla formula.
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