The Mortuary Assistant – Anatomia di un incubo, la recensione

La paura dei morti è qualcosa di molto più profondo della semplice paura degli zombie o dei fantasmi. Un cadavere non è soltanto un elemento macabro, è il corpo di qualcuno che fino a poco prima era vivo e che ora ci mette brutalmente davanti alla nostra stessa finitezza. Guardare un corpo senza vita significa confrontarsi, anche inconsciamente, con ciò che non possiamo conoscere: la morte, ciò che viene dopo, la progressiva dissoluzione del corpo umano e, più in generale, la consapevolezza che quella stessa condizione riguarderà inevitabilmente anche noi. È una paura che l’horror ha trasformato in materia narrativa praticamente da sempre, collegandola poi a fantasmi, demoni e mostri di ogni genere.

Non è un caso che la psicologia abbia individuato nella consapevolezza della morte una delle forme più profonde di ansia esistenziale. La cosiddetta Terror Management Theory, sviluppata a partire dalle teorie di Ernest Becker, parla di mortality salience, ovvero quella condizione nella quale la morte diventa improvvisamente presente alla nostra coscienza, costringendoci a confrontarci con la nostra vulnerabilità. E il cadavere rappresenta probabilmente la forma più concreta di questa consapevolezza. Julia Kristeva, parlando invece di abiezione, ha individuato proprio nel corpo morto una delle manifestazioni estreme di ciò che ci ripugna perché mette in crisi il confine tra ciò che siamo e ciò che inevitabilmente diventeremo.

Da qualche anno, il cinema horror sembra avere riscoperto proprio questa forma elementare di paura, costruendo interi film intorno all’idea di trascorrere del tempo in compagnia di un cadavere. L’esempio più riuscito rimane probabilmente The Autopsy of Jane Doe, il piccolo gioiello diretto nel 2016 da André Øvredal, nel quale l’esame autoptico di un corpo apparentemente normale diventava progressivamente un viaggio nell’orrore. A seguire sono arrivati, con risultati alterni, L’esorcismo di Hannah Grace, ambientato nell’obitorio di un ospedale, The Vigil, che trasformava una veglia funebre in un incubo soprannaturale, e The Offering, che portava possessioni e demoni all’interno di un’impresa funebre ebraica. Sono tutti film che condividono una caratteristica: ambienti estremamente circoscritti, pochi personaggi e la presenza costante della morte come elemento perturbante.

A questa piccola galleria si aggiunge ora The Mortuary Assistant – Anatomia di un incubo, con una differenza sostanziale: all’origine c’è un videogioco.

La giovane Rebecca Owens (Willa Holland) viene assunta come assistente da Raymond Delver (Paul Sparks), proprietario di un’impresa privata che si occupa della preparazione dei cadaveri. Rebecca arriva a questo nuovo lavoro dopo un passato difficile: ha avuto problemi di dipendenza da droghe, frequenta ancora un gruppo di supporto e porta con sé anche il trauma della perdita dei genitori, morti quando era ancora ragazzina. La prima notte di lavoro dovrebbe essere soltanto un’altra tappa verso una vita finalmente normale, ma qualcosa non torna. Nell’obitorio iniziano a verificarsi strani fenomeni e Rebecca scopre presto che tra quei cadaveri si nasconde qualcosa di molto più pericoloso di un semplice corpo senza vita. Un demone si aggira infatti tra le mura della struttura e, per evitare di diventarne la vittima, Rebecca dovrà eseguire una serie di rituali capaci di intrappolarlo all’interno dei cadaveri. Quella che doveva essere una normale notte di lavoro diventa così una lunga discesa nell’incubo.

Il problema fondamentale di The Mortuary Assistant è però che, nonostante abbia a disposizione tutti gli ingredienti necessari, non riesce praticamente mai a fare paura.

Ed è un vero peccato, perché l’ambiente sarebbe perfetto. Un obitorio notturno, una giovane donna sola, una fila di cadaveri da preparare e un’entità demoniaca che potrebbe manifestarsi da un momento all’altro rappresentano praticamente un manuale di istruzioni per costruire tensione. Jeremiah Kipp, regista con alle spalle una lunga esperienza soprattutto nel cortometraggio, sembra invece incapace di trasformare questa situazione in autentica inquietudine. Il film preferisce insistere sul macabro, mostrando con dovizia di particolari le procedure di imbalsamazione e i dettagli anatomici dei cadaveri, ma il disgusto non diventa mai paura e il corpo morto finisce per trasformarsi in semplice elemento scenografico.

L’unica presenza che riesce occasionalmente a produrre un minimo di effetto creepy è proprio la creatura demoniaca, che compare in maniera improvvisa e talvolta inquietante, ma anche in questo caso il film sembra non sapere bene come sfruttarla. Gli spaventi arrivano, si susseguono e vengono rapidamente consumati, senza che dietro di essi ci sia quella progressiva costruzione della tensione che aveva reso The Autopsy of Jane Doe così efficace.

E qui entra in gioco il videogame.

The Mortuary Assistant, pubblicato nel 2022 e creato da Brian Clarke, è costruito proprio sull’esperienza di Rebecca all’interno dell’obitorio: preparare i cadaveri, svolgere le procedure, riconoscere i segnali della presenza demoniaca e cercare di capire quale entità sia necessario affrontare. Ma soprattutto il gioco possiede una caratteristica che il film non può realmente replicare: gli eventi non si verificano sempre nello stesso modo. Le manifestazioni soprannaturali cambiano da una partita all’altra e anche gli esiti possono essere differenti. Il giocatore non assiste semplicemente a una storia, ma deve viverla, interpretare i segnali, muoversi negli stessi spazi e soprattutto non sapere mai con certezza cosa accadrà alla partita successiva.

Il film, paradossalmente, è invece molto fedele al videogioco. Brian Clarke è infatti anche co-sceneggiatore della trasposizione insieme a Tracee Beebe, e questa vicinanza al materiale originale si avverte nella trama, nella successione degli eventi e persino nella ripetitività di alcune azioni. Solo che ciò che nel videogame è esperienza diventa sullo schermo routine. Guardare Rebecca muoversi avanti e indietro nell’obitorio, ripetere procedure e affrontare manifestazioni sempre più frequenti non produce la stessa ansia che nasce quando quelle azioni le compiamo direttamente noi.

È proprio questa la grande contraddizione di The Mortuary Assistant: il film tradisce inevitabilmente una delle caratteristiche più interessanti del gioco nel momento stesso in cui cerca di essergli fedele. Il videogame può permettersi l’incertezza, la ripetizione, la possibilità di fallire e di ricominciare; il cinema deve invece trasformare tutto questo in una narrazione lineare. E così l’esperienza interattiva viene sostituita da un racconto che procede senza particolari sorprese, mentre le molte domande lasciate in sospeso sull’origine delle presenze e sulla natura del male non trovano risposte realmente soddisfacenti.

Anche i personaggi non aiutano molto. Willa Holland, già vista in Arrow, è brava e soprattutto porta sulle spalle quasi l’intero film, riuscendo a trasmettere almeno una parte del disagio di Rebecca. Paul Sparks, invece, è una presenza più ambigua e interessante, anche perché il suo Raymond Delver conserva quella freddezza che rende difficile capire fino a che punto sia davvero dalla parte della ragazza. Ma Rebecca, per quanto interpretata con convinzione, accetta troppo rapidamente l’irruzione del soprannaturale nella propria quotidianità: la sua reazione a eventi che dovrebbero risultare semplicemente inconcepibili finisce per indebolire ulteriormente la credibilità della storia.

Alla fine, The Mortuary Assistant rimane un horror di fascia medio-bassa, tecnicamente dignitoso e con qualche buona idea, ma incapace di sfruttare davvero la sua ambientazione e soprattutto di trasformare il rapporto con la morte nel terrore che avrebbe dovuto generare. Il cadavere, che avrebbe potuto essere il centro perturbante dell’intero racconto, finisce per essere soltanto il contenitore di un’altra storia di demoni e possessioni.

The Mortuary Assistant – Anatomia di un incubo arriva nei cinema italiani il 3 settembre distribuito da Madison Pictures.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’ambientazione dell’obitorio e le procedure di imbalsamazione offrono un’interessante componente macabra e realistica.
  • Willa Holland regge praticamente da sola buona parte del film.
  • La fedeltà al videogioco di Brian Clarke è evidente e farà probabilmente piacere a chi conosce il materiale originale.
  • La tensione è quasi completamente assente e gli spaventi raramente risultano efficaci.
  • La ripetitività delle azioni, funzionale al videogioco, sul grande schermo diventa spesso noiosa.
  • L’ennesima storia di demoni e possessioni non riesce a dare una vera identità al film.
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