Verity, la recensione
Per qualche strano cortocircuito della storia del cinema, Hollywood sembra essersi nuovamente accorta dell’esistenza del thriller soft-erotico, genere che tra gli anni ’80 e soprattutto i primi ’90 aveva conosciuto una stagione di grande popolarità prima di sparire progressivamente dai radar. Il cinema mainstream contemporaneo ha ridotto la presenza del sesso sul grande schermo, anche in conseguenza di un mutamento nella sensibilità del pubblico, ma il successo di Una di famiglia sembra suggerire che una certa contaminazione tra thriller, eros e melodramma possa timidamente tornare d’attualità. Molto, naturalmente, dipende anche dalla disponibilità delle attrici a mettersi letteralmente a nudo: una pratica sempre più rara, anche se alcune interpreti hanno fatto della propria fisicità una componente consapevole della propria carriera. Tra queste c’è sicuramente Sydney Sweeney, protagonista di Una di famiglia, mentre Dakota Johnson, che non ha mai avuto particolari problemi con il cinema erotico, è la protagonista di Verity, trasposizione dell’omonimo bestseller del 2018 di Colleen Hoover, che sembra volersi inserire in questo rinnovato trend.
Lowen Ashleigh è una scrittrice in difficoltà che viene chiamata nella sontuosa casa dei Crawford per completare la serie di romanzi della celebre Verity, rimasta incapacitata dopo un misterioso incidente. A commissionarle il lavoro è Jeremy, marito di Verity, che vive con lei e con il figlio Crew in una grande villa isolata. Mentre cerca materiale nell’archivio della scrittrice, Lowen trova però un manoscritto autobiografico segreto nel quale Verity racconta episodi inquietanti della propria vita familiare, compresi eventi che potrebbero avere conseguenze terribili per Jeremy e per lei stessa. Da quel momento il confine tra realtà, manipolazione e finzione diventa sempre più labile.
Guardando Verity, la prima cosa che viene in mente è proprio Una di famiglia, ma con una differenza macroscopica. Il film con Sydney Sweeney è volutamente sopra le righe e abbraccia con estrema convinzione la via del cinema di genere, arrivando persino a sfociare nell’horror; Verity, invece, sembra voler essere un thriller più raffinato, adulto e sofisticato, quasi imbarazzato dalla propria natura pulp. Ed è proprio qui che comincia il disastro, perché il film di Michael Showalter fallisce miseramente nell’operazione e finisce per diventare uno dei film più involontariamente ridicoli dell’anno.
Il problema, in fondo, nasce già dal romanzo di Colleen Hoover, che costruisce la propria storia su una sospensione dell’incredulità piuttosto impegnativa. Sulla pagina scritta, però, c’è più spazio per elaborare una situazione assurda, aggiungere una spiegazione, lasciare che il lettore metabolizzi una forzatura e soprattutto giocare sull’ambiguità. Al cinema tutto questo margine si restringe drasticamente e diventa un prendere o lasciare. La sceneggiatura di Nick Antosca incasella così tante castronerie logiche che, a un certo punto, l’unico modo per andare avanti è concedersi una risata liberatoria.
Senza entrare nei dettagli, basti sapere che Verity propone alcuni colpi di scena talmente improbabili e privi di una vera giustificazione da rendere praticamente impossibile credere a ciò che si sta guardando. Personaggi che avrebbero potuto essere fondamentali spariscono senza lasciare traccia, eventi potenzialmente decisivi vengono semplicemente ignorati e le ellissi temporali fanno saltare passaggi narrativi che avrebbero avuto bisogno di essere raccontati. Persino alcuni dialoghi fanno scoppiare a ridere proprio perché vengono pronunciati con una serietà che il contenuto non merita.
E poi ci sono gli interpreti. Dakota Johnson, che dovrebbe essere il centro emotivo del film, è tanto bella e disposta a spogliarsi quanto inespressiva, incapace di dare a Lowen una personalità che vada oltre il volto perennemente imbambolato. Josh Hartnett non offre una prova particolarmente memorabile e la sua progressiva trasformazione fisica in una sorta di Charles Bronson non aiuta certo a prendere sul serio il personaggio. A salvarsi è Anne Hathaway, costretta per buona parte del film a rimanere praticamente catatonica e quindi, paradossalmente, nella condizione ideale per offrire la prova più efficace del trio.
A tutto questo si aggiunge un ritmo esageratamente dilatato, più adatto a un film televisivo che a un thriller destinato alla sala. Per oltre metà della durata la situazione rimane sostanzialmente la stessa, con i medesimi personaggi confinati nella stessa casa e con pochissimi sviluppi realmente significativi. È il classico meccanismo del prodotto televisivo che consente allo spettatore di distrarsi, andare a fare pipì, lavare i piatti o controllare il telefono e tornare sul divano senza avere la sensazione di essersi perso qualcosa di fondamentale. Il risultato è un film statico, ripetitivo e, soprattutto, noioso.
Qualcosa da salvare, comunque, c’è. La fotografia di Jim Frohna e soprattutto la scenografia della grande casa dei Crawford costruiscono un ambiente moderno, elegante e al tempo stesso inquietante, valorizzato da un’illuminazione particolarmente accattivante. È probabilmente l’aspetto in cui Verity riesce davvero a suggerire quel thriller sensuale e torbido che avrebbe voluto essere.
Per il resto, rimane un’operazione che prende un materiale già traballante, prova a rivestirlo di una patina di prestigio e finisce per mettere ancora più in evidenza tutte le sue falle. Una di famiglia aveva almeno il coraggio di divertirsi con la propria natura da thriller esagerato. Verity vorrebbe essere qualcosa di più alto, ma proprio prendendosi terribilmente sul serio finisce per diventare involontariamente esilarante. E quando un thriller dovrebbe tenerti con il fiato sospeso ma riesce soprattutto a farti ridere, significa che qualcosa, alla base, non ha funzionato.
Roberto Giacomelli
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