Venezia 83. Woman Unknown, la recensione

Marie è bambinaia in casa di Christian, piccolo imprenditore locale che ha fatto fortuna nel settore dei guanti, vedovo da alcuni anni. Dopo una breve relazione, l’uomo le chiede di sposarlo e lei vede nella proposta una possibilità di riscatto.

Siamo nella Danimarca del secondo dopoguerra, dove la resistenza si abbatte spietata su chi, negli anni dell’occupazione tedesca, ha familiarizzato troppo con gli invasori. Marie ha un passato “macchiato” che non deve tornare a galla.

Vincitore del Leone d’Oro all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Woman Unknown della regista May el-Toukhy è una storia senza eroi, dove sul banco degli imputati troviamo il solito noto: il corpo femminile. Controllato, misurato, usato e martoriato.

Marie è amante e futura moglie di Christian che la tratta come un soprammobile da spolverare ogni tanto, qualcosa di dovuto. Un matrimonio offerto come sistemazione a una donna sola che accudisce sua figlia da anni: pratico, anaffettivo, come tutto quello che avviene in scena.

La regia ci accompagna lentamente attraverso spazi puliti, definiti, esasperatamente geometrici e ripetitivi, che rispecchiano il distacco emotivo dei personaggi che li abitano ed enfatizzano per contrasto l’anomalia della figura di Marie, che fatica a integrarsi ma che vuole riuscirci ad ogni costo. Un continuo gioco di stanze che si svuotano e si riempiono, dove la protagonista cerca di imporsi: tanto alle domestiche che parlano alle sue spalle, quanto agli invitati alla cena cui partecipa con Christian come futura consorte.

Quello di Marie è un esercizio di sopravvivenza all’interno di una società in cui il minimo indugio, il minimo passo falso, significano la messa alla gogna di un corpo destinato ad essere dilaniato pubblicamente. La tortura a cui sono sottoposte le donne accusate di tradimento, un capitolo che non rende un bel servizio all’immaginario della resistenza danese, torna più volte nel film ed è mostrata graficamente per intero in due occasioni, all’inizio e alla fine, come un incubo senza fine che si specchia negli occhi della protagonista.

Nel passato di Marie c’è una “relazione” con un soldato tedesco, che nel film si intuisce non essere stata consenziente, le cui conseguenze la costringono da anni ad assumere oppiacei per evitare di provare dolore durante i rapporti sessuali: ancora il tema del “non sentire”. È una bomba nascosta sotto il pavimento, che rischia di esplodere quando la donna incontra l’ennesimo “spettro” della sua vita precedente.

Woman Unknown è figlio della stessa rigorosa cultura scandinava che mette in scena e proprio in quel rigore trova forse il primo scoglio: Marie è un personaggio volutamente ambiguo, la vittima disposta a tutto pur di sopravvivere con dignità, con cui si empatizza, ma solo a tratti.

Gli ambienti cupi, la lentezza quasi esasperante di alcune scene, rallentano e anestetizzano il coinvolgimento dello spettatore, che cade nel medesimo distacco dei personaggi.

La ripetitività delle immagini (e di conseguenza dei concetti espressi), mista alla lentezza e al distacco emotivo di cui tutta la storia è permeata, rischiano di risultare respingenti e di non far apprezzare fino in fondo l’opera.

In conclusione, Woman Unknown trova come suo pregio principale l’interpretazione della protagonista, Mathilde Arcel, giustamente premiata con la Coppa Volpi. L’attrice riesce a rendere con efficacia il senso di vuoto, di prosciugamento emotivo, che insieme al bisogno quasi animale di sopravvivere, muove la sua Marie tra le pareti strette di una solitudine disperata.

Resta l’idea che il Leone d’Oro sia andato più al tema che il film affronta che non al modo in cui lo fa.

Susanna Norbiato

PRO CONTRO
  • L’interpretazione della protagonista.
  • Ritmo eccessivamente dilatato, oltre la funzionalità.
  • Distacco emotivo dei personaggi che finisce per contagiare lo spettatore.
  • Senso di “già visto”: non aggiunge niente sul tema a quanto già stato detto in altre opere.
  • Scene e contenuti ripetitivi allo sfinimento.
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