Her Private Hell, la recensione dello stiloso film di Nicolas Winding Refn
Nicolas Winding Refn è uno di quegli autori che, nel bene e nel male, hanno costruito la propria carriera sulla riconoscibilità. All’inizio, però, quella riconoscibilità era soprattutto sinonimo di voce fuori dal coro: la trilogia di Pusher, Bronson e Valhalla Rising raccontavano un cinema sporco, violento e radicale, ma ogni volta diverso nel modo di affrontare il genere e i suoi personaggi. Poi arrivò Drive, la consacrazione internazionale e, subito dopo, il film che forse più di ogni altro ha rappresentato la sintesi perfetta del cinema di Refn, Solo Dio perdona: un’opera spesso sottovalutata dalla critica, ma capace di portare all’estremo la sua idea di cinema fatto di silenzi, violenza, simbolismo e geometrie visive. Da quel momento, però, quella che era stata una cifra stilistica ha cominciato progressivamente a trasformarsi in maniera. The Neon Demon sembrava già un esercizio di stile particolarmente compiaciuto e, dopo dieci anni di assenza dal grande schermo – intervallati da due serie televisive non particolarmente fortunate come Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy – Refn torna al cinema con Her Private Hell. E ciò che in The Neon Demon sembrava un eccesso viene qui ulteriormente amplificato, fino a fare del film non soltanto un’opera arthouse, ma quasi la definizione stessa di esercizio di stile.
In una metropoli futuristica avvolta da una misteriosa nebbia letale, la giovane Elle è un’attrice che vive all’ombra del padre Johnny Thunders, regista di culto impegnato nella realizzazione di un film di fantascienza. Il rapporto tra i due è problematico: Johnny è un padre assente, egocentrico e incapace di dare alla figlia quell’affetto di cui avrebbe bisogno, mentre Elle deve anche fare i conti con Dominique, la nuova moglie del padre, che un tempo era stata sua amica e con la quale esiste una relazione ambigua e disturbante. Sul set arriva anche Hunter, giovane attrice e aspirante star che guarda a Elle con una miscela di ammirazione e ossessione. Parallelamente, in una Tokyo sospesa in un tempo indefinito, un soldato americano conosciuto come Private K attraversa strade dominate da yakuza e violenza alla ricerca della figlia scomparsa, convinto che dietro il rapimento ci sia una misteriosa creatura chiamata Leatherman. Quest’ultimo è una sorta di uomo nero che appartiene ai racconti di Johnny, ma che sembra progressivamente materializzarsi nella realtà: un essere mostruoso con guanti ricoperti di diamanti capace di squarciare il torace delle proprie vittime. Le vicende di Elle e Private K procedono apparentemente su binari separati fino a quando i diversi livelli della narrazione cominciano a fondersi, facendo saltare definitivamente la distinzione tra realtà, immaginazione, memoria e metafora.
Ed è proprio qui che Her Private Hell mostra il suo limite più grande. Non tanto nel ritmo dilatato, che ormai è quasi un marchio di fabbrica di Refn, quanto nella mancanza di un filo narrativo sufficientemente concreto da permettere allo spettatore di aggrapparsi alla storia. Il film sviluppa almeno tre piani narrativi – la vicenda di Elle e della sua famiglia, il film di fantascienza che sta girando e la dimensione atemporale di Private K – e progressivamente li intreccia fino a renderne labili i confini. Non è necessariamente un problema che realtà e immaginazione finiscano per coincidere, soprattutto in un’opera così dichiaratamente onirica; il problema è che anche le metafore diventano parte di questo gioco e finiscono per sovrapporsi le une alle altre. Private K è l’alter ego di Elle, ma anche il padre ideale che lei non ha mai avuto e che avrebbe desiderato avere. Il film che Johnny sta girando, con il suo immaginario da fantascienza vintage, rimanda a un mondo esterno che sembra a sua volta uscito da un film sci-fi: la nebbia letale che sale tra i grattacieli introduce una dimensione quasi dickiana, mentre Leatherman diventa la materializzazione di una paura e di un trauma familiare.
Il risultato è un film pieno di idee, suggestioni e possibili chiavi di lettura, ma anche terribilmente disordinato. Her Private Hell chiede allo spettatore un investimento immaginifico e intellettuale notevole senza offrirgli sempre gli strumenti per ricomporre ciò che sta guardando. È come se Refn avesse accumulato nella propria testa una quantità enorme di immagini, simboli, ossessioni e riferimenti e avesse poi deciso di riversarli sullo schermo senza preoccuparsi troppo di metterli in ordine. Ne deriva un flusso di coscienza che avvicina il film alla videoarte più che alla narrazione cinematografica tradizionale: un’opera profondamente autoriale, realizzata però da un autore che sembra aver perso la direzione dentro il proprio stesso immaginario. E, trattandosi comunque di un horror, di un thriller e persino di un film fantastico, l’assenza di un solido aggancio narrativo diventa particolarmente penalizzante. Si fa fatica a seguire gli eventi, ma soprattutto a entrare nella storia, ad appassionarsi ai personaggi e a stabilire un rapporto emotivo con ciò che accade.
Paradossalmente, le sequenze più riuscite sono quelle che sembrano appartenere a un film diverso: le incursioni di Private K nel mondo della yakuza, con Charles Melton che attraversa una Tokyo sospesa tra noir, yakuza movie e cinema d’azione orientale. Sono momenti nei quali Refn ritrova la fisicità e la brutalità di Solo Dio perdona, costruendo combattimenti coreografati con una notevole attenzione alla composizione dell’immagine. Anche qui, però, la cinefilia è più forte della narrazione. Her Private Hell sembra continuamente citare un cinema che ama, dalla fantascienza italiana degli anni Sessanta – con Terrore nello spazio di Mario Bava come riferimento evidente – alla fantascienza sovietica da guerra fredda, dal giallo italiano degli anni Settanta fino allo yakuza movie.
E se il film ha un elemento realmente difficile da contestare, quello è l’estetica. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck è una festa di neon viola, rosa, rossi e blu elettrici, con scenografie eleganti e artificiali che trasformano ogni ambiente in un quadro. È come se The Neon Demon e Solo Dio perdona venissero fusi in un unico universo visivo, ancora più astratto e manierista. A questo si aggiunge la splendida musica di Pino Donaggio, sognante e inquieta, con un tappeto sonoro continuo che evoca inevitabilmente certe atmosfere di Brian De Palma e del thriller paranoico. È una componente fondamentale, perché spesso è proprio la musica, insieme alla fotografia, a mantenere il film in uno stato di trance quando la narrazione smette di offrire punti di riferimento.
Anche il cast è interessante. Sophie Thatcher interpreta Elle con una freddezza quasi impenetrabile, perfetta per un personaggio schivo, enigmatico e volutamente indecifrabile. Charles Melton, invece, trova in Private K un ruolo molto fisico, tutto sguardi, movimenti e presenza scenica, ed è probabilmente l’interprete che beneficia maggiormente della libertà formale concessa da Refn. Dougray Scott è un Johnny Thunders sopra le righe, un personaggio quasi tarantiniano per narcisismo, ironia e gusto della provocazione, mentre Havana Rose Liu è affascinante e inquietante nei panni di Dominique, figura femminile che alimenta ulteriormente il cortocircuito familiare.
Al centro di questo cortocircuito c’è anche una lettura psicoanalitica che porta Her Private Hell in territorio molto vicino a Solo Dio perdona. Se nel film del 2013 Refn costruiva una storia dominata dal rapporto edipico tra un figlio e una madre possessiva, qui il conflitto viene rovesciato sul rapporto tra una figlia e il padre. Si può quindi parlare, con tutte le cautele del caso, di un immaginario riconducibile al cosiddetto complesso di Elettra, termine con cui la tradizione junghiana ha indicato una dinamica di attaccamento e rivalità della figlia nei confronti del padre e delle altre figure femminili che ne minacciano l’esclusività. Dominique, in questo senso, non è semplicemente la matrigna cattiva, è la donna che ha sottratto a Elle il padre e, allo stesso tempo, una figura verso la quale la protagonista prova un’attrazione e una repulsione difficili da separare. Private K rappresenta invece la fantasia opposta: il padre disposto ad attraversare l’inferno per salvare la propria figlia. Lo stesso Refn ha spiegato che K è proprio l’immagine del padre che ogni figlio desidererebbe avere.
Her Private Hell è dunque un film affascinante, personalissimo e visivamente sontuoso, nel quale ogni inquadratura dimostra che Refn possiede ancora un’identità estetica impossibile da confondere con quella di qualsiasi altro autore. Il problema è che ormai quella personalità rischia di essere diventata una prigione. Dove Drive e Solo Dio perdona utilizzavano lo stile per raccontare qualcosa, Her Private Hell sembra troppo spesso utilizzare il racconto come pretesto per mettere in scena lo stile. E così l’esperienza diventa respingente: non perché il film sia lento o difficile in quanto tale, ma perché chiede continuamente allo spettatore di entrare in un mondo nel quale Refn ha deciso di non mettere porte. Il risultato può certamente essere affascinante per chi accetta di abbandonarsi completamente alle sue immagini, ma per chi cerca anche un minimo di coinvolgimento narrativo diventa una visione pesante, faticosa e spesso pasticciata. Dieci anni dopo The Neon Demon, insomma, Refn torna al cinema confermando non tanto la propria evoluzione quanto un vuoto ormai diventato ripetitivo nella sua poetica: la maniera ha definitivamente preso il posto della ricerca.
Roberto Giacomelli
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