Half Man: il dramma della mascolinità tossica spiegato bene

Nel 2024, il semi-sconosciuto Richard Gadd ha regalato al pubblico la sua personale fiaba hollywoodiana: l’artista scozzese è riuscito a trasformare la drammatica esperienza di abusi e stalking nel monologo teatrale Baby Reindeer, divenuto poi l’omonima e pluripremiata serie Netflix. Dopo premesse così brillanti, restava l’incognita del secondo lavoro: capire se Gadd fosse soltanto una meteora o se il suo talento andasse oltre il colpo di genio. Con i sei capitoli di Half Man, distribuiti settimanalmente su HBO Max ad aprile 2026, arriva la conferma definitiva: la sua è una vena narrativa autentica, capace di rielaborare in modo originale i topoi più in voga.

Questa volta al centro dell’opera c’è il dibattuto tema della mascolinità tossica, affrontato con la medesima dignità artistica che aveva decretato il successo del suo esordio.

Il primo episodio si apre con l’incontro tra due vecchi conoscenti, Niall (Jamie Bell) e Ruben (Richard Gadd), in occasione di una festa familiare; la tensione carica di rancore spinge il pubblico a chiedersi cosa sia accaduto tra loro. Parte così un flashback – presente in tutte le puntate – che ripercorre la tragica storia del loro rapporto.

Nella Glasgow di fine anni ’80, il giovanissimo Niall (Mitchell Robertson) è un timido adolescente orfano di padre che vive con la madre Lori (Neve McIntosh). Un giorno, il ragazzo scopre che la nuova compagna della madre, Maura (Marianne McIvor), si trasferirà da loro insieme al figlio Ruben (Stuart Campbell). Quest’ultimo è un coetaneo con gravi problemi di aggressività, costretto a dividere la stanza proprio con Niall, già bersaglio dei bulli a scuola.

In una sorta di buddy comedy funesta, i due giovani – contro ogni pronostico – sviluppano un profondo legame fraterno e una forte complicità, sebbene Niall nasconda al fratello acquisito la propria omosessualità. Tale segreto, con amara ironia (visto che le rispettive madri formano una coppia omosessuale), è solo uno dei tanti che innescherà una reazione a catena di eventi tragici.

Al centro di questo dramma non c’è soltanto l’accettazione di sé, ma più in generale il peso delle aspettative sociali e in quanti modi esse possano essere deluse da due veri e propri inetti che decidono di nascondere le proprie debolezze anziché affrontarle. In un gioco fortemente dicotomico di archetipi e valori dai confini sfumati, vediamo Niall passare da vittima pura e innocente a subdolo omuncolo rancoroso, mentre il furente Ruben, con le sue esplosioni di rabbia, mostra sprazzi di misericordia e il desiderio di far stare bene chi gli sta accanto.

Mentre si approfondiscono luci e ombre dei protagonisti – e anche quelle dei comprimari, come le rispettive madri – la regia, affidata nella prima parte ad Alexandra Brodski (Rivals, Joy) e nella seconda a Eshref Reybrouck (Undercover, Ferry: la serie), gioca con registri televisivi differenti. Il primo episodio richiama i teen drama di successo, a cominciare dall’osannata Euphoria, sempre di HBO Max. La seconda puntata si rifà alle commedie universitarie, almeno nella prima parte, mentre la terza vira verso il thriller psicologico, mettendo in scena il tormento interiore di Niall nel tentativo di “fare la cosa giusta”.

Il secondo blocco narrativo scivola invece nel thriller domestico – quel filone che porta a galla i demoni nascosti tra le mura di casa – collocandosi a metà strada tra la soap opera e L’amore bugiardo di David Fincher. Il sottile gioco di richiami intertestuali della sceneggiatura di Gadd non si ferma qui: a parte i dialoghi catartici – bellissimo quello del quarto episodio in cui i due protagonisti si buttano reciprocamente in faccia le proprie frustrazioni – a farla da padrone è la tensione erotica tra i due fratelli adottivi. Con un’estetica più femminile, magari affidata a registe come Emerald Fennell, e con qualche accorgimento, questa serie avrebbe potuto diventare un romance. Dello stesso successo dell’onnipresente Heated Rivalry, capace probabilmente di accattivarsi anche un pubblico più maschile. Gli elementi ci sono tutti: due fratelli adottivi, una probabile attrazione inconscia, un perenne rancore represso e un climax di avvenimenti tragici, il tutto nutrito di quell’ambiguità tipica che fa domandare allo spettatore se stia travisando le cose.

Ammiccamenti a parte, l’eccellenza della serie sta proprio nel sapersi destreggiare tra tutti questi elementi interessanti con un’eleganza unica, regalando momenti carichi di pathos quasi da happy ending, con rivelazioni di estremo realismo. Osando di più, Half Man avrebbe potuto essere un Bridgerton tragico e l’abbonamento a HBO MAX sarebbe stato assicurato per un bel po’.

Passiamo ora alla bravura degli attori, valorizzata al meglio dagli effetti visivi: come già in Baby Reindeer, si sceglie una fotografia opaca giocata sui contrasti tra luce e ombra, da scolpire sui corpi degli interpreti. Se nella serie d’esordio l’oscurità sembrava addensarsi sul volto scavato di Donny e una luce artificiale illuminava con inquietante pallore la figura di Martha, qui ritroviamo il medesimo espediente. Il fisico asciutto e pallido di Jamie Bell è costantemente immerso in tonalità fredde e spente (grigi, marroni), a sottolineare la sua condizione di “ratto” notturno che trova il coraggio di essere sé stesso solo al riparo dalle tenebre. Al contrario, il Ruben di Gadd, fisico bestiale e temperamento pericoloso, emerge dall’ombra soltanto attraverso il candore del volto e la brillantezza dello sguardo, come un angelo della morte che preannuncia sventure. Perfino i costumi comunicano un significato preciso: la giacca e cravatta di Niall fungono da armatura contro il giudizio altrui; gli abiti informali di Ruben riflettono invece l’indole istintiva e priva di filtri. A smascherare la latente cattiveria dei personaggi ci pensano gli orribili tagli di capelli a scodella.

Gadd ha di nuovo fatto colpo, dunque, aspettando che la serie abbia il meritato riconoscimento che le spetta, restiamo in attesa che l’artista scozzese ci sorprenda con un nuovo lavoro.

Ilaria Condemi de Felice

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