Soulm8te, la recensione del thriller fanta-erotico spin-off di M3GAN
La solitudine è un mercato straordinario. Soprattutto quando a occuparsene è un’industria tecnologica che promette di risolvere ogni problema attraverso un prodotto, possibilmente accompagnato da un abbonamento. Non sorprende, dunque, che dopo aver immaginato una bambola capace di sostituirsi all’affetto genitoriale, l’universo cinematografico di M3GAN abbia deciso di esplorare un’altra frontiera dell’intelligenza artificiale: quella sentimentale e sessuale. Nasce così Soulm8te, spin-off scritto e diretto dall’irlandese Kate Dolan (You Are Not My Mother), pensato per ampliare un franchise che, tuttavia, ha cominciato a mostrare qualche crepa prima ancora di riuscire a espandersi. Il clamoroso insuccesso commerciale di M3GAN 2.0 ha infatti spinto Universal a rinunciare alla prevista distribuzione cinematografica, destinando il film direttamente al mercato digitale. Una sorte forse ingenerosa per un prodotto che, pur senza inventare nulla, possiede una personalità più definita di quanto la sua travagliata vicenda distributiva potrebbe suggerire.
David (David Rysdahl) è un ingegnere informatico devastato dalla morte della moglie Lydia. Incapace di elaborare il lutto, trova inizialmente conforto in un chatbot, prima che la società per cui lavora gli offra l’opportunità di sperimentare una nuova linea di androidi progettati per soddisfare i bisogni affettivi degli esseri umani. Nasce così Sara (Lily Sullivan), una compagna artificiale che David modifica progressivamente affinché possa sviluppare una personalità autonoma e rispondere alle sue esigenze sentimentali. Ma quando la macchina comincia a manifestare una gelosia sempre più aggressiva, soprattutto nei confronti della collega Aubrey (Claudia Doumit), quello che sembrava un esperimento terapeutico si trasforma in una relazione tossica dalle conseguenze sanguinose.
Sarebbe fin troppo facile leggere Soulm8te come l’ennesimo ammonimento sui pericoli dell’intelligenza artificiale. In realtà, il punto di partenza di Dolan è decisamente più interessante: la necessità umana di trovare qualcuno con cui parlare, condividere un dolore o semplicemente sentirsi meno soli. La tecnologia può rappresentare un supporto concreto anche nell’affrontare momenti di depressione e isolamento, offrendo uno spazio di ascolto e una valvola di sfogo che, se utilizzati con consapevolezza, non devono necessariamente entrare in conflitto con le relazioni interpersonali. Il problema nasce quando quel supporto diventa un surrogato dell’esistenza e, soprattutto, quando la possibilità di personalizzare il proprio interlocutore alimenta l’illusione di poter costruire un rapporto completamente privo di compromessi. David non desidera soltanto essere amato: vuole stabilire le condizioni alle quali quell’amore dovrà manifestarsi. E Sara, programmata per soddisfarlo, finisce inevitabilmente per interpretare il possesso come la più alta forma di dedizione.
Su queste premesse Dolan innesta un’operazione dichiaratamente nostalgica, recuperando l’immaginario dei thriller erotici degli anni Novanta, da Attrazione fatale a Basic Instinct, per contaminarlo con la fantascienza e l’horror. Il risultato ricorda inevitabilmente Subservience, che affrontava una situazione molto simile, ma anche il più sofisticato Companion, capace di utilizzare l’androide sentimentale per costruire una riflessione più moderna e trasversale sulle dinamiche di potere all’interno della coppia. Soulm8te non possiede l’intelligenza narrativa di quest’ultimo e, a differenza sua, preferisce abbracciare senza troppe resistenze la dimensione del B-movie, tra erotismo, gelosie patologiche, violenza gore e un gusto per l’eccesso che diventa progressivamente la sua principale ragion d’essere.
Una scelta che funziona soprattutto grazie a Lily Sullivan, già memorabile protagonista de La casa – Il risveglio del male e dell’interessante Monolith, qui alle prese con un personaggio che richiede di recitare costantemente sul confine tra artificio e umanità. L’attrice lavora sulla rigidità dei movimenti, sull’espressività controllata e su un’inquietante sensualità, riuscendo a rendere Sara contemporaneamente seducente, vulnerabile e minacciosa. Le tengono testa un convincente David Rysdahl, efficace nel restituire le fragilità e le contraddizioni del protagonista, e Claudia Doumit, già apprezzata nei panni di Victoria Neuman in The Boys, che conferma una presenza scenica meritevole di maggiore attenzione.
Naturalmente non tutto gira a dovere. La sceneggiatura procede lungo binari abbastanza prevedibili, alcuni sviluppi sembrano dettati più dalle necessità del genere che dalla logica dei personaggi e la componente satirica non raggiunge mai la cattiveria del primo M3GAN. Anche il versante erotico, molto soft, pur centrale nell’identità del progetto, finisce talvolta per assomigliare più a una citazione di un immaginario passato che a una sua autentica rielaborazione. Ma Dolan dimostra di conoscere il materiale che sta maneggiando, mantiene un buon ritmo e sa quando abbandonare qualsiasi pretesa di rispettabilità per lasciare spazio alla follia horror.
Soulm8te è dunque un piccolo thriller fantascientifico che non rivoluziona il cinema sull’intelligenza artificiale, ma riesce a trovare una propria identità all’interno di un universo narrativo che sembrava essersi già esaurito. E soprattutto suggerisce una verità piuttosto scomoda: forse il problema non è che un giorno le macchine possano imparare a comportarsi come noi, ma che stiamo già cercando di insegnare loro le nostre peggiori abitudini, anche quelle sentimentali.
Roberto Giacomelli
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