L’isola dei ricordi, la recensione del film d’animazione DreamWorks
Nel corso della sua storia DreamWorks Animation ha sempre cercato di correre parallelamente a Pixar e Disney, costruendo però una propria identità all’interno del cinema d’animazione americano. Una ricerca che ha prodotto risultati molto diversi: da una parte autentici gioielli come Shrek 2, Dragon Trainer e, più recentemente, Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio, dall’altra produzioni più infantili e convenzionali, difficili da mettere sullo stesso piano della concorrenza. L’isola dei ricordi, nuovo lungometraggio diretto da Joel Crawford e Januel Mercado, compie però un passo trasversale interessante: DreamWorks guarda con maggiore convinzione alla formula Pixar, soprattutto nella capacità di trasformare una semplice avventura fantastica in un racconto emotivo, senza per questo rinunciare alla propria personalità. Il risultato è dunque un film DreamWorks al cento per cento, solo con un cuore un po’ più scoperto del solito.
Le protagoniste sono Jo e Raissa, amiche inseparabili fin dall’infanzia ma molto diverse tra loro. Jo è esuberante, impulsiva e ancora incerta sul proprio futuro, mentre Raissa è più disciplinata e determinata, pronta a lasciare le Filippine per andare a studiare al prestigioso Caltech, negli Stati Uniti. La loro separazione è ormai inevitabile e, proprio durante l’ultima notte trascorsa insieme, le due ragazze si imbattono in un misterioso portale che le conduce sull’isola di Nakali, un luogo fantastico popolato dalle creature della mitologia filippina che hanno conosciuto fin da bambine attraverso i racconti della nonna di Jo. Quando scoprono che per tornare a casa dovranno sacrificare i ricordi della loro amicizia, Jo e Raissa si ritrovano davanti a una scelta tutt’altro che semplice: riuscire a tornare nel proprio mondo potrebbe significare dimenticare tutto ciò che le ha unite.
Il primo elemento a rendere L’isola dei ricordi particolarmente interessante è proprio il modo in cui Crawford e Mercado utilizzano una cultura e un immaginario ancora relativamente poco rappresentati dal cinema d’animazione occidentale. Se Disney e Pixar hanno trovato negli ultimi anni una strada fertile nell’esplorazione di culture specifiche – da Oceania a Coco, passando per Encanto e Red – DreamWorks sceglie qui il folklore filippino, costruendo attorno alla mitologia delle Filippine un mondo fantastico sorprendentemente ricco. E non si limita a utilizzare creature esotiche come semplice decorazione: Manananggal, Batibat, Tiyanak, Duwende e le altre figure tradizionali diventano parte integrante dell’avventura, reinterpretate con grande libertà ma mantenendo un legame riconoscibile con le loro origini.
Crawford e Mercado avevano già dimostrato con Il gatto con gli stivali 2 – L’ultimo desiderio di essere interessati a contaminare l’animazione DreamWorks tradizionale con soluzioni visive più audaci. Qui spingono ulteriormente in quella direzione, mescolando CGI tridimensionale e interventi dichiaratamente bidimensionali, con un debito evidente nei confronti dell’animazione giapponese e del linguaggio anime. Non siamo dalle parti della rivoluzione estetica di Spider-Man: Un nuovo universo e dei suoi seguiti, ma l’influenza è evidente nei cambi improvvisi di stile, nelle deformazioni caricaturali, nelle espressioni portate all’estremo, nei segni grafici che irrompono nell’immagine e nelle reazioni fisiche volutamente esagerate dei personaggi. È un’animazione continuamente in movimento, coloratissima e capace di trovare soluzioni visive sempre nuove.
Forse persino troppe.
Perché se da un punto di vista puramente visivo L’isola dei ricordi è un film estremamente accattivante, la sua incessante ricerca dello stimolo rischia talvolta di trasformarsi in sovraccarico. Il ritmo è indiavolato, l’immagine raramente sta ferma, i personaggi sembrano costantemente sul punto di esplodere in una nuova espressione o in una nuova gag e gli stimoli si accumulano senza concedere molto spazio alla respirazione. È un linguaggio evidentemente pensato per una generazione abituata a una fruizione audiovisiva sempre più rapida e frammentata, ma lo spettatore adulto potrebbe uscirne con un principio di mal di testa. Il problema non è la quantità di idee, bensì la difficoltà del film nel capire quando è il momento di fermarsi.
Ed è un peccato, perché quando L’isola dei ricordi rallenta e lascia emergere il suo cuore, riesce davvero a colpire. Il tema della memoria è semplice ma efficace: ciò che abbiamo vissuto non rappresenta soltanto il nostro passato, ma contribuisce a definire ciò che siamo e ciò che diventeremo. I ricordi di Jo e Raissa sono quindi qualcosa di molto più importante di una collezione di momenti felici: sono la materia stessa della loro identità e della loro amicizia. Il film riesce a trasformare questa idea in un motore narrativo concreto e, soprattutto nella parte conclusiva, trova una sincerità emotiva che evita di ridurre tutto alla consueta morale per famiglie.
A funzionare è anche l’ottima caratterizzazione dei personaggi. Jo e Raissa sono il centro emotivo, ma non sono circondate da semplici macchiette intercambiabili. Il gruppo di incontri che accompagna il loro viaggio è costruito con una personalità precisa: dal simpatico e pasticcione Raww, una sorta di cane mannaro doppiato in originale da Dave Franco, al gigantesco e adorabile Bungi, demone-bambino Tiyanak, passando per Batiba, creatura legata ai ricordi, il vanitoso principe acquatico Mermahn e il bizzarro re dei Duwende, Truffle Wuffle. Persino la terribile Manananggal sfugge alla semplice funzione di cattiva da cartone animato, acquistando progressivamente una dimensione più sfumata.
E qui emerge un altro aspetto sorprendente del film. L’isola dei ricordi non ha sempre paura di ricordare che l’animazione familiare può essere anche un po’ folle. Ci sono momenti apertamente horror, creature che possono risultare genuinamente inquietanti, immagini macabre e una Manananggal che sembra uscita da un film dell’orrore più che da una produzione destinata ai bambini. Allo stesso modo, l’umorismo si concede parolacce, allusioni sessuali e gag decisamente più adulte del previsto. È una libertà che DreamWorks ha sempre avuto più di Disney e Pixar e che qui viene sfruttata con una certa efficacia, contribuendo a rendere il film meno prevedibile.
Molto riuscito è infine il lavoro sul contesto temporale. La storia è immersa negli anni Ottanta e Novanta e il film utilizza la nostalgia non come semplice raccolta di citazioni, ma come elemento capace di definire il mondo delle protagoniste. La musica accompagna con grande gusto questo immaginario, alternando brani contemporanei a suggestioni pop degli anni Ottanta e Novanta e a una colonna sonora originale che incorpora elementi della tradizione musicale filippina. È un ulteriore esempio di come Crawford e Mercado abbiano cercato di costruire un universo che appartenga contemporaneamente al passato delle protagoniste e al pubblico contemporaneo.
L’isola dei ricordi non è quindi il nuovo Dragon Trainer, né ha la compattezza dei migliori lavori DreamWorks. La sua energia può diventare persino eccessiva e la continua ricerca dello stupore visivo finisce qualche volta per mettere in secondo piano la storia. Ma sotto questa superficie frenetica c’è un film sorprendentemente sincero, capace di parlare della crescita, della paura di separarsi e soprattutto del valore dei ricordi senza rinunciare alla bizzarria, all’umorismo e alla follia che hanno sempre rappresentato una parte importante dell’identità DreamWorks. Un passo nella direzione della Pixar, dunque, ma senza smettere di essere sé stesso.
Roberto Giacomelli
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